Coronavirus: da dove nasce il termine “quarantena”

Di Gianluca Ricci

C’è stato un tempo in cui era quasi normale convivere con le restrizioni, più o meno ferree dipendeva dalla sensibilità dei singoli più che dalla competenza dei governanti.

Malattie ed epidemie non erano eventi eccezionali, come ora, protetti come siamo da presidi medicinali di straordinaria efficacia, ma erano la regola: la gente si ammalava, guariva o moriva sulla base delle sue abitudini di vita o, più prosaicamente, della potenza del suo dna.

La pandemia di Covid-19 ci ha però riportati indietro nel tempo, mettendoci sullo stesso piano di quelle migliaia e migliaia di persone che nel corso dei secoli hanno sempre cercato di sfuggire al contagio isolandosi.

Dalla notte dei tempi l’isolamento è stata l’arma segreta con la quale combattere le minacce sferrate dai virus e dai batteri, tanto che già dal XIV secolo era in uso un vocabolo specifico destinato a battezzare quelle circostanze, ovvero “quarantena”: lo coniarono i Veneziani (per loro si trattava in realtà di “quarantina”) per indicare il periodo di quaranta giorni in cui gli equipaggi delle navi di ritorno da aree del mondo infestate da qualche epidemia dovevano rimanere segregati dal resto della comunità.

Pur scarsamente supportati da precise indagini epidemiologiche, già allora erano riusciti a capire che un mese e mezzo di isolamento era sufficiente per eliminare qualsiasi pericolo di diffusione delle malattie.

La peste a Venezia: l’isolamento dei malati

Correva l’anno 1374 quando Venezia, prima al mondo, elaborò una sorta di protocollo ufficiale per fronteggiare il pericolo della peste: individuò tre magistrati che provvedessero ad emanare le norme necessarie e, soprattutto, diede il via alla costruzione del primo lazzaretto, che fu edificato su un’isola deserta vicina alla città nel 1403: dedicato a Santa Maria di Nazareth, venne chiamato così dalla storpiatura del suo nome e da allora fu lazzaretto per tutte le strutture del genere.

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peste venezia

Fu chiaro a tutti che l’unico sistema davvero efficace per contrastare l’aumento dei contagi, e dunque dei decessi, era quello di rinchiudere i malati in un unico luogo limitando al massimo i contatti con l’esterno: ovviamente, dato che la medicina non aveva ancora sviluppato conoscenze sufficienti a debellare virus e batteri, si lasciava che la natura facesse il suo corso e risparmiasse i soggetti più resistenti per eliminare quelli più deboli.

Ma almeno si impediva l’ecatombe o perlomeno ci si provava, pur nella modestia dei presidi sanitari da mettere in atto.

La malattia più grave, quella per la quale fu deciso di prendere decisioni così drastiche, fu ovviamente la peste, un flagello che a intervalli purtroppo regolari colpiva le comunità europee costringendole ad attivare l’unica misura fino ad allora conosciuta, ovvero, appunto, la quarantena dei malati.

La quarantena ai tempi della febbre gialla in Spagna

Ma non è stata solo la peste a costringere le autorità ad emanare provvedimenti restrittivi della libertà personale: anche lebbra e sifilide furono contrastate, soprattutto nell’Europa settentrionale, con la reclusione dei soggetti colpiti in attesa del decorso naturale della malattia.

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Finché la medicina non è riuscita a individuare le cure necessarie, ad ogni epidemia o focolaio le comunità interessate hanno continuato a reagire nella stessa, identica maniera, ovvero allontanando dall’umano consesso i malati e rinchiudendoli in luoghi completamente isolati, senza preoccuparsi delle condizioni igienico-sanitarie in cui si sarebbero trovati per tutto il tempo necessario a debellare il pericolo.

quarantena

Accadde così nel 1831, quando una pericolosa epidemia di colera giunse in Europa dall’Asia, e agli inizi del XIX secolo in Spagna, quando la diffusione della febbre gialla costrinse le autorità a proclamare lo stato d’emergenza e la quarantena dei malati.

Covid-19: la quarantena più partecipata della storia dell’uomo

La quarantena per Covid-19, quella alla quale oggi ci siamo abituati, dura solo due settimane, il tempo necessario per poter stabilire con certezza la totale assenza di possibilità di contagio: tuttavia il termine viene da qualche tempo utilizzato per intendere qualsiasi periodo di clausura e isolamento, indipendentemente dal numero dei giorni necessari.

Ecco perché è diventata quarantena anche quella che il Governo ci ha prescritto, chiedendoci di rimanere in casa quanto più possibile ed evitare qualsiasi tipo di contatto con l’esterno se non quelli indispensabili.

In quarantena, giusto per fare un altro esempio, sono stati messi anche tutti gli astronauti di ritorno dallo spazio, dalla prima all’ultima missione, nonostante i giorni non siano mai stati precisamente quaranta: i protagonisti delle prime camminate sul suolo lunare, tanto per dire, hanno dovuto trascorrere in isolamento solo tre settimane, un lasso di tempo considerato però sufficiente dai medici della Nasa per scongiurare qualsiasi tipo di rischio.

covid sul divano

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E in quarantena vengono messi anche i virus informatici, quelli che gli strumenti di difesa dei nostri computer individuano nascosti fra le pieghe di qualche file e che collocano in una sorta di isolamento virtuale per evitare che possano infettare la macchina: non per un mese e mezzo, ovviamente, ma finché non diamo l’ordine di distruggerli.

Una parola che, insomma, era entrata a far parte del nostro gergo quotidiano, ma che non pensavamo mai e poi mai sarebbe diventata così centrale nelle nostre esistenze.

La magra consolazione per quanti riusciranno ad uscirne senza danni sarà quella di aver partecipato alla più partecipata quarantena della storia dell’uomo: ad oggi si calcola infatti che oltre tre miliardi di persone in tutto il mondo siano state confinate a casa in attesa della fine della pandemia.

Un record, sinceramente, a cui avremmo volentieri rinunciato.

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