Mancano mezzo milione di lavoratori in Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria

Di Gianluca Ricci

 

Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria da qualche mese faticano a far registrare i numeri più che positivi che fino a qualche tempo fa caratterizzavano le loro economie.

La crescita si è rallentata in misura pressoché identica in tutti e quattro i Paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad” e gli economisti sono stati concordi nell’individuazione della causa: mancherebbero più di mezzo milione di lavoratori, 522mila per la precisione.

Una via d’uscita alla crisi che sta iniziando a materializzarsi da quelle parti potrebbe dunque essere rappresentata dal reperimento delle professionalità mancanti, ma uno dei punti di forza dei governi che si sono affermati nelle elezioni politiche di ciascuno dei quattro Paesi è stato il blocco dell’immigrazione.

Un blocco che, oltre che fermare l’ingresso di individui non desiderati, ha finito per fermare anche la crescita.

In un anno in Cechia i profili scoperti sono aumentati del 105%, in Polonia dell’85%: a Varsavia gli imprenditori del mattone, per bocca dei loro rappresentanti ufficiali, hanno comunicato che la mancanza di risorse qualificate rischia di paralizzare l’intero settore, o quanto meno di creare grossi problemi di liquidità per il 54% delle aziende nazionali.

Paradossalmente la crescita smisurata del Pil degli ultimi anni sta provocando più problemi che altro, soprattutto se accompagnata a un improvviso calo della natalità, un fenomeno peraltro già osservato in quasi tutte le repubbliche occidentali nel momento del loro boom economico.

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Più ci si arricchisce e meno si fanno figli: i 22 miliardi di euro versati da Bruxelles nelle casse di Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria per stimolare lo sviluppo hanno permesso a quelle economie di raggiungere livelli ragguardevoli e di assestare la crescita media del Pil fra il 3 e il 4% (in Italia si fatica anche solo ad avvicinarsi all’1%).

E se il solo settore delle costruzioni in Polonia ha fatto registrare nel 2018 un aumento di commesse e lavoro dell’8% rispetto all’anno precedente, è assai probabile che simili risultati non si ripetano negli anni a venire.

Eppure le frontiere continuano a rimanere chiuse e molti dei lavoratori specializzati di cui avrebbero bisogno le aziende nazionali per tenere fede ai loro impegni, appena possono, loro sì che se ne vanno all’estero: il livello delle retribuzioni, infatti, non è stato conseguenziale e i cechi, gli slovacchi, i polacchi e gli ungheresi in possesso di abilità e competenze significative hanno cercato altrove quella gratificazione economica che i loro Paesi non garantivano loro.

La popolazione complessiva di quelle nazioni è in netto calo e la stima per il futuro non è rosea, tanto che le Nazioni Unite prevedono una diminuzione del 13-15% nell’arco del prossimo decennio.

Se il blocco all’immigrazione rimarrà inalterato, come peraltro previsto dai programmi politici delle forze al governo, non resterà che invitare i propri concittadini espatriati a rientrare attirandoli con retribuzioni per forza di cose superiori o quanto meno pari rispetto a quelle percepite oltre confine, ma una simile politica economica potrebbe causare contraccolpi difficilmente prevedibili: se la retribuzione oraria nel settore dell’industria in Polonia si aggira intorno ai 5 euro, in Gran Bretagna arriva invece al triplo, un ostacolo in questo momento insormontabile sulla strada del rimpatrio.

Più agevole, forse, provare a convincere la popolazione che aprire le porte del proprio Paese all’ingresso di nuovi “procacciatori di ricchezza”, altro che migranti, sarebbe la soluzione ideale.