Titoli di studio e professioni più ricercati all’estero

 

I giovani che ogni anno abbandonano il nostro Paese per cercare altrove ciò che entro i confini dello Stivale non riescono a trovare sono oltre 70mila. Ma il dato più sconcertante è rappresentato dal fatto che più del 70% di costoro è in possesso di una laurea. Che evidentemente il nostro mercato del lavoro non è in grado di assorbire o, come sempre più spesso accade, lo è ma a condizioni tali da rendere la fuga all’estero decisamente più allettante.

Secondo calcoli realizzati in base a parametri nemmeno troppo rigidi, la cifra che lo Stato italiano spreca nel formare tutti questi ragazzi e nel vederseli scippare da sistemi professionali stranieri si aggirerebbe intorno ai cinque miliardi l’anno. Senza calcolare le inevitabili conseguenze di tale fenomeno, prima fra tutte il depauperamento di una futura classe dirigente che negli anni a venire non potrà contare su molte delle migliori menti, nel frattempo partite per trovare collocazioni più adeguate dove vengono loro offerte. È come se, per costruire la casa dei propri sogni, si impiegassero anni e anni di lavori specifici e accurati, si investissero cospicue risorse, si organizzasse ogni cosa fin nei minimi particolari per poi vedersela occupare abusivamente dal primo arrivato, senza la possibilità di riottenere le chiavi d’ingresso.

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A poco evidentemente è servito ampliare a dismisura l’offerta formativa a livello universitario: ancora oggi le professionalità più ricercate al di fuori del nostro Paese sono quelle che prevedono lauree in ingegneria, informatica, relazioni internazionali, lingue ed economia. Ma anche quelle che indirizzano verso lavori piú richiesti, come professioni sanitarie, medicina, infermieristica, ostetricia e scienze della riabilitazione. Indirizzi di studio comunque tradizionali, che confermano l’adeguatezza di scelte strutturali non ancora confutate dal mercato del lavoro. E quelle che restano distribuite all’interno di una pletora di indirizzi diversi difficilmente prevedono al termine del percorso un adeguato sbocco lavorativo, sia in Italia che altrove.

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Già, perché, come detto, non per tutte le competenze sono a disposizione adeguate opportunità. Chi pensa di volgere lo sguardo al di là dei confini, meglio che scelga facoltà tradizionali ma sicure. Norvegia, Germania, Olanda, Danimarca, ma anche Spagna, Messico e Canada sono prontissimi ad accogliere quanti, laureati nel nostro Paese, sono disposti a prendere un aereo e ad andare incontro ad un futuro meno incerto di quello che si prospetta loro rimanendo a casa. Ovviamente non si tratta di una prospettiva sicura: come più volte ricordato anche da queste pagine, il percorso va accuratamente preparato.

Le esperienze sono ovviamente diverse e variano di persona in persona e di situazione in situazione, anche se un breve viaggio preventivo, un rapido sondaggio relativo alle reali possibilità di impiego e l’intreccio di qualche relazione seppur superficiale possono aiutare nell’impresa. Raramente, quando si intraprende un’avventura universitaria, si pensa di poterla concludere facendo le valigie: la speranza di molti è quella di trovare un’occupazione nei pressi del proprio luogo d’origine, in modo da non perdere affetti e amicizie. Eppure è proprio frequentando le lezioni e allacciando relazioni sempre più intense e proficue con chi ha accumulato più esperienza che si sviluppano pensieri diversi e un po’ più ambiziosi.

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Tutto sta nel riuscire a incanalarli nella giusta direzione, in modo che subito dopo l’espatrio non si debbano subire delusioni che rischiano di diventare, proprio per questo, ancora più cocenti. Sia a livello professionale che, soprattutto, a livello personale. È esperienza comune di chi ha deciso di voltare pagina e investire sul proprio futuro fuori dai confini nazionali quella di sentirsi un po’ pesci fuor d’acqua: d’altronde bisogna essere disposti a rinunciare ad un pezzo consistente del proprio passato e a rinascere altrove, esperienza dopo esperienza, conoscenza dopo conoscenza, delusione dopo delusione, nella convinzione che però si è scelta la strada giusta.

Quando ci si girerà indietro e ci si osserverà certo più giovani, ma meno soddisfatti, allora sarà il momento in cui si potrà tirare un sospiro di sollievo e guardare al futuro con meno preoccupazione.

A cura di Gianluca Ricci