In Madagascar per amore: Pam e la magia di vivere tra la natura  

Partita nel 2008, Pamela ospita viaggiatori NON-Turisti nella sua Guest House Bungalow sull’isola Sacra di Nosy Sakatia 

A cura di Nicole Cascione

“ Pam, così mi hanno sempre chiamato – che infatti se lo ascolti bene come suono, è l’onomatopea dello sparo – Pam! – Che ridere mi fa! Che poi, alla fine, questa associazione non è lontana dal mio procedere nella vita, così, un po’ a spari, a momenti armata, a momenti completamente disarmata, in mezzo a sparatorie fuori, ma soprattutto dentro.

Botti, sussulti, polveri da sparo, prendere la mira ma sbagliare il bersaglio, caricare a salve, costruire trincee spinate e poi buttarle giù, sparare ed essere sparati, finire tutte le pallottole, ribellarsi sempre, combattere sempre, sapendo perfettamente che fra le mani hai solo una pistola giocattolo”. Una vita che ha portato Pamela in Madagascar, dove ormai risiede da 15 anni.

vivere in madagascar

Chi era Pamela prima dell’arrivo in Madagascar?

Ho frequentato l’Istituto d’Arte di Porta Romana, settore di grafica pubblicitaria, fotografia e comunicazione, a Firenze, scappando letteralmente da casa, da una realtà matriarcale e rurale di provincia, da quelle case coloniche – dove tutto deve stare dentro e non fuori – così famose per la Toscana, così “strette” per me. Porta Romana era la scuola storica degli artisti, dei creativi, degli spiriti liberi, una cultura che già all’epoca guardava oltre, in una Firenze imponente, città d’arte per antonomasia. Qui inizio a lavorare mantenendomi gli studi. Avevo 14 anni. Lavoro, studio, faccio la gavetta nelle peggiori stamperie puzzolenti di umidità ed inchiostri, imparo il mestiere tecnico, inizio vari stage nelle agenzie pubblicitarie, cresco. A 22 anni divento titolare d’azienda, una carriera fulminante, un fervore creativo a cavallo tra produzioni artistiche e fotografia, art-director, graphic design, avanguardie creative applicate al business e alla comunicazione integrata, packaging, marketing, advertising. Un circuito di clienti internazionali e grosse aziende in varie parti del mondo. Ambienti ed equipe di lavoro super coinvolgenti, fotografi, scenografi, stampatori, registi, allestitori, architetti, modelli. Un movimento continuo, sopra, sotto dentro e fuori, input che entravano a raffica da ogni parte, sensazioni dagli occhi, dal naso, dalle orecchie, Londra, Parigi, New York, Hong Kong, senza orari, senza giorni “normali”, un after-hours creativo fatto d’incontri, di progetti, di produzioni fianco a fianco, tutto girava intorno al mio lavoro, alle mie idee. L’esuberanza della gioventù fino alla maturità professionale attraverso anni di successi ed esperienza, anni bellissimi, entusiasmanti, coinvolgenti. Un Ego immenso. IO nel mondo. IO al centro di tutto. Pam! Lo sparo.

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Ormai sono 15 anni che vivi in Madagascar. Ma, facciamo un passo indietro, precisamente al 2008, quando sei partita e sei approdata per la prima volta sull’isola. Qual è stata la tua prima impressione all’arrivo?

20 Dicembre, Italia, un freddo bestiale, il mondo si muove folle intorno a me indaffarato nelle aspettative e nelle preparazioni natalizie, è nevicato forte, m’infilo sul treno in partenza carica della mia attrezzatura subacquea, pesante, massiccia, non ho nient’altro se non me stessa, il mio computer e gli abiti che ho indossato a strati, da sopra a sotto, felpa, camicia, maglietta, canottiera, costume, non ho preso neanche le ciabatte e rischio di fare tardi al chek-in. Due si baciano sulla porta che si chiude, lei piange, un moto inatteso mi trapassa, resisto, passo schiacciata fra i coltroni di peluche indossati dalla gente in piedi sul vagone. Soffoco, trovo un posto, cerco di sedermi, ma sbatto la testa contro la vicina, si chiama Laura. Ci conosciamo di stazione in stazione, le dico che sto partendo, mi dona una preghiera buddista con una piccola dedica, la saluto, scendo dal treno, stringo con la mano il suo libretto nella mia tasca. Parto.

Atterrare sull’aeroporto di Nosy Be è un tuffo. Si plana in discesa sull’Oceano, imboccando una pista minuscola incastrata fra le mangrovie, i colori del mare dal blu al turchese delle lagune, la barriera corallina, la distesa verde, rosa, blu, marrone, gialla, quell’intramezzo di alte e basse maree di bellezza infinita, quel “non-luogo” che non è più mare e non ancora terra. La piccolissima struttura dell’aeroporto, all’epoca era poco più che una casetta fatta di foglie dell’albero del viaggiatore e legna. Ai bordi della pista improbabili operatori colorati consumati dal sole nelle divise ma non negli occhi, a scrutare già dai finestrini quel biancore di facce sbiadite in arrivo da “Andafy”. Andafy è “la parola magica” per i locali, soprattutto qui a Nosy Be, prima isola del Madagascar divenuta destinazione turistica con le prime interazioni fra il popolo e l’occidente. In lingua malgascia “Andafy” significa un sacco di cose tutte insieme, “l’Europa, la civiltà, il benessere, i soldi”. E’ il mito covato nei cuori di chi ha intravisto “nel turista” il sogno di partire verso un paese migliore. Varco la soglia del portellone, chiudo gli occhi subito, le mie retini non sono abituate a raggi così diretti, il sole divampa, m’avvolge la calura, trattengo il respiro, è mezzogiorno, piena estate australe, la pista è un fuoco umido, avverto una sensazione strana di stordimento, riapro gli occhi, provo a respirare. L’odore. L’odore forte dell’Africa. Un odore che entra prepotente fin da subito, si stabilirà piano piano nei pori della pelle, fino all’abitudine, come una droga, un impasto di sapori nel naso, di terra, di aria che brucia, di polvere, di fiori, di frutta, di immondizia, di curcuma, di sudore, di animale, di sale misto a gasolio, di mare, di banane, di pesce, di spezie, di umidità, di zebù, di toilette all’aperto, di vaniglia, di ylang-ylang, di lemuri, di fumi, di legna e carbone che ardono, di fiumi, di gente che respira l’Oceano Indiano. Ero lì, in carne, anima ed ossa, sull’Isola dei Profumi così chiamata dai locali, “Nosy Mangitry”.

Cosa ti ha spinto successivamente a rimanere?

L’Amore. L’Amore muove il mondo. Nessun’altra forza è più potente.

Decisi di partire, avevo bisogno di “staccare la spina”, un anno sabbatico, uno stop dal mio lavoro di Art Director, ero stanca dell’Italia, spesso della “ristrettezza mentale” con la quale dovevo avere a che fare. Stanca di ruoli ed etichette imposte da una società borghese e a tratti bigotta, la mia debordante creatività affamata di novità mirava a mete più importanti, puntavo all’America, la mia bussola era orientata verso la Grande Mela dove avevo già dei contatti con i quali collaboravo. Lavorare a Manhattan, la città che non dorme, il fascino della moltitudine e della grandezza, un luogo che avrebbe accolto le mie idee esuberati, dove l’essere me stessa non sottostava a nessun’altra regola. Avevo inviato diversi curriculum-vitae in varie parti del mondo tropicale, usando uno degli altri lavori che sapevo fare con la mia passione sconfinata per l’elemento acqua in tutte le sue declinazioni, il mare prima di tutte, “guida subacquea, dive-master”. Mi sceglie il Madagascar. Non so niente di questo paese. Un lampo, un flash che mi fa pensare ai giochi che facevamo da bambini, un lancio di dadi, una roulette, testa o croce, carta o forbici, bum ponte ponente ponte pi… parto subito.

Lavoro in un diving gestito da italiani con i quali non sono in accordo fin da subito. Ma l’Oceano Indiano mi travolge. Sopra e Sotto. M’immergo ad occhi sbarrati dalla bellezza sopra-naturale della biodiversità sottomarina, ogni tuffo è scoperta e stupore, la barriera corallina mi spiazza. Incontro specie mai viste prime, mi scordo chi sono, mi lascio curare dalla narcosi d’azoto, dal verde potente che mi avvolge fuori dall’acqua, dalla lentezza dei luoghi dell’anima intrisi di natura pura, incontaminata natura, spiagge meravigliose, palme da cocco, villaggi tribali, suoni incomprensibili di linguaggi sconosciuti, canti, musiche, animali, piante, frutti, vestiti, cibi, tutto è diverso intorno a me. Ogni giorno che passa sono un po ‘ meno io e un po’ più qualche altra cosa. Sono l’altro, sono l’altrove, sono in divenire, mi lascio trafiggere, lascio che questo posto faccia di me una pagina bianca. Sono pronta.

pam e il suo madagascar

La barca si dirige verso Nosy Sakatia, è carica, di bombole e clienti, faccio il mio solito briefing prima dell’immersione, stabilisco le regole di sicurezza, controllo le attrezzature, si scende in acqua alle piscine naturali, nella colonia di tartarughe marine giganti. A pochi metri di distanza, i pescatori locali con le loro imbarcazioni tradizionali in legno ci sorpassano con lo sguardo severo. Si spingeranno fino al canale del Mozambico con le loro vele rammendate in cerca dei grossi pesci pelagici. A volte stanno in mare per giorni, hanno la pelle ispessita dal sale, dura di sole, senza paura nelle mani abili e veloci, nelle magliette strappate dal vento, nella forza delle braccia potenti sui remi, nel sapere tramandato. Il mare lo sanno, lo imparano fin da piccoli, imparano le stelle che li guidano di notte, imparano l’arte del cavarsela nella tempesta. Siamo già in acqua, ci prepariamo a scendere, passo in rassegna con lo sguardo ogni singolo subacqueo per un ultimo controllo visivo, qualcuno m’impreca alle spalle, impastando fra i denti parole in un francese improbabile. Mi punta un remo contro dall’alto della sua piroga, mi dice che non capisco niente, che questo è il luogo dove i pescatori trovano cibo per sfamarsi, che noi “Vazaha” (termine poco piacevole che indica i bianchi, gli stranieri) infrangono tutti i “Fady” (regole della religione Animista), mi dice che il mio spirito non è puro (Ratsy), che sono sporca (Maloto), che non ho rispetto degli Antenati (Razagna) che non ho mai incontrato Dio (Zanahary) e che faccio bene a tornarmene in Europa (Andafy). Si chiama Cocò, è un pescatore dell’isola. Scappo dal diving. Lo sposo. Viviamo due anni per mare e spiagge, navigando con una piroga da isola in isola. Imparo il dialetto locale, le leggi, le regole, l’Animismo, imparo ad usare una sorta di ascia che si chiama “Famaky”, raccolgo legna e accendo il fuoco per cucinare, beviamo acqua di sorgente, ci laviamo nel fiume, usiamo la vela come tenda, peschiamo, scambiamo il pesce con il riso. Faccio due figli. Rimango in Madagascar.

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Scappata dal diving. Sposata con un locale, la tua vita continua sull’isola. Ad oggi di cosa ti occupi?

Di Turismo Sostenibile e Solidale, Ospito Viaggiatori NON-Turisti nella nostra Guest House Bungalow sull’isola Sacra di Nosy Sakatia, organizzo viaggi con circuiti explorer personalizzati su tutte le isole dell’arcipelago di Nosy Be e la Grande Terra.

Ero incinta di Minà, la mia primogenita, quando è arrivata l’occasione inaspettata di acquistare un piccolo terreno immerso nella foresta tropicale, l’Isola Sacra di Nosy Sakatia, isola delle Orchidee e Tartarughe Marine Giganti era oramai la “nostra isola” e con Minà in arrivo pensammo di costruire una casetta. Nel periodo “nomade” incontravamo casualmente turisti in giro per le isole e spesso rimanevano incuriositi dalla mia “selvaggitudine”: una donna bianca iniziata alla vita malgascia, integrata nella malgascitudine, sposata con un locale. Mi chiedevano di “guidarli” alla scoperta delle tradizioni, dei segreti di un popolo che vive ancora alle radici dell’anima del mondo. E’ così che sono diventata un punto di riferimento per quella nicchia di non-turisti viaggiatori che desideravano confrontarsi davvero con questa cultura, fuori dai circuiti turistici e a stretto contatto con la natura incontaminata.Sono il filtro tra due culture, costruisco ponti tra l’occidente e la vita locale lontana dalla civiltà consumistica industrializzata, sono una porta d’ingresso, una custode di tradizioni e segreti ai quali i Vazaha (i pelle bianca) non hanno accesso. Sono Mamany Minà per i malgasci, perchè nel momento esatto in cui si diventa mamma, come da rigorosa tradizione e in segno di rispetto, si perde il proprio nome. La vita di una donna si divide in due, ciò che sei stata prima (transitorio) e ciò che sarai dopo, per sempre mamma (definitivo).

Piano piano do vita ad un Progetto Bio-Eco-Sostenibile e Solidale nel quale sono impegnate 12 famiglie locali. La Guest House, una NON struttura ad impatto zero, completamente integrata nella natura – lavarsi con l’acqua del fiume e pannelli solari per illuminare – rispettando ogni legge e/o tradizione socioculturale locale con risultati qualitativi sorprendenti, superando ogni aspettativa! Attualmente cinque Bungalow in legno e foglie dell’albero del viaggiatore fatti dalla gente del posto, con bagno panoramico, veranda e terrazza vista mare, dalla quale si vedono le balene. Il Ristorante “Gargotte” Tropical Bar con cucina a legna, piatti tipici e materie prime BIO è un’esperienza indimenticabile di sapori e gusto. Peschiamo con le nostre piroghe. Produciamo rum dalla canna da zucchero che poi arrangiamo con spezie. Succhi di frutta freschi dalle proprietà curative eccezionali come il Nony (gelso bianco), il Tamarindo, il Lime, l’Aloe e infusi ed estratti di piante curative. Il famoso “Famoty” olio di cocco, o di Ylang-Ylang.

nuova vita madagascar

M’impegno sul territorio per preservare la foresta primaria e le coltivazioni:

prendersi cura delle banane, del cotone, della curcuma, la vaniglia, il caffè, il riso, la canna da zucchero, gli ananas, la papaya, il mango, il pilypily, il cocco, il jacque fruit, il noni (gelso bianco), la moringa, l’aloe, il pepe selvatico e molte altre inestimabili risorse naturali della medicina tradizionale malgascia.

Valorizzo le tradizioni locali, le arti, i mestieri, i villaggi dei pescatori, i prodotti e i manufatti dell’artigianato, la cultura, la pesca malgascia, sostengo l’altro mondo, quello più possibile.

Ad un certo punto è arrivato il Covid…

Poi arriva il covid, ce lo siamo preso tutti, con aggravanti per i portatori di altre malattie gravi come il diabete, problemi cardiovascolari o altro… ed ecco, per noi, senza assistenza sanitaria, arriva l’immunità di gregge. Ci curiamo con le erbe, le radici, i fiori, i legni, con la potenza della medicina naturale tramandata dal sapere più esperto, da generazioni. Chiudono le frontiere, ci mettiamo a norma con i protocolli sanitari in funzione di una ipotetica riapertura. Facciamo corsi, spendiamo al fine di mettere in regola lo staff, poi la chiusura diviene imperativa, tre anni che ci impediscono di lavorare, fior di miliardi dalle organizzazioni internazionali, aiuti economici da impiegare nella lotta contro il covid – dicono – nessun aiuto per noi. Non ho mai abbandonato il mio staff e loro non hanno abbandonato me, abbiamo stretto i denti insieme, cercato soluzioni, chiesto aiuto attraverso donazioni. Qua sull’arcipelago di Nosy Be almeno l’80% della popolazione è impiegata nel turismo, un danno economico gravissimo, anni durissimi di sopravvivenza e un numero altissimo di bambini abbandonati. Uno di questi, Pablo, lo abbiamo adottato.

Al momento come si prospetta la situazione?

Il Madagascar è attualmente aperto al turismo, le compagnie aeree stanno riprendendo i voli, ci vorrà ancora un po ‘di tempo affinchè tutto possa tornare alla normalità.

madagascar una nuova vita

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Raccontaci qualcosa del posto in cui vivi.

Sakatia è magia pura. E’ il panorama a 360° gradi in cima alla vetta all’ora del tramonto, è il tuffo fresco nell’acqua trasparente del mattino quando ancora il villaggio dorme e le piscine naturali sotto la montagna sacra pullulano di tartarughe giganti. E’ un bimbo vestito di niente che mangia un mango. E’ una piroga traballante con la vela tutta stropicciata e rammendata. E’ l’odore ed il bagliore dei fuochi accesi mentre scende la sera e non c’è corrente ma solo stelle. E’ un bagno nel fiume per lavarsi, è un profumo di olio di cocco, il canto di un uccello, una farfalla gialla con le code, un’orchidea, il caffè tostato sulle braci. E’ sorpresa, come nella notte, all’improvviso, i tonfi delle balene che saltano nell’acqua. E’ riso. E’ lo sguardo sul mare dei vecchi che aspettano il rientro dei pescatori, è il rumore dei tamburi tribali e i canti la notte, è l’insieme dei tantissimi rituali di devozione agli antenati. Sakatia è sacralità, è superbia negli occhi dei suoi abitanti, è la prosperità delle donne incinta. Sakatia è la severità delle sue leggi, luogo di antichi re e regine, è tabù e fady da rispettare. E’ vita malgascia. Quella vera, incontaminata. Ed è anche la nostra casa. E’ l’uomo che naviga in piroga, lavora il legno e pulisce il pesce, è mia figlia che fa le treccine, è la torta cucinata nella pentola con il carbone sotto e sopra al coperchio!

Quali sono i pro e i contro del vivere in Madagascar? E’ un posto per tutti o per pochi?

PRO: La natura potente in tutte le sue forme.

CONTRO: Non facile l’integrazione.

Il Madagascar è la quarta isola più grande del mondo, dalle forti contraddizioni, o lo si ama o lo si odia. Dalla capitale Antanarivo che è una sorta di ombelico caotico, alle zone sperdute e desertiche del sud, ai paesaggi più miti del nord, con pochissime infrastrutture, con divergenze geografiche, sociopolitiche e culturali da zona a zona. Dipende cosa si vuole fare, dove si vuole vivere, quali aspettative si hanno. Se siamo disposti a vivere in uno dei paesi più poveri del mondo.

Uno sguardo al passato: cambieresti qualcosa delle scelte fatte?

Non riesco a guardare indietro, pensa che se qualcuno mi chiama dall’Italia, mi viene naturale e in prima battuta di rispondere in malgascio, e questo la dice lunga. I miei figli sono nati qua, non sono io che ho scelto il Madagascar, è lui che ha scelto me!

Uno sguardo al futuro: progetti?

Mettere da parte abbastanza soldi per acquistare dei biglietti aerei. Sono via da sempre. E’ ora di tornare. A salutare chi mi ha dato la vita, i miei genitori, che hanno imparato ad usare whatsapp per vedere crescere i nipoti attraverso lo schermo di un telefono.

Pamela Piccioli

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