L’evoluzione professionale a modo tuo con Eureka

Quella che raccontiamo oggi è la storia di un cambiamento lavorativo imposto, che ha portato con sè un’opportunità, una strada nuova. Parliamo di questo con Barbara Pescetto-Levaro che, perso un lavoro sicuro se ne è inventata uno nuovo; e adesso affianca le persone che, per i più diversi motivi, si trovano a volere o dovere affrontare un cambio di rotta professionale. Barbara ci racconta cosa significa avere talento e metterlo a frutto, anche in campi molto diversi da quelli frequentati fino a quel momento. Un lavoro di ascolto e di consulenza che si avvale, in altre forme, anche dell’esperienza professionale precedente. Perché il cambiamento può essere non solo rottura, ma integrazione ed evoluzione.

TALENTO evoluzione

Buon giorno Barbara, ci parli un po’, per cominciare, del suo cambiamento professionale.

Ho 40 anni e mi sono messa in proprio da tre, con un’impresa individuale che si occupa di orientamento al mondo del lavoro e consulenza di carriera (il nome è “Eureka: il lavoro a modo tuo” e l’indirizzo del sito è www.eurek.net). Ho la maturità classica ed una Laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Per una serie di casi fortuiti (ho risposto ad un’offerta di lavoro pubblicata su di un quotidiano locale) mi sono trovata a 28 anni a lavorare per un’azienda di terziario avanzato con il ruolo di Responsabile delle Risorse Umane. Per tutta una serie di casi, altrettanto fortuiti e meno fortunati, o almeno così mi pareva allora, dopo circa otto anni ho perso quel lavoro ma non mi sono persa d’animo. Mi sono inventata un lavoro e con una nuova professione ed una nuova struttura mi sto posizionando, posso dire ad oggi con buoni riscontri, nel mio mercato di riferimento (il Veneto e più precisamente la zona di Padova). Grazie al mio nuovo lavoro sono in contatto quotidianamente con persone che vogliono ostinatamente migliorarsi in quello che fanno e ogni giorno rimango stupita ed ammaliata dall’energia e dalla forza che trovo in loro. In un panorama politico così desolante e demotivante come quello dei nostri giorni, c’è, è vero, un’Italia che vuole, ostinatamente emergere e farsi portatrice di valori buoni.

Esiste davvero “il lavoro a modo tuo”?

Esiste per chi accende i propri canali di ascolto; esiste nella misura in cui riusciamo a sintonizzarci sulle nostre vere frequenze e ad esprimere la nostra identità che è un insieme di emozioni, attitudini, esperienze e competenze.

Quali sono, nella sua esperienza, i maggiori motivi di insoddisfazione legati al lavoro?

Qui farei un distinguo tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Nel caso del lavoro dipendente riscontro molta insoddisfazione che deriva dal fatto di non sentirsi valorizzati per quello che si è, per il potenziale che potremmo esprimere, per quel bagaglio di esperienze e conoscenze che potremmo offrire alla realtà aziendale ma che non ci viene richiesto. Solo in secondo piano c’è, nella maggior parte dei casi, l’insoddisfazione per il trattamento economico, ma in prima battuta c’è sempre l’insoddisfazione dell’io. Nel caso del lavoro autonomo/libero professionale c’è la frustrazione di aver spesso seguito un iter perché in qualche modo prestabilito, indicato dalla struttura familiare, ritenuto, erroneamente, genetico, derivante da un percorso universitario imposto e che ha impedito alla persona di seguire quello che le piaceva (spesso perché ritenuto in partenza scarsamente remunerativo). Ci si sente inespressi e costretti all’interno di un habitus professionale che non ci appartiene.

E quali, invece, le maggiori resistenze al cambiamento?

Il dover abbandonare la zona di confort (che io spesso con i miei clienti chiamo “zona di sconfort”) che ci porta a vivere nell’insoddisfazione ma nella sicurezza. Il cambiamento, il confronto con l’ignoto, con quello che non conosciamo ci fa paura (ma fa paura a tutti gli esseri umani, è nel nostro dna). Per iniziare il cambiamento dobbiamo fare leva sul coraggio ed esercitare le mappe mentali che ci portano ad essere coraggiosi, a buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Il suo lavoro mi ricorda un po’ la parabola evangelica dei talenti, rispetto a cui si compie un crimine se non si mettono a frutto; come aiuta i suoi clienti in questo? Che tipo di percorso segue?

Io non do indicazioni al mio cliente ma lo aiuto ad aiutarsi, a guardarsi dentro, a riscoprire le sue risorse e ad esprimerle tramite alcune chiavi di lettura del se’. Insieme facciamo emergere la sua intelligenza emotiva, la sua creatività, che non vuol dire essere un pittore o uno scultore ma molto più semplicemente dare il proprio passo alle cose, farle secondo la propria misura. Solo in questo modo le cose sono un nostro riflesso autentico.

Barbara Pescetto, Eureka Padova  evoluzione

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Il fattore economico è davvero l’ostacolo più grande in un progetto di impresa in proprio o, spesso, è solo un alibi?

Sicuramente l’accesso al credito (anche a quello micro) in Italia è un ostacolo oggettivo per chi vuole avviare un’attività in proprio e, in alcuni casi, può diventare un alibi “comodo”. Però dalla mia esperienza posso dire che chi vuole davvero cambiare la propria vita professionale ed avviare una sua attività anche micro, ha molti modi davanti a sé per farlo. Uno di questi è quello di portare avanti, parallelamente alla sua occupazione, la nuova attività, utilizzando l’occupazione attuale per “finanziare” quella futura. Questo è un modo che non comporta strappi (anche mentali) e che permette un periodo di “rodaggio” della nostra idea di business.

Ci può raccontare un caso, tra quelli da lei seguiti, di cambiamento lavorativo che l’ha particolarmente colpita?

Sono davvero tanti, ma uno che si avvicina molto alle testimonianze che leggo su Voglio vivere così riguarda un mio cliente, “bocconiano doc” che dopo la crisi del 2008 aveva perso il suo lavoro da top manger presso una merchant bank. Dopo il percorso fatto ad Eureka ha aperto un’attività in proprio a Ginevra nell’import-export dei vini italiani.

Spesso a non piacere non è tanto il lavoro in sé ma le condizioni in cui lo si fa; ci sono strategie pratiche e mentali per diventare un po’ più impermeabili all’ambiente lavorativo?

E’ una domanda complessa e andrebbe ponderata da caso a caso. Posso dire che la personalizzazione del luogo di lavoro aiuta, attuare strategie di comunicazione aiuta, lavorare sulla propria autostima (che è spesso la fonte di tanti malanni) è un altro aspetto che varrebbe la pena di rinforzare, capovolgere il rapporto capo-dipendente e sentirci noi, il capo di noi stessi, può darci forza.

Parliamo della flessibilità, ma quella vera, non quella spesso evocata per sfruttare chi lavora: parliamo cioè di quella apertura mentale, di quella rimessa in discussione che ci fa vedere occasioni nascoste; da che cosa questa flessibilità viene maggiormente mortificata nel mondo del lavoro?

Dal concetto stesso di lavoro e dalla definizione che siamo abituati a dare: prestazione professionale spesa per una durata di otto ore nello stesso luogo. Questo è un concetto vecchio, sicuramente consolidato ma legato ai tempi della produzione industriale, alla catena di montaggio; ci sono altri modi di lavorare che prescindono dall’erogare la prestazione professionale per tutto un giorno nel medesimo posto. Ci sono nuove professioni che permettono, grazie all’uso delle nuove tecnologie, di sdoganare il lavoro dalla vecchia concezione e di modellarlo sui tempi della persona e sulle sue esigenze di vita, sul suo life-design.

Per qualcuno un cambiamento drastico di lavoro è una bella opportunità, altri lo vivono come un vero e proprio trauma. Come interviene lei in questi casi?

Intervengo sempre sostituendo alla parola trauma (dalla radice greca “passo di là) la parola trasformazione, passaggio dalla vecchia esperienza professionale al nuovo lavoro. Riprendendo il concetto di auto-imprenditorialità, di career building, di formazione personale permanente. Noi dobbiamo diventare più consapevoli delle nostre capacità, dobbiamo avere più fiducia nelle nostre risorse ed esprimerle, senza dipendere troppo dal giudizio esterno.

Cosa significa per lei la parola cambiamento?

A tal proposito disturbo Albert Einstein con la sua definizione di crisi: “Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno dalla notte oscura.” (A.Einstein)

Il suo cambiamento lavorativo cosa ha messo in gioco di lei come persona?

Direi tutto: l’energia, la positività, la resistenza allo stress. In particolare mi ha fatto capire il vero valore del denaro, non come mero strumento da utilizzarsi per fini consumistici, ma come remunerazione del valore personale, dell’energia che metti in quello che fai.

Secondo la sua esperienza attuale, esistono cambiamenti improvvisi o sono sempre il frutto di un lungo processo?

Direi che il cambiamento, se è davvero nostro, parte da molto lontano. È un processo di maturazione, di tensione verso un obbiettivo che abbiamo dentro, che intuiamo e non abbiamo ancora razionalizzato e portato al livello di consapevolezza.. Un po’ come ha detto Steve Jobs nel suo discorso agli studenti a Stanford: “Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita”. Nel mio piccolo e nelle piccole grandi storie dei miei clienti è questo il fattore che fa la differenza.

Il sito di Barbara Pescetto e la pagina Facebook:

www.eurek.net

www.facebook.com/pages/Eureka-il-lavoro-a-modo-tuo-Career-Counselling/142717812457797

 

A cura di Geraldine Meyer