Tutti in casa, tranne in Svezia: i motivi di questa scelta

Di Gianluca Ricci

Se anche i negazionisti più ostinati (vedi per esempio su Sinapsi zero), dopo aver tenuto duro fino all’ultimo, sono stati costretti a recedere dai loro propositi e a sciorinare lo stesso campionario di provvedimenti anti contagio adottati dalla totalità dei Paesi interessati dalla pandemia di Covid-19, la Svezia invece continua a mantenere la posizione, rifiutando di adottare le medesime iniziative che l’intera Europa ha deciso di rispettare per controllare la proliferazione del virus.

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Niente chiusure indiscriminate di negozi, bar e ristoranti, niente divieti di circolazione, niente stop alle attività sociali, ad esclusione delle università e delle scuole superiori, già peraltro attrezzate per attivarsi in modalità a distanza.

L’intera società svedese sta funzionando, unica realtà del mondo occidentale ad avere adottato questa ardita strategia, senza grosse differenze rispetto ai mesi antecedenti l’allarme sanitario.

La decisione è stata assunta dal governo, dopo numerose riunioni con gli organismi nazionali di salute pubblica: messi sui due piatti della bilancia i pro e i contro, il primo ministro non ha avuto dubbi e si è rifiutato di chiudere il Paese.

SVEZIA E COVID

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Meglio il Covid-19 che una crisi economica

Fra l’espansione dell’epidemia e la creazione delle premesse per una crisi economica senza precedenti, la scelta è stata immediata. Un’iniziativa che molti colleghi in tutto il globo hanno aspramente criticato, ma che il premier Stefan Lofven ha difeso fino all’ultimo.

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Di sicuro lui e il potente capo dell’Autorità nazionale per la sanità, Anders Tregnall, non hanno nascosto nulla ai cittadini, annunciando che inevitabilmente la diffusione del virus avrebbe comportato migliaia e migliaia di vittime, ma insistendo sul fatto che il rispetto di alcune semplici norme di comportamento avrebbe potuto attenuarne le conseguenze esattamente come altri tipi di provvedimenti adottati in tutto il mondo.

Il governo ha fiducia nel popolo svedese

A dargli quelle certezze la conoscenza delle abitudini comportamentali del suo popolo: «ragioni storiche, costituzionali e di natura politica», ha spiegato l’autorevole storico Lars Träghard.

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Meglio ha provato a giustificarlo lo scrittore e biologo Fredrik Sjöberg, sostenendo come il modello svedese si basi sostanzialmente sulla fiducia reciproca: «In generale – ha scritto – gli svedesi hanno fiducia gli uni degli altri, e nelle istituzioni: seguiamo volentieri consigli e raccomandazioni, specialmente se il primo ministro, e magari anche il re, alzano la voce. Questa fiducia rappresenta un ingente capitale, proprio come le finanze dello Stato, in parte perché nel nostro Paese la corruzione è cosa rara».

Ma non si tratta solo ed esclusivamente di fiducia.

C’è di più: la convinzione che nessuno vorrà dimostrarsi più furbo degli altri, approfittando della situazione e violando palesemente i suggerimenti dati dalle autorità.

I vaccini per le malattie infantili, per esempio, in Svezia non sono obbligatori, eppure la nazione scandinava si trova in testa alle classifiche europee per copertura: gli svedesi non devono, vogliono.

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Per la maggior parte si tratta di cittadini disciplinati: se viene raccomandato loro di limitare gli spostamenti, lo faranno indipendentemente dal fatto che sulle strade vengano o non vengano organizzati posti di blocco dalle forze dell’ordine.

La differenza è sostanziale, soprattutto in circostanze emergenziali come queste.

Scelta razionale o scelta folle?

La scelta di non chiudere baracca e burattini, imponendo all’economia del Paese uno stress inimmaginabile, è stata dettata dalla razionalità, dalla convinzione cioè che, data per certa l’impossibilità di debellare farmacologicamente il virus, il problema numero uno sarebbe stato quello di evitare che le strutture ospedaliere fossero messe in difficoltà da un numero contemporaneo ed elevato di ricoveri.

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Per questo si è deciso di continuare a vivere come se nulla fosse accaduto, lasciando che la natura facesse il suo corso.

In Svezia, tra l’altro, la maggior parte delle donne è impiegata nel settore della sanità: costringerle a casa per seguire i figli, impossibilitati ad andare a scuola, avrebbe provocato in breve tempo un crollo dell’assistenza negli ospedali e nelle case di riposo, con le conseguenze che tutti possono immaginare.

Il numero dei contagi in Svezia aumenta: i primi dubbi

Da qualche giorno il numero di contagi, di decessi e di guarigioni si tiene in linea con quello dei Paesi limitrofi, che invece hanno adottato fin dall’inizio una strategia comune a quella di tutte le altre comunità del pianeta.

Nelle ultime ore però le cifre stanno aumentando ad un ritmo che le previsioni volevano diverso: il governo e l’autorità sanitaria sono in fibrillazione e le prime crepe stanno minando certezze che pare non siano più tali.

A provocare ripensamenti è stato il bilancio dei contagi registrato a Stoccolma nell’ultima settimana, raddoppiato rispetto a quella precedente: un quadro che andrebbe a collidere con la volontà di evitare il sovraffollamento nelle strutture ospedaliere.

Ecco perché quelle certezze che all’inizio dell’epidemia sembravano granitiche stanno lasciando il posto ai primi dubbi.