Il tempio Wat Samphran (Thailandia)

Di Gianluca Ricci

Se vi si venisse catapultati senza alcun suggerimento o indicazione geografica, si potrebbe sostenere senza tema di smentita di trovarsi in un parco dei divertimenti, quelli in cui le scenografie di plastica e cartapesta fanno da sfondo ad attrazioni da brivido.

E invece ci si trova in Thailandia, più esattamente a Nakhon Pathom, nella periferia occidentale della capitale Bangkok.

E quella torre rosa alta ottanta metri intorno a cui è avvinghiato spirale dopo spirale un drago verde e rosso dalla base fino alla cima è un tempio buddista, il Wat Samphran.

Un tempio vero, con monaci veri, ricco di sculture sacre, come nella migliore delle tradizioni, anche se a prima vista lo si direbbe progettato da uno scenografo di Disneyland.

Il drago in ferro e fibra di vetro appeso sulla facciata della torre circolare nasconde fra le sue spire una lunga scalinata, anche se la scarsa manutenzione dell’edificio non consente oggi di poterla salire in tutta sicurezza.

Wat Samphran

Ma basta darci un’occhiata anche solo dall’esterno per comprendere le clamorose differenze culturali esistenti fra le nostre manifestazioni sacre e quelle del mondo orientale.

Storia Wat Samphran

Non è noto chi siano stati il progettista o il costruttore: si sa solo che è stato realizzato negli anni Ottanta del secolo scorso in seguito all’opera di proselitismo di Bhavana Buddho, un sedicente santo implicato una decina di anni fa in una sordida vicenda di molestie ai minori insieme ai suoi adepti.

Da allora la struttura ha conosciuto una lenta e inesorabile decadenza, dalla quale i monaci rimasti sono riusciti a proteggerla attraverso la sua trasformazione in attrazione turistica, nonostante siano più le guide che ne tacciono la presenza di quelle che invece ne danno testimonianza.

Ecco perché intorno ad esso sono fiorite alcune improbabili leggende, come quella secondo la quale se, lanciando una moneta nel “vaso della felicità” contenuto all’interno della coda del drago, si fa suonare il gong, ci si assicura felicità per tutto l’anno: un sistema come un altro per avvicinare fedeli e curiosi e per affascinarli grazie ad un contesto davvero spettacolare.

Esiste comunque una precisa simbologia, che consente al complesso di mantenere la sua connotazione religiosa: il drago, che diversamente dalla tradizione viene rappresentato con la testa rivolta verso l’alto anziché verso il basso, potrebbe costituire una sorta di scala che permette di ascendere alle regioni del Paradiso, alludendo alle Quattro Nobili Verità della religione buddista che sono il dolore, l’origine del dolore, la cessazione del dolore e la strada che conduce alla fine del dolore.

Per quanto riguarda la forma dell’intero complesso, poi, non ci si deve stupire più di tanto, visto che, a differenza delle religioni sviluppatesi in Occidente, il buddismo non impone rigidi precetti architettonici, come peraltro dimostra il tempio di Wat Yannawa, costruito in pieno centro a Bangkok a forma di giunca cinese.

Le leggende fiorite intorno alla figura del Buddha infatti sono tante e tali da giustificare qualsiasi tipo di manifestazione esteriore volta a celebrarne la grandezza, peculiarità sufficiente a etichettare quella religione come gioiosa e colorata, nemmeno si trattasse di un gradevole prodotto commerciale.

Realtà e apparenza, invece, vanno avvicinate e soprattutto scoperte attraverso un lungo lavoro di riflessione.

Solo così si riuscirà a capire che quello che sta davanti ai nostri occhi non è un enorme cilindro rosa attorno al quale è avvinghiato un mostro preistorico…

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