Vado a vivere in campagna

Roberta Ferraris, autrice e illustratrice, ha lasciato Milano per trasferirsi in Lunigiana e poi nell’alta Langa. Con il suo ultimo libro “Vado a vivere in campagna. Dieci regole per passare dal sogno alla realtà” Roberta ci racconta della sua esperienza. E lo fa spogliando la campagna di quell’alone retorico e falsamente bucolico con cui spesso viene dipinta.

La campagna e il vivere in campagna richiedono regole ben precise, lavoro duro e tanta umiltà. Il libro è ricco di consigli pratici come pratico deve essere lo spirito di chi ci si trasferisce. Scordiamoci un’arcadia sorridente e beata. La decisione di lasciare la città per vivere in campagna deve essere supportata da motivazioni serie e consapevoli. La terra non è li per accogliere i nostri disagi e le nostre inquietudini da cittadini stanchi. Ne parliamo con Roberta in questa bella intervista in cui si entra anche nei temi del ripopolamento delle zone abbandonate, di cosa vuol dire fare gli agricoltori e salvaguardia del territorio.

Vado a vivere in Campagna 

Buon giorno Roberta. Il suo libro sembra un brusco risveglio alla realtà. Trasferirsi in campagna non è così semplice come molti pensano. Qual è l’equivoco più frequente rispetto a questa scelta di vita?

Non si tiene mai abbastanza in conto la distanza e l’isolamento, in alcuni casi, ma soprattutto il fatto che trasferirsi in campagna per svolgere un’attività agricola non si improvvisa. Occorre mettersi in testa che si tratta di una intrapresa imprenditoriale, più difficile di altre in questo momento. È senz’altro più facile trasferirsi in una zona rurale non distante dalla città, e continuare a svolgere un lavoro cittadino o un telelavoro. In questo caso si hanno tutti i vantaggi della vita urbana, ma si è lontani dal caos, dall’inquinamento, dallo stress. A meno che la vita da pendolare non sia di per se stessa piuttosto stressante…

La cosa che mi è piaciuta di più del suo libro è che lei mette in luce la necessità della consapevolezza. La leggerezza con cui si affronta, spesso, una scelta di questo tipo, nasconde secondo lei ingenuità o arroganza da “cittadini”?

Forse entrambe le cose, ma senza dubbio mette in luce lo scollamento crescente tra la vita urbana, sempre più virtuale e sempre meno concreta, e le zone rurali, dove le persone sono più “con i piedi per terra”. Chi vive delle terra, gli agricoltori, coloro che forniscono il cibo delle nostre tavole, sono spesso invisibili, nessuno parla di loro, dei loro problemi, delle enormi difficoltà che il settore vive in questi anni. La chiamerei sindrome del “Mulino Bianco”: la televisione e la pubblicità hanno fatto passare un’immagine distorta, edulcorata, della campagna.

Vado a Vivere in Campagna

Ho apprezzato moltissimo l’elenco che lei fa dei luoghi di campagna meno popolati perché mi induce a pensare che anche dietro la scelta di un luogo spesso ci sia una sorta di mantenimento dello “status quo”. Non crede?

Quando pensa alla campagna o alla montagna, la maggior parte delle persone che vivono in città pensa alla toscana del Chianti, ai casali nelle Marche, alle immagini stereotipate e patinate che passa la pubblicità. In realtà la maggior parte degli italiani conosce pochissimo il proprio paese, e lo frequenta poco, fatte salve le località rese note dal turismo di massa. Chi conosce l’alta val Tanaro in Piemonte, o la val d’Aveto in Liguria, oppure la Carnia o le Alpi Giulie in Friuli? Non parliamo poi dell’Appennino: quanti sono stati in Aspromonte, o sulle Dolomiti lucane, o sulle dolci colline della Daunia tra Molise e Puglia? Il nostro è un paese da riscoprire, oltre che da ripopolare, laddove l’emigrazione ha portato via la gente.

Quando lei ha deciso di lasciare Milano le difficoltà di cui parla nel libro le aveva preventivate tutte? Qual è stata la sorpresa più sgradita?

Diciamo che non era proprio una sorpresa, ma la constatazione di quanto sia duro il lavoro della terra. La fatica è qualcosa a cui non siamo più abituati, e in campagna si fatica tanto, spesso senza vedere grandi risultati. Certo che quando i risultati si vedono, quando si comincia a raccogliere qualcosa nell’orto, quando si assaggiano le uova delle proprie galline, allora la soddisfazione è tanta, anche se magari in termini economici il guadagno non è remunarativo della fatica fatta. Mettiamola così: c’è chi paga per fare fatica in palestra, mentre in campagna non costa niente!

Vado a Vivere in Campagna

Leggendo il suo libro si capisce come una scelta come questa presupponga un certo modo di ragionare, non sia quindi solo un semplice anelito alla fuga. Cioè chi sogna di vivere in campagna solo per fuggire è destinato a qualche problema non proprio piccolo mi sembra

Infatti è così. Ho incontrato molte persone che hanno fatto questa scelta per fuggire a un loro disagio che aveva, evidentemente, radici più profonde. Queste persone sono in genere infelici anche in campagna. Non è un caso che io stessi tutto sommato bene anche in città. Ogni cambiamento richiede infatti un grande spirito di adattamento.

È curioso e interessante come dalle sue parole emerga che per vivere in campagna sia molto più importante lo spirito di collaborazione di quanto lo sia in città. Lo scoprire di non essere autosufficienti è un cambiamento di prospettiva profondo. Per lei come è stato?

Questa è stata una delle scoperte più belle. Si sente raccontare della chiusura mentale della gente di campagna, della diffidenza, ed è vero che c’è maggiore riserbo e semplicità. C’è meno stravaganza e più concretezza. Ma qui le persone, forse perché sono di meno, si preoccupano se non ti vedono per qualche giorno, e ti chiamano per chiedere se tutto va bene, se hai bisogno di qualcosa dal paese. Ho ricevuto in regalo piante da frutto, sementi, ortaggi, attrezzi da lavoro. Alcuni vicini hanno prestato ore di lavoro a titolo gratuito, o in cambio di un aiuto quando loro ne avessero avuto bisogno. Questa è una pratica della tradizione, naturalmente, che è rimasta.

Lei sfata anche alcuni miti e mistificazioni legati alla campagna.Come era il suo atteggiamento prima di trasferirsi?

Non avevo molti preconcetti, e poi la mia famiglia, i miei nonni erano gente di paese. Io stessa sono nata e vissuta in un piccolo paese di montagna nei primi anni dell’infanzia. Ora invece ho le idee più chiare sul rapporto città – campagna. Ritengo che la distanza tra chi vive in città e chi lavora in campagna dovrebbe ridursi, e che la città dovrebbe ridiscutere il rapporto con il territorio. Ma si tratta di un problema politico, uno di quei temi che vorremmo vedere affrontare da chi ci governa e rappresenta. Ma nessuno sembra porsi problemi come questi: cosa facciamo dei territori spopolati e abbandonati? Come aiutiamo le popolazioni che vivono nei comuni di montagna, dove vengono chiuse le scuole, dove non ci sono negozi? Diamo la banda larga solo alle città e ai centri importanti, oppure la portiamo anche nelle estreme periferie del paese? Come affrontiamo il tema della sovranità alimentare, il diritto a produrre e consumare cibi del proprio territorio? Come gestiamo il territorio, e soprattutto il paesaggio agricolo tradizionale del nostro paese, che dovrebbe essere una fonte di ricchezza per il turismo, prima industria del nostro paese?

Vado a Vivere in Campagna

Dal posto in cui vive ora come la “vede” Milano?

La vedo molto spesso, anche dal vero, perché ci vado regolarmente per il mio lavoro. Vivo in campagna, mangio i prodotti del mio orto e del mio frutteto, ma i soldi per il mutuo e le bollette li guadagno con le mie collaborazioni editoriali, un mestiere solo di poco più remunerativo di quello del contadino, a dire il vero. Trovo Milano una città caotica e sporca, come tutte o quasi le città. Trovo tristi e affannate le persone, ma francamente preferei che le città fossero meno inquinate, meno violente, più vivibili per tutti e con meno disagio sociale.

Un’ultima domanda Roberta: se dovesse definire la vita in città attualmente, con una sola parola, cosa le viene in mente?

Decadenza e fine Impero, anche se, mi rendo conto, sono immagini fortemente negative. La città dovrebbe essere comunque il centro dove nascono nuove idee, dove si dispiega la creatività, la piazza dove si dibatte e discute. Vorrei che non ci fosse questa netta contrapposizione, ma che la città fosse più verde e più umana, e che la campagna non fosse percepita solo come quella del Mulino Bianco.

Il sito di Roberta è

www.disegnonaturalistico.it

Intervista a cura di Geraldine Meyer