Paola Arcidiacono: scrittrice in giro per il mondo

A cura di Enza Petruzziello

Vent’anni trascorsi fra Europa, nord Africa e centro America. Viaggiatrice instancabile, operatrice turistica e scrittrice di racconti di viaggio. Paola Arcidiacono ha da poco pubblicato il suo romanzo “La Valigia Rossa”, in cui racconta di questi 20 anni trascorsi tra viaggi ed emozioni.

Edito da “Prova D’autore”, il libro è una raccolta di storie e ricordi: memorie di una viaggiatrice instancabile, una globe-trotter insaziabile, sempre tesa alla ricerca di luoghi nuovi che la possano appassionare. Per Paola il viaggio è confronto, ricerca e scoperta, educazione alle esperienze e crescita interiore.

Nata a Catania nel 1973, nei primi anni ‘90 si trasferisce a Parigi per approfondire gli studi presso la Sorbonne. Nella capitale francese comincia ad approcciarsi alla professione turistica che eserciterà in Europa, Nord Africa e Centro America lavorando principalmente come tour leader e guida turistica.

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Dopo anni di vivere itinerante, nel 2010 si ristabilisce in Italia e adesso vive a Taormina, dove si dedica alla scrittura ed esercita la professione di agente e consulente di viaggio. Ecco cosa ci ha raccontato.

Paola, ti sei trasferita a Parigi ad appena vent’anni. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto ad andare all’estero?

«Il desiderio spontaneo di uscire dalla gabbia del mio territorio e l’impulso di lasciarmi sedurre da curiosità e conoscenza».

Che esperienza è stata quella parigina? Penso alla qualità della vita, ai costi, alle esperienze che ti ha dato la capitale francese.

«Considero ogni esperienza sempre positiva. Nella vittoria e nella sconfitta, nei momenti di gioia e di scoperta così come di fronte a situazioni scomode o difficili, mettersi alla prova con se stessi ed a confronto con gli altri è sempre costruttivo.

Confortata dall’aiuto ricevuto ho imparato ad essere più generosa, reduce da una brutta esperienza ho imparato ad essere più prudente. A seguito del mio vivere a Parigi, così come in tanti altri luoghi, ho imparato ad affrontare con più disinvoltura l’imprevisto, perché nell’inaspettato mi sono imbattuta e ne ho goduto nella rivincita o nella sorpresa».

A Parigi inizi ad approcciarti alla professione turistica. Che cosa ti ha attratto di questo settore?

«La possibilità di incontrare culture e paesi differenti, di dare ma soprattutto di ricevere».

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Per 20 anni hai girato il mondo: sei stata in Europa, Nord Africa e Centro America lavorando principalmente come tour leader e guida turistica. Che esperienze sono state?

«Da operatrice turistica ho gioito nel far conoscere agli altri il Mondo nello stesso momento in cui m’impegnavo a conoscerlo meglio per me stessa, nelle bellezze e nei suoi valori che variano come in ogni essere umano variano umori e propositi».

Sei una vera e propria globetrotter. Egitto, Messico, Colombia, Tunisia, Spagna, sono alcuni dei paesi dove ha vissuto, osservando ogni cosa, luoghi, usanze locali, paesaggi e persone. Qual è il posto che ti è rimasto più nel cuore e perché?

«Quando arrivai in Colombia capii immediatamente che ci sarei tornata. Appena arrivata, ancor prima che cominciassi a scoprirla, quella terra mi aveva “chiamata” trasmettendomi quella gradevole sensazione già altre volte percepita e, occasionalmente, volutamente schivata: l’appartenenza. Non la sensazione di appartenenza ad un luogo, ma il desiderio di volergli appartenere, e la malinconica consapevolezza di non appartenergli.

“Colombia, el unico riesgo es que te quieras quedar” – avevo letto in un cartellone pubblicitario a Santa Marta».

Hai vissuto anche esperienze poco piacevoli, come l’attentato terroristico a Sharm el-Sheikh e la febbre suina in Messico. Come hai affrontato questi momenti?

«La notte del 23 luglio 2005 tre bombe vennero fatte esplodere a Sharm, fu un dramma per tutti, la mia angoscia per anni. BUUUM!! Un esplosione improvvisa, una deflagrazione devastante, un frastuono confuso e assordante: durò pochi secondi e spense tutto. In un attimo, senza preavviso, la mia vita cambiava e la gioia, l’amore, l’entusiasmo e la progettualità venivano improvvisamente e violentemente soppiantati dalla sensazione di vuoto e di fine. Ero stravolta, inebetita dalla paura. Lacerata dal dolore, da quell’evento che in un secondo aveva ucciso e cancellato il tempo. Rientrai in Italia qualche settimana dopo, su un volo militare predisposto dalla Farnesina per il rimpatrio degli Italiani residenti nel Sinai.

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“Non tornerò mai più” – pensavo, straziata, mentre ero in volo verso l’Italia. Non avevo più un motivo per tornare. Piangevo e non ero la sola; altri ragazzi a bordo dello stesso aereo piangevano come me, tutti in silenzio senza fare alcun commento, ognuno portava dentro di sé le proprie storie ed il proprio dolore».

Cosa hai fatto una volta in Italia?

«Rientrata in Italia, casa diventò il rifugio dove mi chiusi in me stessa per elaborare il trauma dell’attentato, rifiutandomi di condividere il mio dolore, quasi negandomi alla vita. Quello shock inaspettato, oltre a lacerarmi, mi aveva messo di fronte alla storia, al dolore e alla crudeltà, al fanatismo e all’ignoranza, alla paura e alla fatalità del destino. Non raccontai l’amarezza, il dolore, la delusione, la paura e il senso del finito che avevo dentro. Non raccontai mai il mio vero ed intimo dramma: per pudore e per proteggere le mie emozioni ed i miei ricordi. Se la mia esperienza fosse diventata una chiacchiera ne avrei sporcato il valore. Quell’evento, spezzando il tempo e sospendendo il presente, mi aveva segnato l’anima ed allontanato dalle certezze, dalle mie scelte e dai miei affetti.

Inevitabilmente avevo smesso di lavorare, ma avevo necessariamente cominciato ad allenare la forza di volontà: costringendomi a negarmi ai ricordi e ridandomi, con fatica e determinazione, alla vita. Di fronte all’arbitrarietà della morte vedevo la realtà con occhi diversi, onoravo la vita e ringraziavo Sant’Agata, sempre, per essere sopravvissuta».

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Quando hai superato questo terribile trauma?

« Dopo qualche mese repentinamente decisi di riprendere a lavorare per distrarmi dalle mie inquietudini. Il lavoro fu la mia terapia, mia madre la cura, il tempo l’apparente guarigione. Superai davvero il trauma qualche anno dopo, grazie anche all’aiuto di uno sciamano, quando l’inaspettato bussò nuovamente alla porta. Vivevo già da un paio d’anni nello Youcatan e, nell’inverno del 2009, un giorno il mio ragazzo mi disse: “Hanno cancellato il concerto dei Depeche Mode”.

Quel concerto lo aspettavamo da mesi e sarebbe stato il pretesto per andare finalmente a Città del Messico. “E perché?” – tutto avrei potuto immaginare, fuorché ciò che stava accadendo».

Paola Arcidiacono: scrittrice in giro per il mond

Che cosa stava succedendo?

«In Messico era scoppiata la gripe suina. Il governo messicano cominciò a prendere provvedimenti sempre più restrittivi. Città del Messico venne isolata e pian piano le regioni del nord. In Yucatan tutto filava come se niente fosse, quel paradiso lontano dai focolai, non avrebbe subito le vicissitudini del resto del paese, pensavano tutti.

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Ci volle tempo prima di avere chiara percezione di cosa stesse accadendo. Prima chiusero cinema e discoteche, poi i parchi a tema, le scuole e le zone archeologiche. Il traffico aereo venne rallentato e il turismo fu una delle tante vittime della pandemia. Improvvisamente ci ritrovammo senza lavoro.

Stefano rientrò in Italia ed io lasciai la cabaña di Akumal, non potevo più permettermela. Presi una stanza in un sobborgo di Playa del Carmen. Una stanza a piano terra: un materasso, un fornello elettrico, un cesso, la mia valigia rossa.

Passavo le giornate piangendo, coinvolta dalla sensazione di finito che tornava a palesarsi in me; ascoltando musica che, evocando i ricordi, mi stimolasse a piangere ancora di più. Attraverso alcune canzoni viaggiavo nella mente e nel tempo e piangevo, ridandomi a ricordi più lontani che, con calcolata determinazione, avevo sempre cercato di non evocare. Stefano mi diceva: “Vieni da me”, lo sciamano mi diceva: “Piangi”, gli altri mi dicevano: “Scappa”.

Che tipo di Paese era il Messico all’epoca?

«Il Messico era un paese con un sistema sanitario pessimo ed un altissima mortalità ospedaliera. Non ero depressa, neanche disperata, ma rassegnata all’idea che la realtà avesse smesso di essere all’altezza del sogno e, come mi aveva insegnato lo sciamano, dovevo esaurire tutte le lacrime e scaricare ogni energia per tornare a ricevere energia. Dovevo scoppiare, enfatizzando il dolore per non lasciare che il senso del finito, come era accaduto qualche anno prima, avesse la meglio su di me. Non dovevo perdere la forza vitale e per riuscirci, come diceva lo sciamano, dovevo logorarmi dentro.

Il sogno era finito, dovevo accettarlo. Salivo sul tetto della palazzina, in cui avevo affittato quella stanza triste, e gridavo: “AGUA, AIRE, TIERRA, FUEGO” – scaricavo tutte le mie tensioni e la mia ansia, cercando energia dagli elementi della natura. Alternavo momenti di sconforto a momenti di forza, e lasciavo che la mente divagasse in ricordi malinconici. Dalla terrazza sul tetto, che si affacciava su un vecchio lunapark abbandonato, guardavo i gatti randagi che prendevano il sole e pensavo: “vorrei essere uno di loro”. Loro non avevano coscienza di ciò che accadeva.

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Bisognava invece prendere coscienza della situazione, rassegnarsi all’evoluzione degli eventi ed andare via presto, prima che anche lo Yucatan, come il resto del paese, bloccasse i voli internazionali».

Quanto tempo sei rimasta a Playa del Carmen?

«Restai solo un mese a Playa ed in quelle settimane feci tutto quello si doveva fare. Riuscii a vendere il Maggiolone, che Stefano mi aveva lasciato in eredità prima di partire e, a carissimo prezzo, comprai su mercato nero un biglietto aereo per uno degli ultimi voli rimasti in piedi per l’Italia. Avevo fatto tutto, il ciclo si era concluso, ero pronta ad andar via e proprio per questo continuavo a piangere. Le ultime settimane trascorse a Playa furono tristissime. Non dissi a nessuno che sarei partita, non salutai nessuno e sparii lentamente per non creare ricordi legati a quel periodo di cui avrei voluto cancellare qualsiasi traccia. La gripe aveva messo in ginocchio buona parte del paese e tanti amici; la mia vita era inaspettatamente cambiata. Per me il destino non era più solo un sogno da inseguire, non era più solo nelle mie mani e non ne avevo più il controllo attraverso la forza di volontà. L’ineluttabilità degli eventi ancora una volta lo aveva cambiato.

Arrivai in aeroporto con la valigia rossa ed un’altra valigia piena di ricordi. Era il momento di partire. Su quel volo, come me, solo expatriates che rassegnati rientravano in Italia. Rivivevo un déjà vu, ma stavolta non piangevo. Avevo esaurito tutte le lacrime ed ero serena. Aveva ragione lo sciamano».

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Qualche mese fa hai pubblicato il tuo romanzo, “La Valigia Rossa”. Come è nata l’idea di scrivere un libro? E di che cosa parla il tuo romanzo?

«Ero rientrata in Italia nel febbraio 2020, qualche giorno prima che cominciassero a rallentare i voli con l’Asia; in quel viaggio ero stata immersa nella realtà che mi circondava e lontana da quella che mi apparteneva. Connessa col mondo il mio telefono aveva ricominciato a squillare ed i miei occhi avevano cominciato ad aprirsi. Era chiaro, la stagione lavorativa che mi preparavo ad affrontare sarebbe saltata.

“Ce ne andremo al mare” – commentavo con le amiche, per non lasciare che lo sconforto prendesse il sopravvento. Dovevo ancora incassare dei crediti 2019 e non avrei ricominciato a lavorare prima del 2021 ma: fortunatamente ero riuscita a restare altri quattro giorni a Bangkok; fortunatamente avevo incontrato uno sciamano nella mia vita; fortunatamente avevo già allenato la forza di volontà; fortunatamente la variabilità è una condizione in cui mi piace vivere.

Durante il lockdown dello scorso inverno ho deciso di provare a dare una svolta agli eventi, che così statici si erano quasi immobilizzati, e da quel momento di stasi e di paralisi ne ho preso l’unica cosa che mi potesse interessare per volgerla a mio vantaggio: il tempo.

Ho guardato l’ostacolo come l’opportunità per percorrere una nuova esperienza e ho cominciato a scrivere, riscoprendo me stessa e tornando a viaggiare attraverso racconti dove il destino si nasconde dietro un amore, un amico, un luogo o un evento inaspettato».

Il filo conduttore del racconto è la valigia rossa, un portafortuna e un amuleto. Spiegaci meglio.

«Ho contenuto per anni la mia vita in un bagaglio dove lasciavo sempre spazio per qualcosa in più, per i ricordi che raccoglievo in giro: un biglietto, un ninnolo, la sciarpa regalata da un collega, un libro preso in prestito e mai restituito, … piccoli oggetti legati a bei ricordi, a bei posti, ad amori fugaci, a belle persone. La valigia rossa è stata per anni la mia casa dove ho custodito “pezzi di vita” come amuleti preziosi. Quando la valigia stava per scoppiare preferivo abbandonare un vecchio paio di jeans o qualche maglietta che non usavo spesso, ma tenere con me i ricordi, avendo sempre subito il fascino del potere evocativo delle cose. In fondo non ho mai avuto bisogno di tanto spazio, se non di quello per la mente che ho curato, nutrito e stimolato viaggiando».

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Come sta andando la vendita del libro e come sono le opinioni di chi lo ha letto?

«Lo scopo di uno scrittore non è vendere ma piacere, arrivare all’anima del lettore, farlo viaggiare in dimensioni nuove, fargli vivere sensazioni sconosciute e farlo ritrovare nelle parole di chi scrive. I feedback sono molto positivi e ne sono soddisfatta».

Oltre a scrivere, eserciti anche la professione di agente e consulente di viaggi. Cosa significa per te il viaggio?

«Attraverso un vivere itinerante ho imparato che viaggiare non è solo partire. Il viaggio è confronto, ricerca e scoperta, educazione alle esperienze e crescita interiore. Il viaggio non è solo vedere qualcosa di nuovo, ma imparare a vedere con occhi diversi; non è solo cambiare abitudini, ma soprattutto cambiare idea. Viaggiare è sapere andare incontro al cambiamento. Una valigia aiuta, ma non basta».

Dopo venti anni di vivere itinerante, sei tornata in Italia e ora vivi a Taormina. Un ritorno alle origini. Che Italia hai trovato e perché la scelta di rientrare in patria?

«Lavorando nel turismo ho avuto la fortuna di vivere in “mete da sogno” e Taormina è una di queste. Dall’Italia andrò sicuramente via nuovamente, così come ho sempre fatto in altri luoghi in cui ho vissuto, prima di poter avere il privilegio di assuefarmi e prima di non avere più voglia di tornarci».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Continuare ad esperire e viaggiare. Lasciando che a decidere dove andare o dove restare siano le coincidenze, la bellezza dei luoghi, gli incontri fatti su strada o i racconti di esperienze fatte da chi riconosco simile a me».

 

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