Tullia: vivo ad Austin, in Texas

A cura di Maricla Pannocchia

Nella sua intervista, Tullia, originaria della provincia di Lecce, ci fa conoscere un’America un po’ diversa da quella di cui sentiamo spesso parlare. Innamorata dell’inglese e degli Stati Uniti sin da quando era piccolissima, una volta ottenuta la laurea, Tullia ha chiesto ai genitori di regalarle un viaggio in quella terra che l’affascinava così tanto. Quando è tornata in Italia, la donna si è resa conto di essere una persona diversa e ha deciso di ripartire, quella volta per trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti.

Dopo 8 anni (questo il tempo che le ci è voluto per trovare un’azienda italiana che la facesse lavorare negli USA, sponsorizzandole il visto), Tullia ha finalmente realizzato il suo sogno, e ora vive ad Austin, in Texas. Oltre a lavorare per un’azienda, Tullia è entrata sia nel mondo della pallavolo sia in quello delle traduzioni, entrando a contatto con realtà americane che, altrimenti, le sarebbero state precluse.

“Il mondo dello sport, ad esempio, è completamente diverso da quello italiano” racconta la donna, “Per dei ragazzi che sono dotati in uno sport, ma non vengono da famiglie ricche, quello può essere l’unico modo per ottenere una borsa di studio per studiare gratuitamente a un’università la cui retta sarebbe, altrimenti, proibitiva.” Tra i suoi piani per il futuro, infatti, il primo è proprio quello di guidare il figlio 13enne, che studia a casa da sempre, nella scelta di una scuola superiore “normale”, in cui poter giocare a pallavolo.

Tullia Calcagnile Austin Texas

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Ciao Tullia, raccontaci qualcosa di te. Chi sei, da dove vieni…

Sono nata in provincia di Lecce, quindi nel remoto Sud dell’Italia. Da quando ero bambina, ero affascinata dalle serie tv americane e dalla lingua inglese.

Quando e perché hai deciso di lasciare l’Italia?

Dopo la laurea in Legge alla Cattolica di Milano, ho chiesto ai miei genitori di regalarmi un viaggio negli USA. Ho vissuto per 3 mesi nella Silicon Valley, in California, un luogo che pullulava di idee e di freschezza, all’epoca. Mi affascinarono le mille lingue, razze e religioni che convivevano in un luogo in cui tutti, a colpi di sorrisi sfoderati a ogni occasione, sembravano aver trovato la propria dimensione e la propria realizzazione, personale e professionale. Tornai un’altra persona, familiari e amici facevano fatica a riconoscermi. Milano, in cui tornavo a completare il Master a cui mi ero iscritta prima di partire, mi sembrava triste, provinciale, sempre arrabbiata. A quel punto, decisi che sarei tornata in America, e stavolta per restarci.

Ora vivi negli Stati Uniti, precisamente ad Austin, in Texas. Come sei finita proprio lì?

Una volta entrata nel mondo del lavoro, ho cercato multinazionali che mi consentissero di trasferirmi lì. Avevo una laurea con lode in un’Università prestigiosa, un Master importante, non era difficile trovare lavoro ma l’obiettivo non era far carriera… era trovare quell’azienda che mi avrebbe fatta partire, sponsorizzando il visto. In Italia, la ricerca di lavoro online era solo agli inizi, quindi ci ho messo un po’… 8 anni, ma alla fine ce l’ho fatta.

So che trasferirsi negli Stati Uniti non è proprio semplicissimo. Puoi raccontarci la tua esperienza in merito?

Sono partita con la gioia di chi realizzava un sogno, quindi all’inizio tutto bellissimo. Tornavo dai miei 2 volte all’anno, all’inizio anche più spesso, perché il lavoro mi portava spesso in Italia. Rivedevo gli amici, raccontavo storie fantastiche. In America, andavo d’accordo con i colleghi, avevo trovato una squadra di pallavolo con cui giocare, mi ero fatta degli amici. Non sapevo cosa fosse la solitudine.

Come hanno reagito amici, parenti e conoscenti davanti alla tua scelta?

Sapevano che realizzavo il sogno di sempre. Erano felici per me. Ho saputo solo molto dopo che la mia migliore amica ha sofferto in maniera indicibile, quello che ha considerato un tradimento. E, con l’età, mi rendo sempre più conto di che tipo di persone fossero i miei genitori. Siamo stati sempre legatissimi, ma non mi hanno mai fatto percepire il loro dispiacere nel perdere una figlia. Non l’ho capito finché non sono diventata mamma.

Come ti sei organizzata, prima della partenza?

Nulla di particolare. L’azienda mi ha pagato un bed and breakfast per qualche tempo, poi ho trovato un appartamentino in affitto.

Avevi qualche paura o dubbio particolare? Se sì, si sono rivelati fondati?

Quando sono partita, proprio no. Ero in pieno delirio da “the world is your oyster.”

Adesso che vivi lì da un po’, c’è qualcosa che ti sarebbe piaciuto sapere appena arrivata?

Caspita! Quanto tempo ho a disposizione per rispondere?? Avrei voluto sapere tantissimo. Ad esempio, che gli Stati Uniti sono di una crudeltà devastante per chi è meno fortunato, o che la solitudine c’è eccome, quando gli altri non hanno condiviso simili esperienze nell’infanzia… la scuola, i film, le canzoni… è di una profondita’ inenarrabile. Che puoi conoscere una lingua meglio della tua, ma che certe battute ti vengono solo in italiano, e quando ti vengono non puoi condividerle con nessuno. Che crescendo, famiglia e amici mancano di più, non di meno. Che i genitori invecchiano, si ammalano e muoiono e tu non ci sei. Che i tuoi figli, cresciuti con la tua stessa idea che il luogo in cui sei nato non è quello in cui morirai, ti lasceranno a morire da sola anche loro. Non per cattiveria, eh, ma perché tu non vorrai mettergli la zavorra, come hanno fatto i tuoi con te.

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Mi hai raccontato di aver fatto molti lavori diversi. Ti va di condividere alcune delle tue esperienze lavorative con i nostri lettori?

Da quando sono arrivata negli USA, ho lavorato per aziende italiane desiderose di lanciare un prodotto nel mercato americano, e lo faccio tuttora. Quindi il mio lavoro “base” è – da quasi 20 anni ormai – quello di far crescere il business di un’azienda milanese dell’alimentare. Eppure, nell’America delle mille opportunità, ho trovato altri interessi, occupazioni, lavori, alcuni ben pagati, altri meno, che mi hanno aiutata a conoscere una miriade di realtà.

Vi starete dicendo, “Ma facci qualche esempio.” Beh, per esempio, ho scoperto che la pallavolo, la mia passione fin da bambina, qui è praticata in maniera molto diversa che in Italia. Si gioca a scuola, alle medie e alle superiori (specialmente alle superiori) in palestre che da noi sarebbero chiamati palazzetti dello sport. Scuole e famiglie investono tanti, tanti soldi nello sport perché da un lato il prestigio di giocare per la squadra della scuola è altissimo, per una famiglia. Se tuo figlio fa parte della squadra della scuola tu hai il gagliardetto all’entrata in giardino, l’adesivo sulla macchina… Da aggiungere che, nell’America dell’università, con costi da vendere un rene, lo sport assicura le agognate borse di studio. Un’università che ti fa pagare $35.000 all’anno di retta, ti fa studiare gratis se l’allenatore di un certo sport ti sceglie per la sua squadra. La conseguenza è che lo sport è una vetrina con patemi, emozioni, tensioni e magagne che con lo sport giovanile “all’italiana” hanno ben poco a che fare. Dal 2010 alleno una squadra di pallavolo e ne ho viste di tutti i colori. Esperienza fantastica perché sono “entrata” nel mondo delle famiglie americane come mai avrei potuto fare altrimenti. Esperienza angosciante perché vedi il lato più brutto della motivazione economica. Vedi razzismo, imbrogli, fumo negli occhi, corruzione e abusi di vario tipo, ai danni di adolescenti che hanno la sola colpa di essere bravi in uno sport, e di non avere famiglie miliardarie, ma anche ai danni delle famiglie stesse! C’e’ chi spende – dai 10 ai 18 anni – oltre 100.000 dollari per l’agognata borsa di studio.

Un altro settore interessantissimo in cui sono capitata quasi per gioco è quello delle traduzioni che ho iniziato a fare, in modo molto casuale, per il Consolato Italiano locale. Mi si è aperto un mondo, fatto di scambi culturali, di master all’estero, di assunzioni di americani in Italia e d’italiani in America, e il mondo ricco e molto complesso degli espatriati, e degli aspiranti cittadini. Nel 20esimo secolo oltre un milione di italiani sono emigrati all’estero alla ricerca di migliori opportunità. Il grande esodo è avvenuto più o meno tra l’unità d’Italia e il ventennio. Oggi i nipoti, i pronipoti e i bis-nipoti di quella generazione raccolgono la documentazione per farsi riconoscere la cittadinanza italiana per discendenza (c.d. jure sanguinis). C’è del romanticismo, in alcuni, paura, in altri, per l’America che verrà (le richieste di traduzioni sono esplose alla vittoria di Trump). In altri, c’è l’aspetto più pratico di trasferirsi in Europa, un giorno, e ottenere sanità gratuita e università gratuita per i propri figli. Il sogno americano è diventato, per queste persone, il sogno italiano.

Ecco come fare per andare a vivere in America: i documenti necessari e molto altro!

Come ti sei mossa per trovare un alloggio? Quali sono i prezzi medi?

Quando mi sono trasferita qui, si potevano trovare un monolocale o bilocale a $1000 il mese mentre 20 anni dopo,questi prezzi sono, ovviamente, sorpassati. Non si tratta solo del prezzo, ma della scelta di vita. In America, le zone sono profondamente diverse tra loro (non come tra Milano e Quarto Oggiaro… la forbice è molto più larga). Affitti e prezzi di acquisto delle case determinano sicurezza del vicinato (e qua si spara facile…) e la qualità delle scuole cui i figli sono iscritti, che sono assegnate in base alla residenza. Si va da scuole da film rosa a quelle con un accoltellamento al giorno, nel giro di pochi chilometri. Quindi il discorso prezzo “medio” è assai difficile, con tali estremi.

Come valuteresti servizi come la sanità, la burocrazia e i mezzi pubblici?

I mezzi pubblici sono inesistenti, salvo che per le città. Tu nei film vedi la metropolitana di New York e il Cable Car a San Francisco, o la Sopraelevata a Chicago. In mezzo, c’è il nulla. Tutto viene raggiunto in macchina, con distanze sconfinate che scoraggiano anche bici, motocicli e quant’altro.

Sulla sanità, si è scritto molto. C’era un modello: la sanità è privatizzata, ci si assicura, bisogna avere un lavoro decente che garantisce l’assicurazione. Questo modello ha portato a iper-medicalizzazione (‘tanto paga l’assicurazione’) e speculazioni – da parte delle compagnie assicuratrici – per cui ora i farmaci costano 10 volte tanto rispetto all’Europa. Le prestazioni mediche, idem. “Ma tanto sei assicurato…” Mica tanto! Le assicurazioni, che in questo panorama sono quelle che non falliscono mai (mentre falliscono ospedali, studi medici e così via), hanno come unica missione quella di NON pagare le prestazioni mediche. Quindi si appigliano a cavilli di ogni tipo, clausole scritte in caratteri piccolissimi, eccetera.

È la parte più orrenda di un mondo che conosce – invece – pochissimo la burocrazia. Banche, poste, aziende telefoniche, e in generale il mondo dei servizi è snello, funzionale, teso al risultato.

Cosa si fa, ad Austin, in ambito artistico, ricreativo e culturale?

Austin è la città della musica dal vivo, degli sport all’aperto (si è in maglietta 10 mesi all’anno), da qualche tempo del Gran Premio di formula 1, cui sono abbinati sempre dei concerti. In generale, il panorama ricreativo è affidato alla musica.

C’è una comunità d’italiani? Se sì, ne fai parte?

Conosco molti italiani sul territorio, ma non esistono eventi strutturati e organizzati tra italiani. Ogni tanto, qualcuno prende l’iniziativa e si organizza una pizzata… ma non molto di più. Gli italiani non hanno granché in comune, a parte essere italiani… ci sono differenze di età, di professionalità, di interessi. Difficile aggregarsi.

Secondo te, è facile, per un italiano, trovare lavoro o avviare un’impresa lì?

Difficilissimo, se non si ha un visto o tanti soldi. In caso contrario, le possibilità sono tante.

Come sei stata accolta dalla gente del posto?

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La mia prima esperienza in California e poi nella Costa Est, con il primo lavoro ottenuto qui, sono state positive. Sentono “Italia” e ti vogliono raccontare del loro ultimo viaggio, della bisnonna che faceva le polpette, e del loro sogno di andare in pensione in Italia. In Texas è stato un po’ diverso. Austin è multiculturale, progressista, aperta al nuovo, alla cultura, all’apporto di professionalità ma, appena si esce dalle mura della città, cowboy apertamente ostili e con pregiudizi difficili da sradicare. Se arrivi da un altro Paese, eri povero, miserabile, probabilmente un avanzo di galera. Dal 2016 (Trump) per uno straniero che vive in stati conservatori è cambiato tutto.

Ci sono dei pregiudizi sugli Stati Uniti che, ora che ci abiti, vorresti veder smantellati?

Beh sì… il fatto che gli americani siano violenti, egoisti e quant’altro. Gli americani sono generalmente cortesi, affabili, educati e rispettosi delle regole. Ci si incrocia, al parco o al supermercato, e ci si sorride. La maggior parte è contro la libera vendita delle armi e contro la pena di morte. Sono prigionieri di una politica che insegue interessi differenti e che non hanno la cultura e la forza (a volte direi anche la fame) di smantellare.

Che suggerimenti daresti ai tuoi connazionali che vorrebbero trasferirsi lì?

Devi avere un lavoro, un visto, idee chiare e tanta voglia di darti daffare nonché accettare modi di vivere che non concepiresti altrove. Se ci riesci, l’esperienza èfantastica.

E quali a chi, invece, vorrebbe visitare il Texas?

Da visitare, lasciate perdere le attrazioni e andate a guardarti una prateria infinita. Gli spazi in Texas hanno dimensioni sovrannaturali.

Potresti suggerire ai nostri lettori dei luoghi della tua zona poco conosciuti dai turisti, ma meritevoli di una visita?

Direi, soprattutto, i parchi nazionali. Le città offrono abbastanza poco a un italiano (siamo un po’ viziati dall’Europa e dalla sua storia).

Cos’hai imparato, finora, vivendo lì?

Ho imparato che ci sono tanti modi di vivere, pensare, approcciare il futuro. Questo mi manca quando vado in Italia.

Progetti futuri?

Legati a mio figlio di 13 anni che è gifted e che è homeschooled da quando e’ nato (capitolo a parte su cui posso scrivere, se volete) e che – nel cercare a una scuola superiore “normale” da frequentare – deve trovarne una dove potrebbe giocare a pallavolo. Logiche, problemi e opportunità impensabili in Italia!

Per seguire e contattare Tullia:

Facebook: Tullia Calcagnile Wiley