Exchange Student: studiare in Australia per 5 mesi

Se al liceo i viaggio-studio estivi sono all’ordine del giorno, gli scambi culturali sono già più rari. Per gli studenti di tutto il mondo la possibilità di frequentare per qualche mese la scuola in un paese straniero è sempre più abbordabile, eppure non molti ne usufruiscono e le paure più disparate frenano dall’intraprendere quella che potrebbe essere l’esperienza più importante della propria vita scolastica. Valentina Aronica, che da sempre ama viaggiare, a 16 anni decide di “buttarsi” e dopo attente ricerche prende la decisione di fare l’Exchange Studenti, frequentando per 5 mesi una scuola in Australia.

Com’è iniziato tutto?

Dunque, il tutto e’ iniziato..letteralmente per caso. Frequentando un indirizzo a potenziamento linguistico, il dipartimento di inglese e francese aveva deciso di portare la mia classe ad una lezione/conferenza dove sarebbero stati presentati dei ragazzi provenienti da diverse parti del mondo che avevano intrapreso quell’anno (il lontano 2009) sei mesi o un anno all’estero. Da lì e’ letteralmente partito tutto, perché sebbene fossi sempre stata propensa a viaggiare, partire, scoprire, in verità l’idea non era mai stata presa in considerazione per vari motivi. Tuttavia la mia determinazione e le testimonianze di ragazzi che non hanno avuto problemi a lasciarsi tutto alle spalle, mi hanno permesso di prendere una decisione tanto importante nel giro di un mese. Poi, naturalmente, non posso trascurare i miei genitori che sebbene all’inizio fossero piuttosto restii, si sono poi convinti a darmi fiducia e farmi vivere questa fantastica esperienza.

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Sei partita subito con l’idea dell’Australia o l’hai scelta dopo aver esaminato proposte diverse?

L’idea dell’Australia e’ stata davvero una delle ultime. Avendo parenti e amici in Canada e Inghilterra, la mia prima idea era quella di recarmi in una di queste due nazioni e intraprendere il percorso da privatista. La scuola tuttavia mi ha fortemente sconsigliato di farlo, soprattutto per motivi burocratici. Inoltre il Canada era troppo costoso con qualsiasi agenzia, e il Regno Unito lo conosco ormai molto bene. Dato che ero partita dal presupposto di trasferirmi in un paese anglofono, come possibili mete rimanevano l’ America e le lontanissime e sconosciutissime Nuova Zelanda e Australia. Dopo qualche ragionamento ho lasciato perdere anche l’America, perché essendo tanto grande sarei potuta finire in qualche paesino sperduto del Texas o in Alaska, esperienze che per quanto belle, di sicuro non fanno al caso mio. Lo stesso ragionamento si sarebbe potuto fare anche per l’Australia ma ero sicura che sarei stata spedita sulla costa, dato che alla fine nel deserto, che occupa circa il 20% del continente, non c’è nient’altro che sabbia.

Appena arrivata? Com’è stato?

Sono arrivata a Kirwan, un paesino confinante alla ridente cittadina di Townsville, Queensland, dopo qualcosa come 30 ore complessive di viaggio: il jet leg si e’ fatto sentire subito, e per le prime due settimane non potevo sedermi senza sentire la perenne sensazione di trovarmi su un aereo in volo. Devo dire che il mio primissimo impatto con la società australiana, ma soprattutto con la famiglia che mi ha ospitato, è stato alquanto deludente. 

Perché?

Sono stata la quarta Exchange Student che la mia famiglia ha ospitato in casa propria nello stesso periodo, poiché la scuola che ho frequentato, la Kirwan State High, è una delle prime scuole classificate al mondo riguardo a scambi culturali e simili: infatti il nostro gruppo era formato da ben 23 ragazzi. Per la famiglia e gli studenti  la situazione non era per niente nuova o diversa, ma semplicemente quotidiana amministrazione. Io un anno fa non l’avevo capito, ora lo comprendo benissimo. All’inizio quindi mi sentivo molto trascurata, soprattutto dai miei fratelli ospitanti, una ragazza di 14 anni e uno di 18, con i quali non ho mai instaurato un serio rapporto. Con l’andare del tempo invece mi sono trovata molto bene con il mio papà ospitante, Glenn, che sento ancora. Una delle cose più importanti che ho imparato in questo viaggio è che non tutto deve essere dato per scontato: essendo la nuova arrivata, mi aspettavo di essere al centro dell’attenzione di tutti. Ovviamente non è stato così e ho dovuto costruire da sola ogni singolo rapporto; credo che lo scopo principale di questi scambi culturali sia quello di imparare ad integrarsi e a socializzare.

Racconta della scuola..

A scuola, come inizialmente in casa, la situazione era alquanto complessa, e proprio il fatto che fossimo così tanti Exchange students ci ha reso più difficile l’inserimento all’interno della comunità scolastica australiana. In ogni caso, con il passare dei mesi ovviamente i rapporti con singole persone si sono fatti più stretti e sinceri.

La scuola e’ certamente l’ambiente che mi ha permesso di constatare la differenza tra la cultura italiana e quella australiana: lì la scuola si frequenta dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 15, cosa che tra parentesi non ho trovato per nulla stressante o pesante. Infatti le lezioni sono molto tranquille e poco impegnative, senza test, compiti a casa o interrogazioni, e per di più durano solo quaranta minuti! E anche le settimane prime della fine del trimestre, quelle nella quale c’e’ una maggior concentrazione di esami (sono arrivata a farne anche 4 in un giorno!) devo dire che non possono essere minimamente paragonate ad una nostra giornata impegnativa scolastica! Credo che tutto ciò sia possibile per il clima sempre amichevole che intercorre tra studenti e insegnanti, che se da un lato probabilmente e’ poco professionale, tuttavia permette agli studenti di affrontare la giornata scolastica più serenamente. Certamente il livello della scuola australiana non può essere paragonato al nostro, visto che, sebbene ci fosse la possibilità di scegliere quali classi e corsi frequentare (quindi se potenziarci in un’aera umanistica o scientifica), ciò ha spesso portato ad una situazione nella quale lo studente non frequentava altro che lezioni di educazioni fisica e carpenteria, cosa che non gli permetteva di avere una base scolastica valida come quella di altri. Proprio questo inoltre ha causato una forte separazione in gruppi, classificati ‘cool’ o ‘uncool’.

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Spiegaci meglio com’è questa divisione tra “cool” e “uncool”, che si vede in tutti i telefilm americani ambientati nelle scuole ma che per noi resta comunque una realtà lontana..

Appena arrivata è la cosa che mi ha stupito di più, soprattutto perché in Italia non c’è una distinzione così marcata tra i gruppi di studenti. Lì c’è la squadra di football con i soliti belloni della scuola, quelli dediti solo allo studio che non vengono presi molto in considerazione, ci sono le bionde finte rifatte e truccatissime che ovviamente sono le preferite dai giocatori della squadra di football.. è proprio come nei film! L’unica differenza è che si ha la divisa al posto degli abiti ultra firmati. La prima cosa che mi sono sentita dire appena arrivata è stato: “se vuoi essere cool in questa cosa devi mettere la cravatta, perché la cravatta è tornata in dopo un periodo che era stata out”. La divisione si notava soprattutto durante la ricreazione e durante il pranzo: negli spazi con i tavoli, adibiti alle pause, al centro c’erano sempre quelle più cool  mentre le meno popolari stavano nelle retrovie. Tutto si basa soprattutto su quanta educazione fisica si faccia o quali materie si scelgano. Più sport si fanno, più si è popolari, più matematica o chimica si studiano, più si è emarginati: come nei film, i più studiosi e intelligenti vengono screditati.

Come ti sei trovata con la lingua?

Non ho trovato molte difficoltà all’inizio, mentre ne ho avute tantissime dopo! Infatti appena arrivata parlavo senza pensare troppo, ma quando mi sono inserita davvero nella comunità e ho iniziato addirittura anche a sognare in inglese, ho cominciato a rendermi conto di tutti gli errori che facevo nel parlare e quindi succedeva spesso e volentieri che mi fermavo nel bel mezzo di una frase perché mi accorgevo di star facendo degli errori, e la riformulavo tutta daccapo. Se non avevo difficoltà a seguire i professori, ho avuto invece dei problemi a capire i ragazzi quando parlavano tra di loro, perché usano moltissimo lo slang. I primi giorni non capivo praticamente nulla, ma dopo qualche tempo comunque  si impara, e l’unico problema rimane appunto quello di riuscire a esprimersi il più correttamente possibile.

Come sono gli australiani?

Sono le persone più rilassate sulla faccia della terra! Lavorano, tornano a casa verso le quattro, si piazzano davanti alla televisione o in giardino a prendere il sole. Passano le domeniche a fare barbecue, vanno in spiaggia o stanno in piscina, perché tutti ne hanno una. L’unica cosa spiacevole che ho notato, è la loro insofferenza verso gli aborigeni. Sono molto infastiditi dalla loro presenza, dicono che non lavorano, delinquono, puzzano.. tutte cose che si dicono qui in Italia quando si parla degli extracomunitari. I bianchi sono convinti di essere la parte migliore dell’Australia, mentre gli aborigeni ne rappresentano il degrado. A scuola c’è addirittura la comunità separata degli aborigeni, che hanno i loro rappresentanti, le ore adibite ai loro balli e addirittura le loro divise speciali, magliette con scritto Aboriginal Community e un disegno tribale.

Gli aborigeni sono emarginati anche fuori dalla scuola?

Sì, sono separati: ci sono quartieri di bianchi e quartieri di aborigeni. Spesso non potevo uscire la sera perché i miei genitori ospitanti non sapevano dove avevo intenzione di andare e avevano paura che finissi in un quartiere aborigeno e che quindi mi succedesse qualcosa.

Come sono le città?

Tutte su un piano, a parte le grandi metropoli. Ci sono zone tutte verdi, altre tutte rosse, come per il deserto. Nelle città non ci sono quei palazzoni orribili che abbiamo in Italia, ma solo villette a schiera ognuna con il proprio giardinetto, la barca davanti e la piscina dietro.

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Il cibo?

Stendiamo un velo pietoso! La prima cosa che mi hanno proposto è stato chicken pasta, il loro piatto preferito: spaghetti scotti con sfilaccetti interi di pollo. Rivoltante! Dopo poco ho iniziato a cucinare da sola le mie cose, e a pranzo risolvevo la questione con un panino. Nella mia famiglia ospitante ho introdotto l’insalata, perché quasi non sapevano cosa fosse.

In Australia, dopo 5 mesi, ti eri rifatta una vita. Com’è stato dover lasciare tutto ciò che ti eri costruita così faticosamente?

Duro. Mi è dispiaciuto soprattutto lasciare Carlotta, un’altra Exchange Student con cui avevo legato molto, e il mio padre ospitante. Con loro ho imparato e condiviso molto, sono stati una parte importante della mia vita. L’Australia mi è subito mancata, con i suoi ritmi così rilassati e così diversi da quelli frenetici europei. Per me che, prima di partire ero davvero stufa dell’Italia, quei 5 mesi sono stati un toccasana.

Un’altra cosa dura è stata tornare alla vita di tutti i giorni, dopo che in Australia mi ero costruita una vita completamente diversa. Dato che là nessuno mi conosceva, mi sono potuta presentare e porre in modo differente. Ho provato ad eliminare i miei difetti, primo tra tutti l’insicurezza, e per quei cinque mesi sono stata una persona diversa, più spavalda e sicura. Anche perché se qua in Italia si viene molto criticati, per esempio, per il modo di vestire, in Australia questo non succede mai. Complice di questo fatto è anche la divisa che si deve obbligatoriamente mettere quando si frequenta la scuola: a parte essere estremamente comoda, rende davvero i ragazzi tutti uguali e non ci si sente discriminati o presi in giro per i vestiti che si indossano.

Quindi lo consiglieresti a chiunque ne abbia la possibilità?

Di sicuro. Anche se all’inizio si ha paura di non farcela, di non avere il coraggio di lasciare genitori e amici. Una volta arrivati, ci si costruisce una vita in ogni caso. Ed è una cosa che ti cambia sul serio.

La mail di Valentina:

vale.aro@libero.it

A cura di Giulia Rinchetti