Vivere all’estero ti cambia: la storia di Elisa, studentessa e hostess a Parigi

Vivere all’estero ti cambia. Ti insegna ad apprezzare quel che si lascia. Ti aiuta ad ampliare gli orizzonti. Ti insegna a credere in te stesso. Ti spinge a non dar retta a chi ti diceva che non ce l’avresti fatta e che sarebbe stato impossibile studiare e lavorare in un Paese straniero. Di questo cambiamento ne è testimone Elisa che, dopo aver conseguito la laurea in Italia, ha deciso di iscriversi alla specialistica a Parigi, in un Paese che le ha offerto la possibilità di continuare i suoi studi lavorando e che le ha offerto la stabilità economica che a Roma non aveva. Oggi Elena, oltre a proseguire gli studi, da più di un anno lavora per un’agenzia di hotesses d’accueil. Finalmente la sua vita è serena e grazie al lavoro, riesce ad essere indipendente così da non pesare economicamente sulla sua famiglia come le accadeva quando viveva in Italia.

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Elisa, quando e perché hai deciso di trasferirti a Parigi?

Ci sono diversi motivi per cui ho deciso di trasferirmi e per cui ho scelto la capitale francese: in primis, Parigi è sempre stata la città dei miei sogni, ci avevo trascorso un mese nell’estate del 2007, a 18 anni, e me ne ero innamorata.
Il secondo motivo è che, nell’autunno 2012, stavo per laurearmi e avevo voglia di fare un’esperienza all’estero. Tuttavia vivevo già da un anno con il mio ragazzo a Roma e quindi l’idea di fare un erasmus era molto improbabile, per ragioni soprattutto economiche. Inoltre, la prospettiva di rimanere in Italia lavorando senza un contratto fisso, senza assicurazioni di alcun tipo, vivendo alla giornata, era molto poco allettante e ci aveva stufato. Quindi siamo partiti.

Qual è il tuo primo ricordo del posto? La cosa che più ti ha colpito all’arrivo?

Il mio primo ricordo di Parigi è la metropolitana e il suo odore. Non parlo di puzza, parlo dell’odore della metro di Parigi. Lo riconoscerei tra mille. Quando torno da un viaggio e salgo in metro, allora sì, so che sono a Parigi.

Cosa puoi dirci del sistema universitario francese? In cosa differisce da quello italiano?

Mi sono iscritta alla specialistica, quindi parlerò solo di questa: innanzitutto ci sono molti meno corsi da seguire rispetto all’Italia, almeno per quanto riguarda l’indirizzo di ricerca. Si incentra tutto sulla tesi, di cui bisogna scegliere l’argomento prima di iscriversi (un vero choc). I professori sono reperibili su appuntamento, non su ricevimento settimanale, il che evita inutili ore di attesa fuori dal loro ufficio. Il mio corso di laurea si basa tutto sulla tesi, i professori danno delle indicazioni, ma non correggono capitolo per capitolo come avviene in Italia e questo mi ha spiazzata, soprattutto perché non riuscivo a capire cosa volessero esattamente. Poi, le tasse universitarie non variano in base al reddito, c’è un montante fisso da pagare ogni anno di circa 250€ per tutti, eventualmente rateizzabili, che comprende accesso alle biblioteche, wifi libero in tutte le strutture universitarie e altri servizi. Inoltre consente agevolazioni, ad esempio, sull’abbonamento ai mezzi di trasporto. Last but not least, la votazione: qui i voti vanno da 10 (la sufficienza) a, 20 ma è impossibile arrivare al 20 (e non esiste la lode), perché nelle facoltà umanistiche, se si è fatto proprio un buon lavoro, al massimo puoi prendere un 18. Confesso di non averci ancora capito niente.

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Vivere all’estero per uno studente comporta sicuramente delle spese, come riesci a sostenerle?

Sono arrivata a Parigi con i curricula già redatti in francese e stampati: sapevo che sarebbe stato impossibile sostenere le spese della vita qui senza lavoro. Fortunatamente ho trovato un impiego in tempi brevissimi e da più di un anno ormai lavoro per un’agenzia di hotesses d’accueil (avete presente la signorina della reception che sorride sempre?). Nel mio caso ricopro la funzione di segretaria per una casa di alta moda maschile e mi occupo di tante cose, non solo dell’accoglienza dei visitatori, ma anche degli ordini di forniture da ufficio e delle prenotazioni dei viaggi, che è la cosa che mi entusiasma di più. Mi sono subito trovata bene con i miei colleghi ed ho la fortuna di lavorare in un ambiente sereno. Per me è molto importante essere indipendente e il lavoro mi consente di non dover pesare sulla mia famiglia.

Come sei riuscita a trovare lavoro? Quali sono i canali giusti? Ci sono dei siti specifici, delle agenzie, raccontaci un po’…

Come in Italia c’è un po’ di tutto. Il mio primo impiego, come commessa in un negozio di scarpe, l’ho trovato lasciando il CV in un negozio che aveva esposto l’annuncio in vetrina. La funzione che ricopro ora l’ho trovata via internet: sia io che il mio compagno abbiamo trovato vari siti su cui registrare il CV e che permettono poi di essere ricontattati dalle aziende. O semplicemente si deve perdere tempo a spulciare tra gli annunci per trovare qualcosa di interessante. Segnalo un paio di siti che si sono rivelati particolarmente utili, ParisJob e Indeed. Per gli studenti ci sono tante soluzioni: ci sono stages (quasi tutti retribuiti circa 400€ al mese), contratti di alternanza (ovvero, lo studente si alterna tra una o due settimane al mese di scuola/università e il resto del tempo lavora in un’azienda convenzionata) e molti contratti part-time. Se proprio non si trova nulla, si può fare l’iscrizione al pole emploi, l’ufficio di collocamento, che ti aiuta a trovare un impiego. A Parigi il lavoro c’è, ma occorre ricordare che ci sono anche tante persone che cercano e che non è l’Eldorado, bisogna sapersi adattare, soprattutto all’inizio.

E per quanto riguarda la ricerca di un alloggio? Hai incontrato difficoltà?

Per trovare la casa in cui abito ho avuto molta fortuna. A Parigi è difficile trovare un alloggio, i proprietari domandano spesso garanzie impossibili da avere se ci si è appena trasferiti, come un contratto di lavoro a tempo indeterminato con stipendio due o tre volte superiore all’importo che bisogna pagare o un garante francese. Il nostro proprietario di casa per fortuna è un expat italiano, che ha capito la nostra situazione e ci ha dato fiducia.

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Cosa ti ha offerto Parigi che in Italia ti mancava?

Parigi mi ha offerto la possibilità di continuare i miei studi lavorando, mi ha dato la stabilità economica che a Roma non avevo e che mi permette di essere serena. Mantenersi da soli all’università, in Italia, è davvero difficile, almeno per quel che mi riguarda. Né io né il mio ragazzo avevamo un impiego stabile e ogni mese avevamo paura di non avere i soldi per pagare l’affitto. Non riuscivo a vivere cosi, con i genitori che ci aiutavano economicamente e avevano paura che non arrivassimo alla fine del mese. I soldi che ci hanno dato li abbiamo messi tutti da parte per venire a Parigi e affrontare le spese iniziali, ma vivere con il poco che guadagnavamo, nell’incertezza, è stato davvero molto stressante.

Secondo te quanto e in cosa aiuta e ti cambia un’esperienza di vita all’estero?

Sarà banale, ma aiuta ad ampliare gli orizzonti, davvero. Doversi adattare ad una cultura diversa, seppur simile, è una sfida. Ti cambia sicuramente, la maggior parte delle volte in meglio. Vedo le cose con più maturità da quando sono in Francia, il che è sicuramente dovuto all’età di “crescita” che ancora sto vivendo, ma anche al fatto che quando sei lontana dal mondo al quale sei abituata, devi cavartela da sola. Ti cambia nel modo in cui vedi le cose, ti insegna ad apprezzare di più quello che hai lasciato e quello che hai costruito. E a non dar retta a chi ti diceva che non ce l’avresti fatta, che era impossibile studiare e lavorare in un Paese straniero. Ti insegna a credere in te stessa, perché se vuoi puoi, basta impegnarsi ed essere forti.

Emotivamente cosa ha significato per te questo trasferimento?

Emotivamente i primi mesi sono stati devastanti. Ho sofferto tanto la solitudine, pur avendo il mio compagno accanto a me, mi mancavano gli amici con cui sono cresciuta, mi mancava il fatto che mi venissero a trovare, i the con le mie amiche il pomeriggio, le passeggiate e le serate insieme. Le prime volte che sono tornata a Roma, ho passato giornate intere a piangere e non sono una persona che si lascia facilmente andare a questo tipo di emozioni. Ma poi ho capito che anche se lontane, le persone che mi amano rimarranno comunque al mio fianco, sempre. Mantengo quotidianamente i contatti con almeno 20 persone tra amici e parenti: grazie alla tecnologia, posso prendere il the su skype con le mie amiche, perché anche loro non smettono mai di spostarsi e abbiamo imparato a fare shopping insieme su watsapp, inviandoci le foto. Non sarà lo stesso ma ci aiuta a rimanere vicine.

Parigi sicuramente è una città meravigliosa sotto molti punti di vista. Quali pensi che siano gli aspetti che inizialmente possono mettere in difficoltà?

L’aspetto burocratico è forse lo scoglio più difficile: ad esempio, non si può aprire un conto in banca se non si ha un domicilio, ma non si può avere un domicilio se non si ha un conto in banca. Poi, per le cure mediche, serve la tessera sanitaria francese, che si può richiedere solo quando si hanno almeno tre mesi di buste paga. Ci vuole un po’ di tempo e tanta pazienza per riuscire a fare tutto, ma alla fine ce la si fa.

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Come si vive a Parigi?

Parigi è una città bellissima e offre tantissimo a chi ci abita: come in tutti i grandi centri, ce n’é davvero per tutti i gusti. L’altra faccia della medaglia è che Parigi è molto cara: gli affitti sono altissimi e cosi anche il costo degli alimenti. A suo favore va detto che la media degli stipendi francesi è proporzionata al costo della vita, ad esempio il minimo orario, chiamato SMIC, è 7.39€ netti e con un po’ di astuzia si riesce a risparmiare qualcosina, per esempio andando al mercato piuttosto che al supermercato, ma le uscite restano piuttosto care, come l’abbonamento ai mezzi di trasporto. La qualità della vita pero è molto alta e ci sono tantissimi stimoli culturali, spettacoli, iniziative sociali, concerti, teatri, etc… non c’é possibilità di annoiarsi! E’ una città sempre in movimento e ci sono tantissime cose da fare. E’ stimolante avere sempre l’imbarazzo della scelta, molti spettacoli e iniziative sono gratuite e all’aperto, quindi soprattutto nella bella stagione, capita di imbattersi per caso. Per chi ha meno di 26 anni tutti i musei sono gratuiti: questo, almeno per me, vuol dire andare molto spesso a caccia di opere d’arte, anche più volte nello stesso museo; ad esempio il Louvre è talmente grande che ci vuole almeno una settimana per vedere tutto. Comparando Parigi con Roma, i mezzi di trasporto sono eccezionali, funzionano benissimo, con la metro in 40 minuti si può arrivare ovunque. Se non si ha voglia di chiudersi nella metropolitane all’ora di punta o di aspettare 10 minuti l’autobus notturno, si possono prendere le bici a noleggio Velib (costo di un abbonamento annuale 30€): ne prendi una alla stazione più vicina (in media ogni 300 m ce n’é una) e poi la lasci nella stazione più vicina alla tua meta, dopo una bella pedalata. Questo sistema permette di restar fuori fino a tardi anche a chi non dispone di un mezzo di trasporto privato, con la sicurezza di poter comunque tornare a casa. Di contro, a parte che è una città cara, c’è il fattore meteorologico: io sono romana e sono abituata ad estati afose e al sole anche in inverno. Qui le giornate di sole sono poche e la luce è molto più grigia di quella a cui ero abituata in Italia: ma è la sua luce e si impara ad apprezzarla.

Come è stato il tuo approccio al mondo lavorativo parigino? E soprattutto, in base alla tua esperienza, qual è l’atteggiamento giusto per affrontarlo al meglio? Cosa non andrebbe assolutamente sottovalutato?

Confesso che all’inizio è stato piuttosto difficile lavorare in francese, mi ci voleva tantissima concentrazione, soprattutto nelle conversazioni telefoniche. Nel mio ufficio si parlano quotidianamente tre lingue: italiano, francese e inglese e mi ci è voluto del tempo per imparare a cambiare lingua ogni cinque minuti. Però bisogna restare positivi, prendere coscienza del fatto che si è stranieri e non c’é nulla di strano a non capire cosa ci stanno dicendo: non bisogna mai vergognarsi a chiedere chiarimenti, di chiedere all’interlocutore di ripetere o di fare lo spelling delle parole. Capita anche di non conoscere una parola, nel qual caso, piuttosto che fare una gaffe, è meglio essere sinceri e domandare; in Francia ci sono tanti immigrati e tanti figli di immigrati, forse è per questo che raramente ho trovato persone scortesi quando ho chiesto delucidazioni.  Da non sottovalutare direi il livello delle prestazioni: non basta dire di saper fare una cosa se poi non sai farla davvero. Qui ti mandano via senza troppi complimenti. Per la mia esperienza vedo che l’efficienza e l’impegno sono ripagati, ma chi non lavora viene licenziato, indipendentemente dal contratto a tempo indeterminato.

Come sono i rapporti interpersonali con i francesi?

Ovviamente dipende dalle persone e non si può fare di tutta l’erba un fascio: ho trovato amici francesi come non francesi, tutto sta nell’incontrare persone affini. Per quanto riguarda i professori, i compagni di studi e i colleghi, sono sempre stati tutti gentilissimi con me e non mi hanno mai fatto pesare il fatto di avere ancora problemi ad esprimermi.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto già programmando di ripartire alla volta del Canada il prossimo anno, perché la scuola che frequenta il mio ragazzo gli ha proposto di fare un master a Montreal in una struttura gemellata e abbiamo deciso di approfittarne per imparare meglio l’inglese e vedere come si vive oltreoceano. Sono molto curiosa di sapere come andrà, dove vivremo e cosa faremo alla fine di questi anni di formazione, vi terrò aggiornati!

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www.arttrip.it

A cura di Nicole Cascione