Vivere a Fukuoka (Giappone): la storia di Leonardo

Mi trovo in Giappone, nel sud (o meglio nell’ovest, come più giustamente indicato dai giapponesi, considerando la disposizione geografica dell’arcipelago giapponese secondo i punti cardinali) da sei anni. Vivo e lavoro a Fukuoka capoluogo di una provincia e/o regione (i parametri topografici e geografici italiani non corrispondono precisamente ne’ tanto meno il toponimo derivato dall’inglese “prefecture” ha per noi italiani un senso nel nostro modo di identificare una zona geografica).

Fukuoka e’ la città più vicina al “continente”; da sempre in stretti rapporti con Cina e Corea, nonché punto di approdo e irradiazione delle missioni provenienti dall’Europa (oggi come in passato). Tutto il sud/ovest e’ culturalmente ricco, tanto che molti studiosi hanno cominciato a identificare nella zona uno dei fulcri, fondamentali, dello sviluppo della “Civiltà” giapponese. Fukuoka e’ un centro non troppo grande, con poco più di un milione e cinquecentomila abitanti, una città a misura d’uomo con molti pregi a suo favore: primi fra tutti la qualità della vita e la positività della gente.

Ho scelto di vivere qui per diversi motivi: agli inizi per approfondire i miei studi universitari, derivati da una passione del tutto personale e “antica” per l’Estremo Oriente nella sua interezza (e in modo particolare per la Cina, “madre” della Cultura dell’Estremo Oriente come lo fu la Grecia Classica per l’Occidente) sin da bambino. Poi, per i legami affettivi: la mia compagna e’ infatti nata e cresciuta qui. Altro particolare non indifferente certo, che mi ha permesso di rimanere e per il quale voglio rimanere a Fukuoka, e’ il lavoro che ho scelto . Mi e’ stata data occasione di fare la promozione della lingua e della cultura del mio Paese. Non ultimo aspetto che, come già accennato, mi ha portato a decidere con convinzione di restare, è la dimensione umana del vivere e la sensibilità della gente di Fukuoka.

Fukuoka

Come molte altre citta’ del Giappone, Hakata (il nome piu’ antico della zona di Fukuoka) non offre una visione “spettacolare” di se’ stessa. Se provenite da capitali“storiche” come Roma o Parigi, l’impatto sarà piuttosto deludente. Per me è stato un grosso trauma e continua ad esserlo. Vi accorgereste infatti, facendo turismo da queste parti o sfogliando dei dépliant informativi sulla città che, di “monumentale”. c’e’ ben poco da fruire. Nel Kyushu e in generale in tutto il Giappone, si e’ perso molto dell’antico, a causa delle calamità naturali (incendi, terremoti e tifoni, per capirci) dei bombardamenti americani (quest’ultimo un buon alibi utilizzato spesso da molti per giustificare i risultati devastanti di una politica edile spesso priva di logica) e non ultimo in seguito a un’urbanizzazione talvolta scellerata e fuori controllo che ha vessato – e anche oggi funesta e fa “vittime” – molti centri in Giappone.

Fukuoka, Shofukuji, il padiglione Sanmon si riflette nelle acque di un piccolo stagno

Italiani in Giappone

Da queste parti ne girano pochi. Non esiste una comunità vera e propria e forse e’ meglio cosi. Posso dire che, in sei anni, molti degli italiani che hanno raggiunto la “nostra città” e con i quali alla fine sono entrato in contatto più o meno direttamente e in modo informale, mi hanno lasciato spesso interdetto. Businessman, studenti e turisti (quest’ultimi purtroppo ancora rari). Una serie di tipologie poi riscontrabili in qualsiasi altra parte del mondo: disperati in cerca di fortuna e quindi spesso impostori (molti), venditori di fumo, addirittura terroristi indagati per la strage di Bologna e ancora a piede libero. Per non parlare poi – senza certo accostarli ai malfattori appena citati, ma pur sempre con i loro “peccati” da espiare – i nostri connazionali piu’ famosi in Giappone, quelli parassitariamente impiegati alla reti televisive pubbliche (alla NHK, una sorta di Rai giapponese) sulle spalle cioè di tutti noi che qui paghiamo il canone. Da mettersi le mani tra i capelli per lo spettacolo che propongono di sé e per la visione artefatta e penosa dell’Italia, degli italiani e anche della lingua italiana che, attraverso loro, arriva agli occhi dei giapponesi. Se in Giappone esistono degli stereotipi sugli italiani, dei quali vergognarsi, lo dobbiamo molto anche a loro.

A parte alcune conoscenze che ho maturato con altri italiani qui a Fukuoka, persone preziose anche per una immagine piu’ equilibrata e profonda dell’Italia, non posso dire che mi abbia fatto poi tanto piacere, fino ad oggi, ricevere le visite della maggior parte dei miei connazionali, gente spesso capitata qui solo per uno strano caso.

Per non parlare poi delle notizie che arrivano, attraverso i media, dell’Italia: turismo truffaldino, fino all’eco-mafia o quant’altro.

Premesso che sono fermamente convinto che allo stato attuale non esista un Paese perfetto e che non ce ne sia uno migliore di un altro, il Giappone in questo senso ha però molte caratteristiche a suo favore.

Fukuoka, Akarenga - il Palazzo della Cultura epoca Meiji

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La cortesia dei giapponesi

Mi sento dire spesso da amici giapponesi “voi italiani avete una pazienza infinita”. Quando qui in Giappone mi trovo infatti in un ufficio pubblico o privato che sia, ripenso sovente a questa frase e sorrido fra me. Quando entro davanti a me si para subito qualcuno dello staff pronto a darmi informazioni o ad aiutarmi nel percorso di una pratica, nel richiedere un documento o semplicemente per supportarmi o addirittura prevenirmi per qualsiasi mia richiesta di aiuto. In questo senso, anche in Italia, devo dire che ultimamente con l’arrivo delle nuove generazioni e’ cambiato molto, in meglio. Il personale impiegato negli uffici pubblici o anche negli esercizi privati, e’ decisamente (e in generale) più volitivo, gentile e ben disposto verso i propri clienti rispetto al passato. Spesso poi – parlando in prima persona- utilizzando un approccio diverso da quello “standard” dei miei connazionali, offrendo “gentilezza” anche soltanto per chiedere un’informazione in un ufficio postale, in una stazione o in un albergo, mi accorgo che si sviluppa spesso una reazione strana, direi “inedita”, nell’interlocutore italiano. In Giappone e a contatto con i giapponesi ho capito che noi italiani non siamo più abituati alla “cortesia”, ad utilizzare con naturalezza, senza sentirci in qualche modo prostrati, parole come “grazie” o “scusa”. Tutto ciò non e’ per i giapponesi, come spesso si insinua in Occidente, soltanto una serie di formule vuote e di cortesia; sono invece strumenti “vivi”, desiderio “normale” e comune di un quieto vivere, di un’armonia spontanea, di un più facile e meno traumatico relazionarsi con l’altro da sé. Tutto ciò e’ più in generale alla base della mentalità, per niente coatta, dei giapponesi. Questo modus sentiendi mi ha dato molto e me ne accorgo proprio quando torno in Italia, dove la cortesia e’, invece, spesso assente nella vita di tutti i giorni. Parlare perciò di mero formalismo non e’ soltanto uno stereotipo fuori moda (quando Barzini all’inizio del secolo scorso nei suoi scritti ci descriveva già un Giappone “altro”), ma anche un atteggiamento mentale, direi quasi razzista, astratto, totalmente fuori dalla realtà. sociale dei giapponesi.

Geisha

E su questa linea sfoltirei quindi tutti i discorsi, di una banalità e di una superficialità disarmante, quali quelli spesso citati, come ad esempio il concetto del tutto europeo di geisha (= “donna sottomessa”, nel migliore dei casi, o ancor peggio sinonimo di “puttana”). Del tutto fuori strada rispetto al concetto originario del termine e’ vittima di un’interpretazione praticamente antistorica: geisha in origine indicava infatti una persona capace nelle arti; un intrattenitore “uomo”, musicista e cantore. Escludo anche quegli scontati parallelismi, in larga parte incongruenti, tra mafia nostrana e yakuza. Tanti i preconcetti sui giapponesi, derivati da certe strumentalizzazioni, pensate e sfruttate talvolta solo per divertimento. Tutto generato a mio parere un po’ per disinformazione, altre volte per becero e mal celato senso di superiorità. Quante volte mi sono sentito dire in Italia anche da persone di una certa maturità e – credevo – di un certo livello “… ma vuoi mettere come si sta in Italia?!”.

Yamaga, Yamaga Tooroo, Danza delle Lanterne. fukuoka

Tokyo non è il Giappone

Il discorso relativo alle abitazioni e’ legato anch’esso ad un’altra serie di luoghi comuni da sfatare: primo motivo, la diversità morfologica e funzionale tra citta’ e citta’. E’ chiaro che se un visitatore dall’Italia, come primo ingresso in Giappone, sceglie come meta Tokyo (cosa che ho ben evitato di fare dieci anni fa, la mia prima volta in Giappone) l’idea che avrà di questa città sarà quella più o meno di una megalopoli caotica (mai disordinata quanto Roma, Parigi o Londra!) sovraffollata, mai quieta. I suoi abitanti, delle persone che sembrano calate soltanto in una dimensione quasi disumana e fantascientifica del lavoro, mai paghi nel correre e poi affollarsi in una infinita serie di tipologie di luoghi di intrattenimento, per tornare infine, in orari improbabili, alle loro microabitazioni. Ma Tokyo non e’ esattamente cosi, o forse lo e’ solo in parte. In ogni caso non rappresenta il Giappone nella sua totalità.

Nara imperdibile!

La prima volta che sono venuto in Giappone, circa dieci anni fa, sono arrivato in nave a Kobe, dalla Cina. Tre giorni di viaggio, solo, con diversi problemi di salute dovuti ad una permanenza “selvaggia” e un poco sofferta a Pechino (era la prima volta che soggiornavo in un Paese non occidentale). In quell’occasione, accompagnato in Giappone dalla mia fidanzata, ho visitato Kyoto e poi la “sublime“ Nara. Se Kyoto, “la Citta’ Eterna” del Giappone, spesso la si paragona a Firenze, Nara potrebbe invece essere accostata ad una città italiana che affonda le proprie radici nella Cultura ellenistica, o anche ad una provincia dell’Etruria. Una città ancora poco aggredita dalla cementificazione selvaggia dei “palazzinari”. Forse perché, come la maggior parte dei centri ai quali e’ stata riconosciuta un’importanza storica e culturale, e’ protetta da un piano regolatore ben ragionato. Io consiglio sempre questa città.

 

Nara Giappone fukuoka

Vacanze ad Okinawa

In alternativa poi al turismo di massa, concentrato su Tokyo e Kyoto, prospetterei una meta forse un po’ bizzarra e fuori rotta. Qualcosa che un “vacanziere” italiano medio, quelli del tipo “un’estate in Sardegna l’anno dopo in Puglia”, certo apprezzerebbe: Okinawa. Probabilmente il mare piu’ bello del Giappone; la sua parte, a mio avviso, più esotica e fuori da ogni schema. C’e’ chi scherzando, tra i giapponesi, si permette di dire “Okinawa non e’ Giappone” (una mezza verità, nel bene e nel male). I dialetti, o meglio la lingua, di questo microarcipelago sono molto diversi dal giapponese considerato lingua nazionale (diciamo il dialetto di Tokyo) o anche da altre forme dialettali più vicine tra loro parlate nel resto del Paese. Anche da un punto di vista storico, antropologico direi, Okinawa ha sempre vissuto una storia a sé, lontana dalle vicende del Giappone feudale; fino alla sua fagocitazione e ai drammatici esiti del suo coinvolgimento nell’ultima guerra, subendo ancor oggi gli effetti vessatori dell’occupazione americana. Per questa serie di motivi e per molti altri comuni mi verrebbe di accostare Okinawa ad una nostra Sardegna, entrambi con tutte le loro maravigliose particolarita’.E poi certamente il Kyushu, con i suoi mille piccoli e grandi centri (Dazaifu, Akizuki, Hoshinomura, Kitsuki, Mojiko, Kagoshima, Kumamoto, Nagasaki, Chiran etc.) le sue stazioni termali (Yufuin, Kurokawa) i suoi vulcani (Sakurajima, Aso) la Natura (Le Novantanove Isole a Sasebo, Amakusa, Satomisaki, la zona intorno al piccolo Fuji di Ibusuki etc.) i festival tradizionali (il Gion di Yamagasa a Fukuoka, l’Okunchi di Karatsu, il Tooroo di Yamaga) l’archeologia industriale Meiji o quella antica che ancora rimane, a tratti, nelle città del Kyushu o sempre più spesso nascosta nelle loro viscere, ancora semisepolta e protetta intorno ad esse.

Cosa adoro di questo Paese?

Sempre rimanendo a “casa mia” e rivolgendo il mio pensiero a Fukuoka e al Kyushu, direi, ripetendomi, la gente: bellissima per la loro indole almeno quanto per il loro aspetto.

Le donne e gli uomini, di un fascino mai volgare, attraverso tutte le età. Probabilmente una di quelle particolarità questa, che il Kyushu può vantare, storicamente e in generale, su altre zone del Paese, vista la mescolanza di razze locali con altre continentali, migrate in passato dal sud est asiatico, o provenienti dall’Europa.

La visione della spiritualità, della “religione”, della propria metafisica, lontane da quella negativita’ opulenta e castrante nei suoi esempi piu’ degradati e degradanti (gli integralismi di tutti i tipi di credo) della religiosita’ del mondo occidentale.

La purezza di fondo delle persone e la fedelta’ inconscia alle regole del quieto vivere. Cose che, anche dopo il contatto con i “barbari”, “gli uomini di fuori” (noi europei) non si sono corrotte.

E poi certamente la Cultura e in particolare l’Arte, nelle sue diverse espressioni e nelle sue diverse età. Amo in particolare il gusto spontaneo e non artefatto per l’ibridazione tipico degli artisti giapponesi; un tipo di approccio e ispirazione che si continua a seguire dall’antichità avvicinandosi alle forme di espressione in origine non giapponesi. Faccio qualche esempio, non solo per l’Arte: per la storia, l’epoca Meiji (1868-1912), la sua architettura frutto di mescolanze di elementi locali con schemi europei; la pittura, magica, di quell’epoca. La pittura in stile giapponese (Nihonga) di certi artisti contemporanei (Matsui Fuyuko o Yamaguchi Akira, tanto per citarne due tra i più interessanti, a mio avviso, emersi in quest’ultimo decennio). Fino ad arrivare ad elementi e ad aspetti che contraddistinguono la vita quotidiana di ogni giapponese, quali quello ad esempio di andare a mangiare in un ristorante di cucina non giapponese, scegliendo magari di gustare un piatto italiano o meglio ancora “all’italiana”; frutto quest’ultimo dell’incontro tra una voglia anche estemporanea di esotismo e una sensibilità raffinata per i sapori, del tutto autoctona.

Cosa non mi piace?

Mi accorgo talvolta, muovendomi di città in città, che ci sono momenti nei quali non so più dove sono. Gli scenari sembrano gli stessi, si ha l’impressione di aver visto certi luoghi di gia’, altrove, in qualche altra parte lontana del Giappone (le lunghe shotengai 1 coperte, il centro, gli stramaledetti convini2 ogni trecento metri, le sopraelevate che squarciano molte citta’, i distributori automatici, ovunque, anche in zone che sembrano completamente dimenticate dall’uomo. E’ la sindrome di un’urbanizzazione delle città pressoche’ identica, svilente. Agglomerati urbani senza piu’ nessuna storia da raccontare, scoloriti senza rispetto ne’ interesse per la Memoria. Questo e’ un po’ il male del Giappone moderno, del suo dopoguerra. A macchia di leopardo e a velocità dalle nostre parti inimmaginabili, si demolisce qualsiasi cosa che non sia più utilitaria, sia essa una palazzina eretta senza troppe accortezze in periodi non sospetti che una vecchia casa di epoca Meiji. L’Antico, la propria identità storico-culturale, le proprie radici comuni, sacrificate sull’altare della funzionalità, della praticità, del moderno, dell’utilitario pubblico.

Nei migliori dei casi poi, quando si incentivano le ricostruzioni (non i restauri) e gli interventi sull’Antico, i risultati sono spesso devastanti (la zona archeologica di Yoshinogari, parte del castello di Kumamoto etc.). Non c’e’ purtroppo, mi sembra di avvertire, una legislazione ferrea che regoli, non dico impedisca, tutto cio’. Nel frattempo oltre che a tollerare queste procedure di cancellazione sistematica si continua ad autorizzare il tutto, il più delle volte a norma di legge, seguendo procedure di distruzione addirittura legali (come ad esempio lo scempio recente su una vasta zona nel cuore di Hakata con una delle ultime demolizioni piu’ devastanti degli ultimi tempi o la distruzione di tombe antiche scoperte nelle colline intorno a Fukuoka).

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Sono convinto che noi italiani non siamo certo tanto diversi dai giapponesi in questo senso: i secondi sembrano ancora privi in generale di una cultura moderna, di una coscienza matura rivolta alla conservazione e digiuni di una serie di leggi che educhino in questo senso. Ma proviamo a immaginare cosa accadrebbe se anche in Italia mancasse una regolamentazione, come quella che oggi abbiamo e vantiamo, talvolta solo sulla carta, che blocca (fortunatamente) costruzioni di linee della metro, autorizza espropri in aree di importanza storico-culturale etc.. Non ci comporteremmo forse anche noi come i giapponesi? Quante volte mi sono sentito proporre da romani de roma e non, per fare un esempio “divertente” e imbarazzante, una ipotetica ristrutturazione di edifici di inestimabile importanza storico-culturale come il Colosseo o l’abbattimento di patrimoni artistici a favore della funzionalita’, intervenendo su citta’ per loro natura refrattarie alla modernita’ (proprio Roma su tutte…)

Altra cosa che del “mio” Paese mi lascia ancora perplesso e mi inquieta e’ l’utilizzo sconsiderato che si fa dell’energia e soprattutto le sue modalita’ di produzione. Il Giappone, da una parte per motivi geofisici, dall’altra sulla base di una furba strumentalizzazione di tutta la questione, ha scelto l’energia prodotta attraverso il nucleare. Il Giappone conta, se non erro, diciassette centrali attive in tutto il Paese, quasi quaranta reattori e in più la scorsa legislatura sembra aver riavviato, in gran silenzio, l’attività di Rokkasho. Dato inquietante, quest’ultimo, perché se è vero, si tratterebbe di prendere in considerazione la rinascita della più grande (e pericolosa) centrale nucleare del mondo. I giapponesi con il loro inattaccabile senso del quieto vivere e al posto del loro prezioso senso pratico (e non di rado anche per ignoranza) non sembrano interessati più di tanto a ragionare intorno a questo problema. Lo accettano, alcuni dolendosene spaventati. Altri ancora lo ignorano, i più audaci lo difendono. Basta una sola considerazione per definire la gravità di tutta la questione. In Giappone non c’e’ praticamente zona del sottosuolo che non sia a rischio sismico. Anche se la scienza architettonica giapponese e’ da sempre all’avanguardia (dalle realizzazione di case semplicemente poggiate al terreno che continuano ad essere costruite ed abitate, ai grattacieli edificati su ammortizzatori giganti o su cuscinetti a sfera) non ci si può certo ritenere al sicuro. In più non c’e’ alcuna campagna di sensibilizzazione sul risparmio energetico (anzi forse proprio il contrario!) almeno fino ad oggi. Questa purtroppo e’ una delle note dolenti di questo Paese, qualcosa con cui convivere o dal quale fuggire.

Fukuoka,Yatai, i celebri chioschi della citta’ fukuoka

Gli italiani visti dai giapponesi.

Ci conoscono, ci apprezzano e ci rivolgono molte più e sincere attenzioni (maturate sempre piu’ spesso attraverso uno studio appassionato o sulla base dell’esperienza del viaggio, ad esempio) rispetto a quante, non gliene riserbiamo noi nei loro confronti. Noi continuiamo ad inseguire con superiorità, ma sempre comodamente seduti in poltrona a casa nostra, preconcetti fuori moda o ancor peggio ci affidiamo al sentito dire. Basterebbe confrontare le cifre ed osservare il numero dei viaggiatori giapponesi in Italia. Nonostante la crisi e l’impennata dei prezzi del turismo in Italia, i pittoreschi e vergognosi episodi di banditismo di ristoratori nostrani, i giapponesi continuano a venire nel nostro Paese e ad amarlo.

Proprio loro sembrano ancora non aver raggiunto quel grado di disillusione che ha depistato le scelte del turismo gia’ irreparabilmente e decisamente in calo proveniente da altri Paesi. Parlo di America o di altri Stati membri della Comunita’ Europea. Una vera fortuna per l’Italia; un po’ come teorizzare che le fumose pagliacciate, le decisioni preoccupanti dei nostri attuali leader politici, le malandrinate di certi specialisti del settore turismo, la presenza e l’attività criminale di una parte della popolazione italiana ed extracomunitaria etc. non intacchino affatto o che per lo meno non abbiano ancora indebolito sensibilmente la voglia di Italia sempre viva tra molti nostri estimatori in Giappone. E questo non lo dobbiamo certo allo stato attuale del nostro Paese. Semmai dovremmo ringraziare la preziosa e grande eredità di chi ci ha preceduto e di chi ha saputo costruire una italianità (se mai esistesse o fosse teorizzabile) degna di essere definita tale e nella quale riuscire ancora a riconoscersi.

Credo invece che noi occidentali, dimostriamo spesso di non aver capito ancora appieno i segnali, vuoi culturali, vuoi sociali o di varie altre entità, provenienti dal mondo estremo orientale (quindi non soltanto il Giappone). Perseveriamo in un approccio ancora limitato e limitante, abbandonandoci pigramente ad un atteggiamento purtroppo molto di superficie. E questo immaturo punto di vista non e’ ugualmente riscontrabile in passato ne’, ad esempio e in generale, nelle linee di pensiero e nei programmi di evangelizzazione dei primi missionari gesuiti giunti in Giappone prima dell’epoca dei Lumi. Né tanto meno nel sofisticato ma sentito interesse per questo paese da parte dei nostri illustri connazionali nell’Ottocento ricevuti a corte degli imperatori dell’epoca Meiji.

Leonardo Marrone fukuoka

Leonardo Marrone

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