Micol e la sua vita a Parigi

“Il mio blog “Una cicogna sulla Tour Eiffel”, racconta della mia ricerca di un bimbo attraverso la PMA. Attraverso le pagine virtuali condivido speranze e timori, gioie e delusioni. Cerco di farlo con ironia, per strappare anche un sorriso a chi mi legge. Sono argomenti pesanti da trattare e cercare di sdrammatizzare aiuta prima di tutto me stessa. Non è sempre facile, soprattutto quando mi capita di scrivere dopo aver appena ricevuto l’ennesimo esito negativo. Allora in quei momenti parte lo sfogo. Il mio obiettivo non è quello di colpire il pubblico, scrivo innanzitutto per me, ma voglio anche condividere le mie esperienze, ho bisogno di sentire che al di là dello schermo c’è qualcuno che mi ascolta, che entra a far parte del mio percorso, anche solo attraverso la lettura, e mi abbraccia virtualmente”. Micol ci parla della sua vita a Parigi e del suo difficile percorso per diventare mamma.

Micol, quando e per quale motivo hai deciso di trasferirti nella romantica Parigi?

Mi sono trasferita a Parigi il 9 giugno 2009, sei anni fa, per motivi di lavoro. Dopo una laurea in biologia molecolare ed un dottorato in neuroscienze all’Università di Padova, avevo deciso di fare un’esperienza all’estero, perchè in Italia le speranze di fare carriera nella ricerca erano, e rimangono, molto flebili. Ho scelto Parigi perchè ho sempre avuto una vera e propria fissazione con questa città, da quando l’ho visitata per la prima volta nel 1987, quando ancora non avevo sei anni. Non so cosa possa aver colpito così profondamente la mente di una bimba così piccola, quello che mi ricordo è che ho sentito un’atmosfera che mi affascinava, quasi magica. Sono tornata a Parigi per la seconda volta nel 2000 in gita scolastica, poi nel 2002 con i miei genitori; la passione per questa città si rafforzava ogni volta che la visitavo. Finchè nel 2004 ho fatto quattro mesi di Erasmus qui, iniziando la mia tesi di laurea. Da quel momento in poi ho saputo che dopo il dottorato sarei tornata qui per lavorare.

MICOL ITALIANI A PARIGI

Per quale motivo hai deciso di abbandonare il campo della ricerca?

La decisione di abbandonare il campo della ricerca non è stata facile, ma è stata necessaria per il mio benessere psico-fisico. Con il passare del tempo mi sono accorta che il lavoro di ricercatrice non mi si addiceva. Credevo che fosse la mia strada o forse lo speravo, visto che mio papà è un docente molto apprezzato dell’Università di Padova. Però mi sono accorta, con gli anni, che la motivazione iniziale non c’era più e si faceva invece strada lo stress e la frustrazione per un lavoro che era molto lontano da come lo avevo immaginato sui banchi di scuola e dell’università. La ricerca in biologia è un mondo popolato soprattutto di donne, gli uomini sono in minoranza, ma occupano le posizioni più importanti, di esimi Professoroni. Le donne li rispettano, ambiscono a occupare posizioni altrettanto importanti e tra loro si scatenano, a volte (nella mia esperienza molto spesso, direi) piccole battaglie meschine, fatte di gelosie e sgambetti di vario tipo. Il problema nel campo della biologia è il seguente: per avere finanziamenti per fare ricerca bisogna avere dei risultati che permettano di scrivere articoli e di pubblicare, possibilmente su riviste scientifiche di buon livello. Per avere risultati però servono soldi, per acquistare i materiali (che sono molto costosi), per pagare i dottorandi o i giovani ricercatori, ecc. Quindi se non hai soldi non fai ricerca di buon livello e non pubblichi. Ma se non publbichi non hai finanziamenti e quindi ti mancano i soldi. Insomma un gatto che si morde la coda. Questo genera un notevole stress, soprattutto tra le ricercatrici donne. Ho assistito a tali meschinità che mi è passata la voglia di continuare a fare quel lavoro. Non so se sono stata sfortunata, fatto sta che sia in Italia che in Francia mi sono ritrovata nelle stesse situazioni, il che mi ha indotto a pensare che la storia si ripeta, indipendentemente dal Paese.

Ora di cosa ti occupi?

Dopo aver praticamente avuto un esaurimento nervoso con il mio ultimo contratto all’interno dell’Università francese, ho deciso che volevo chiudere con la ricerca. Ho pensato di provare con l’insegnamento nelle scuole, ma avrei dovuto passare un concorso e fare poi altri due anni di tirocinio. Dopo 8 anni di studi universitari e due anni e mezzo da ricercatrice, sinceramente ero stanca e non avevo voglia di rimettermi a studiare e passare concorsi, sperando poi di avere un posto non troppo lontano da casa. Inoltre, sono timida e insegnare in un Paese straniero, con il rischio che gli alunni si prendano gioco del mio accento italiano che non se ne andrà mai, smorzava molto le mie motivazioni. Ho deciso quindi che avevo bisogno di cambiare totalmente campo e cercare un lavoro con orari fissi, con straordinari e ferie pagati. Ho trovato un posto in una pasticceria, mi occupavo della vendita e della preparazione dei dolci. Non richiedevano specializzazioni particolari o esperienze, la formazione era interna. Mi sono trovata molto bene, l’ambiente era giovane (forse fin troppo) e dinamico. In due anni ho avuto più riconoscimenti che in tanti anni di ricerca: due aumenti di stipendio, una promozione a prémière vendeuse, con più responsabilità ed un ruolo più dirigenziale. Per problemi inerenti agli orari di lavoro (sabati e domeniche lavorativi e tutte le feste), sono passata poi a lavorare in una chocolaterie, ma il problema degli orari non è migliorato, per cui dopo sette mesi mi sono licenziata. Ora do lezioni private a ragazzi delle elementari, medie e superiori. Mi piace insegnare e lavoro part-time, che è la migliore soluzione per il momento, visto che sono concentrata su altre priorità.

MICOL ITALIANI A PARIGI

Hai aperto il blog: www.bebeparis.wordpress.com. Cosa ti ha spinto a dare vita a questo diario virtuale?

Il mio blog “Una cicogna sulla Tour Eiffel”, racconta della mia ricerca di un bimbo (ecco la mia priorità attuale) attraverso la PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Un anno fa, dopo vari tentativi iniziali con l’aiuto di qualche farmaco, mi è caduta addosso la diagnosi di infertilità. La PMA è l’unica strada che ci permetterà, speriamo, di avere un figlio nostro. Ho deciso di aprire il blog innanzitutto per lasciare uscire i miei pensieri, riordinarli su carta (vabbè, sul monitor di un computer), fare chiarezza nella mia testa, convertendo in parole i miei sentimenti. Sono ben conscia che di storie come la mia ne esistono tante, che non sono che una delle tante voci del coro delle donne sterili. Il mio obiettivo non è quello di colpire il pubblico, scrivo innanzitutto per me, ma voglio anche condividere le mie esperienze, ho bisogno di sentire che al di là dello schermo c’è qualcuno che mi ascolta, che entra a far parte del mio percorso, anche solo attraverso la lettura, e mi abbraccia virtualmente. La PMA è un percorso lungo, duro, doloroso (ho avuto anche un aborto spontaneo alla quarta settimana). Non ce la facevo più a tenere tutto dentro. Parlarne, mi aiuta, ho conosciuto tramite forum, gruppo FB e il mio blog, diverse donne che mi fanno sentire capita finalmente, che mi dimostrano il loro sostegno e mi danno la forza di andare avanti. Molto spesso queste persone, proprio perchè hanno un percorso simile o perchè non mi conoscono personalmente e non danno quindi giudizi a priori, sono più comprensive delle persone più vicine a noi.

Quali sono gli argomenti trattati nel tuo blog?

Nel mio blog racconto del mio percorso in PMA, condividendo speranze e timori, gioie (per ora ben poche) e delusioni. Cerco di farlo con ironia, per strappare anche un sorriso a chi mi legge. Sono argomenti pesanti da trattare e cercare di sdrammatizzare aiuta prima di tutto me stessa. Non è sempre facile, soprattutto quando mi capita di scrivere dopo aver appena ricevuto l’ennesimo esito negativo. Allora in quei momenti parte lo sfogo. Quello che mi ha stupito tantissimo è che anche nel momento più nero le mie lettrici non mi abbandonano, stanche di lamentele e paranoie varie, ma mi si stringono attorno per farmi sapere che loro sono lì, che fanno il tifo per me. Oltre agli argomenti inerenti alla ricerca di una gravidanza, faccio anche dei piccoli quadretti di vita parigina, parlando di cose come il tempo, sempre imprevedibile qui, dei luoghi che visitiamo nelle gite domenicali, di pizzerie dove mangiare una vera pizza italiana, di abitudini del popolo francese. Lo faccio perchè mi piace variare gli argomenti, per non appesantire il blog sempre con le solite questioni e per dare un’idea della vita che si fa in questa grande città, vista da un’emigrata che ormai non vede più Parigi con gli occhi innamorati del turista.

Ti andrebbe di raccontarci questa tua personale esperienza legata al tentativo di avere un bimbo?

Cercherò in breve di farvi un riassunto, il resto lo potete trovare sul mio blog. La ricerca di una gravidanza è iniziata nel gennaio 2013 e continua tuttora. Ho sempre avuto dei problemi (amenorrea, ciclo mestruale assente), ma ero riuscita a curarli, la cosa sembrava essersi risolta, ma invece, una volta smessa la pillola con l’intenzione di rimanere incinta, ci siamo resi conto che il mio corpo si era bloccato di nuovo. Da febbraio 2014 sono in PMA, ho provato diversi tipi di terapia, finchè non si è scoperto a novembre 2014 che soffro di ovaio policistico. A questo punto mi è stata proposta una terapia che in Italia non esiste, che si basa su un piccolo marchingegno che porto costantemente sulla pancia e che ogni 90 min mi inietta delle gonadoreline, ormoni che vanno a stimolare la mia ipofisi e da lì le ovaie, mimando un segnale naturale che nel mio corpo non funziona. Questa cura è fantastica, ha risvegliato il mio corpo da subito, dopo un mese sono rimasta incinta, ma si è trattato di una gravidanza biochimica, cioè di una gravidanza che non è proseguita. Ho avuto quindi un aborto spontaneo alla quarta settimana. Una mazzata. Ora siamo sempre in pista per la ricerca di un bimbo, speriamo che arrivi quanto prima. Il percorso è lungo e doloroso, si alterano fasi di speranza a fasi di disperazione, lacrime e disillusione. Il blog mi aiuta a scaricare tante tensioni, mettendo per iscritto quello che provo dentro.

MICOL PARIGI

In cosa differisce la procreazione assistita italiana da quella francese?

A questa domanda non so bene cosa rispondere perchè non ho mai provato in Italia a rivolgermi alla PMA. Quello che intuisco, parlando sui forum con donne che sono seguite in Italia, è che comunque l’assistenza sanitaria francese funziona meglio rispetto a quella italiana. Innanzitutto, per i casi di sterilità dichiarati, come il mio, lo Stato francese si prende carico al 100% delle spese sanitarie. Quindi non pago niente di niente per i farmaci e per le varie analisi. E meno male perchè i farmaci che uso sono costosissimi (una dose per tre giorni di trattamento costa 430 euro!). In Italia, a quanto leggo, tutto ciò non succede, il SSN si prende a carico alcune spese (i farmaci), ma visite e altri controlli vari sono a pagamento. Così per un tentativo di fecondazione in vitro in Italia si devono contare circa mille euro. Inoltre, ho l’impressione che i tempi di attesa qui in Francia siano più brevi, si parla in media di 6 mesi, contro gli 8-12 mesi in Italia per una FIV. Infine, essendo la Francia un Paese dove la PMA è presente da più tempo rispetto all’Italia e dove l’eterologa è ammessa da anni, ho l’impressione che in Italia ci sia ancora troppo l’influenza della mentalità cristiana sulle questioni inereneti alla procreazione assistita, che bloccano un po’ alcuni aspetti. Lo vedo anche da come alcune donne parlano delle loro esperienze, frasi e discorsi in cui viene spesso tirato in ballo Dio.

Parliamo un po’ di Parigi. Quali sono gli angoli più belli? Quali sono le cose da evitare assolutamente e cosa invece da fare improrogabilmente?

Parigi è una città dove qualsiasi cosa ti venga in mente di fare, puoi farla. Sono tantissime le iniziative, gli spettacoli di teatro, le mostre, i ristoranti tra cui scegliere. C’è solo l’imbarazzo. Dopo sei anni qui, ormai preferisco muovermi nelle zone di Parigi meno trafficate, meno prese d’assalto dai turisti. Quindi evito il quartiere latino, che è pieno di ristoranti a prima vista invitanti, ma che sono vere trappole per turisti. Fate attenzione quindi a quei locali che vi allettano con prezzi interessanti, sono delle truffe belle e buone. A Parigi cenare fuori costa, per cui potreste essere tentati dai ristoranti del quartier Latino o attorno a Notre Dame e Chatelet, ma attenzione, il gioco non vale la candela. Se volete vivere un’esperienza indimenticabile prenotate una cena-crociera su uno dei tanti battelli che navigano sulla Senna, unirete l’utile (la cena) al dilettevole (una bellissima passeggiata sull’acqua). Anche qui attenzione, ci sono molte compagnie che propongono queste crociere, io ho provato la “Capitain Fracasse” che è ottima, mentre “Paris en Scene” è proprio scadente. Poi adoro passeggiare nei parchi, Parigi ne ha tantissimi. Oltre ai classici Jardins de Luxembourg e Les Tuileries, attorno al Louvre, da non perdere sono il Parc Montsouris, nel XIV, un po’ decentrato rispetto alle zone turistiche ma ne vale la pena. Nel parco c’è anche un ristorante molto chic di cucina francese, veramente ottimo e che offre una vista sensazionale, ideale per una cena romantica. Il Parc de Boutte Chaumont, nel XIX, il Bois de Boulogne ed il Bois de Vincennes, il Parc de Bagatelle sono altre mete che vi consiglio, se amate la natura. Inoltre a Parigi ci sono tante stradine pedonali molto caratteristiche, dove potrete bere un bicchiere seduti su una terrazza di un bistrot o comprare formaggi o altri prodotti tipici in negozi specializzati. Tra queste ricordo la Rue Daguerre, la rue de l’Annonciation, la rue Clair, la rue Montorgueil. Ovviamente da non perdere sono il Louvre, il Musée d’Orsay, il Musée Picasso, che ha riaperto da poco dopo cinque anni di lavori, e la magnifica Sainte Chapelle con le sue vetrate.

Dopo sei anni a Parigi cosa ti manca dell’Italia?

Dell’Italia mi manca soprattutto la famiglia, è veramente dura non poter vedere genitori, nipoti, zii e nonni. Per questo motivo, da un po’ di tempo siamo in fase di riflessione sul nostro futuro. Parigi è una bella città, offre tanto, soprattutto a livello lavorativo, ma in vista di una famiglia nostra vorremmo che nostro figlio/a potesse conoscere più da vicino le nostre famiglie e godere della compagnia di nonni e cuginetti. La vita parigina non è facile, il costo degli alloggi è elevatissimo, il ritmo di vita frenetico, i marciapiedi spesso sono stretti e c’è traffico ovunque. Non mi vedo allevare un bambino in questa città, io amo la natura e la tranquillità e ora più che mai ne sento il bisogno. La soluzione sarebbe quella di spostarsi in periferia, ma anche lì è un problema: le zone più belle (come Versailles, Sèvres, Boulogne) sono costosissime e fuori portata, le altre zone anche se carine sono più isolate e il problema del tempo di trasporto diventa non trascurabile.

Uno sguardo al passato ed uno al futuro:

Per quanto riguarda il passato non rimpiango la scelta di essere venuta qui perchè ho conosciuto mio marito, anche lui italiano emigrato qui da anni. Questo incontro non sarebbe mai avvenuto se io non avessi accettato il lavoro all’Università Paris VI. Certo questi anni parigini non sono stati facili, la ricerca in biologia si è dimostrata un vicolo cieco per me, ho cambiato completamente le mie prospettive lavorative, cambieranno ancora perchè non sono quelle che vorrei. Per il momento però la priorità è la nostra famiglia e il desiderio di un bimbo, che rappresenta il mio sguardo al futuro, insieme ad un ritorno in Italia. Parigi mi ha dato tanto in questi anni, ha rappresentato un’esperienza unica, ma mi accorgo che mi ha dato tutto quello che poteva darmi e ora non mi basta più. So già che tanti mi prenderanno per pazza a voler rientrare in Italia, dove la situazione è critica, ma abbiamo fatto i nostri conti e in questi ultimi mesi ci sono stati vari eventi che ci hanno spinto a riflettere e a rivedere le nostre priorità. Per me, in questo momento, la vicinanza delle nostre famiglie ed una vita più tranquilla e a contatto con la natura sono le cose più importanti.

D’altronde mi sono accorta che Parigi è una città di passaggio, un sacco di gente viene qui per lavoro, rimane qualche anno e poi riparte. Non è una città a misura di famiglie a mio parere, infatti i genitori che lavorano a Parigi spesso abitano comunque in periferia, lontano e si fanno anche un’ora di viaggio in più al giorno. E’ una città che dopo un po’ stanca, logora ed anche intessere dei veri rapporti di amicizia è difficile. Chi abita a Parigi spesso ha un ritmo di vita frenetico, è assorbito dal lavoro, la sera rientra a casa e si riposa. Alla mia età la gente non ama uscire tutte le sere, ognuno se ne sta per conto suo, per riposare. Conto sulla punta delle dita gli “amici” che ho qui e tra loro non c’è quasi nessun francese, di certo nessun parigino.

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A cura di Ncole Cascione

15 Agosto 2015: dopo aver pubblicato l’intervista realizzata nei mesi scorsi riceviamo questa integrazione da Micol:

A due mesi circa dal rilascio dell’intervista mi ritrovo a riprendere in mano quello che ho scritto per aggiungere finalmente la bella notizia. Dopo due anni e mezzo di attesa ed un percorso non banale siamo finalmente “genitori in corso”! L’ uncici giugno è la data ufficiale della comparsa nella nostra vita di Paciocco, che a poco più di due mesi di vita uterina si ritrova già ad avere un servizio fotografico in piena regola. Infatti sono già a quota tre ecografie e tutto procede bene. Non ci sembra ancora vero, è un miracolo che cresce pian piano. La paura è ancora tanta, ma sto arrivando alla fine del primo trimestre, dopodichè spero di tranquillizzarmi con la diminuzione del rischio di aborti e l’esclusione di eventuali anomalie genetiche. Tutte idee che mi saltano in mente perchè ancora non mi capacito della nostra fortuna.

Con l’arrivo di Paciocco ci siamo anche posti mille domande, intavolato lunghe discussioni e cambiato idea molte volte. Ma siamo giunti ad una conclusione: nonostante la lontananza delle nostre famiglie, la nostalgia di casa che ci prende qualche volta e la puzza sotto il naso dei parigini, quello che offre la Francia alla nostra famiglia in divenire è troppo prezioso per lasciar cadere tutto e fare armi e bagagli per rientrare in Italia. La nostra intenzione è quella di cercare il modo migliore possibile di conciliare la nostra vita di famiglia expat con il mantenimento e la cura degli affetti che rimangono in Italia. Per fortuna le ore di viaggio che ci separano sono poche, ora cercheremo anche di comprare finalmente una casa più grande per accogliere in maniera più confortevole i nostri cari e tutte le volte che ci sarà possibile torneremo alla base per le vacanze. Purtroppo ogni volta che rientriamo in Italia ci accorgiamo che non ci riusciremo più ad abituare a tante cose, che la mentalità corrente delle persone ci urta, c’è un razzismo di fondo che ci stupisce, un provincialismo che ci lascia un po’ esasperati. Ci siamo abituati troppo bene e, senza voler dare l’impressione di sentirci superiori, capiamo che rinunceremmo a delle opportunità per noi e per i nostri figli che sono troppo importanti. Non è una scelta facile, il nostro cuore è comunque sempre in Italia, ma la testa ci dice che nella vita bisogna tenere conto di tanti aspetti e quelli che ricerchiamo non li troviamo più nel nostro Bel Paese.

Micol