Clarissa: ciò che il Madagascar mi ha insegnato davvero. La storia di 

A cura di Nicole Cascione

Clarissa, 31 anni, è nata e cresciuta nella campagna pisana, circondata da fiori, farfalle e galline, insieme alla sua famiglia. Fin da bambina ha sviluppato un legame profondo con la natura e gli animali: “A soli otto anni già sapevo che avrei voluto fare l’etologa e avevo deciso che avrei studiato Scienze Naturali”. Parallelamente, è sempre stata presente in lei una forte sensibilità verso le condizioni di svantaggio altrui. A nove anni ha vissuto la sua prima esperienza di volontariato in Brasile, all’interno di un’associazione che operava con i bambini delle favelas circostanti. Fu lì che ebbe anche il suo primo contatto con alcune etnie indigene: “Guardando oggi a quel periodo, lo considero il momento in cui la mia identità ha iniziato davvero a prendere forma, come se avesse già intuito il mio futuro… che oggi è il mio presente. Successivamente arrivò l’Etiopia, a 13 e poi a 17 anni, dove il marito di mia madre lavorava nella cooperazione internazionale. Per diversi anni ho respirato le bellezze della diversità culturale di quel Paese, sia lì che in casa. E poi c’è stato il Madagascar: il luogo che, più di ogni altro, è riuscito a incastrare tutti i pezzi”.

clarissa madagascar

Clarissa, quando e perché, ad un certo punto della tua vita, hai deciso di partire in Madagascar?

È una storia curiosa, perché il Madagascar in realtà non era affatto nei miei piani. Non ne sapevo quasi nulla. Io volevo andare in Borneo per fare la tesi sugli oranghi.Poi però mi sono resa conto che, dopo due anni che davo ripetizioni di lingue, il budget non era comunque sufficiente. Un po’ scoraggiata ne parlai con un’amica primatologa, che mi suggerì il Sud-Ovest del Madagascar. A quel punto andai da un professore molto affermato nel settore e gli raccontai, tutta entusiasta, la mia idea di partire per studiare i lemuri in foresta. Lui mi guardò e mi disse una frase che non dimenticherò mai:«La tesi che vuoi fare è da magistrale, se non da dottorato. Inoltre molti hanno provato e sono tornati a casa dopo due settimane piangendo. Sarebbe meglio una tesi di genetica in laboratorio». In quel momento provai una grande delusione, ma allo stesso tempo sentii nascere dentro di me una forza nuova. Per la prima volta risposi con un coraggio che non pensavo di avere:«Ho già viaggiato in Paesi simili e sono sicura di farcela». Incontrai così una professoressa che credette davvero in me e nella mia idea. Grazie a lei partii per tre mesi nella foresta spinosa del Sud-Ovest del Madagascar, dove studiai i maki catta. Da quel “no” sono passati sette anni. Sette anni di vita intensa, di un sogno realizzato come naturalista e anche di un matrimonio.Per questo oggi credo profondamente in una cosa: non bisogna mai permettere a nessuno, nemmeno a un grande esperto, di dirci che non siamo in grado.

7 anni: questo il periodo vissuto sul posto. Raccontaci qualcosa:

È difficile raccontare sette anni della mia vita in poche righe, ma credo che due periodi in particolare riescano a riassumere tutto. Il primo è stato nel 2019, durante quei tre mesi in cui ho letteralmente messo piede sulla terra e sulla sabbia del villaggio costiero di Mangily, che ad oggi è la mia seconda casa. Lì monitoravo un gruppo di lemuri dalla coda ad anelli e la persona che mi affiancava in questo lavoro è poi diventata il mio compagno… e oggi mio marito. Germain è mio coetaneo, malgascio di etnia Vezo, un popolo profondamente legato al mare. Fin da bambino ha imparato a pescare in modo sostenibile, con reti fatte a mano e la piroga tradizionale. Fa apnee fino a 30 metri, sa leggere le correnti marine come il vento e orientarsi persino con la posizione delle stelle. Non ha mai avuto la possibilità di studiare, ma è la dimostrazione che chi crede nelle proprie capacità può cambiare il proprio destino: con esperienza e formazione è diventato un grande conoscitore dei maki catta e oggi è guida turistica certificata, con badge nazionale ottenuto tramite encomio del Ministero del Turismo.

Siamo molto diversi caratterialmente, ma profondamente in sinergia. E questa sinergia è stata fondamentale nel secondo periodo che voglio citare. Nel 2022 ho avuto quella che per me è stata l’occasione della vita. Grazie a una collaborazione professionale con un progetto con sede in Madagascar — con cui sono tuttora in contatto — ho ottenuto un visto di lungo soggiorno per svolgere missioni in foresta pluviale come naturalista. Invece di alloggiare in un hotel o in un appartamento, io e Germain abbiamo deciso di costruire una piccola casa di lamiera su un suo terreno a Mangily e vivere a stretto contatto con le comunità locali. Avevo una camera e un piccolo salotto; il bagno era esterno, così come la “cucina”, che in realtà era un fatapera tradizionale a carbone. Avevamo tre lampadine fioche e ricordo ancora di aver fatto interviste e call di lavoro in quelle condizioni. Mi lavavo con l’acqua del pozzo, facevo la spesa al mercato locale e compravo il pesce direttamente dalle donne Vezo, che lo trasportavano nei catini sulla testa lungo la spiaggia. Nel frattempo, e negli anni successivi, ho costruito legami profondi con diverse ONG locali — molte delle quali oggi considero amiche — collaborando come volontaria e anche come consulente ambientale, spesso senza compenso. Organizzavo raccolte fondi e ho avviato programmi di adozione a distanza. Quella era la mia vita e in parte lo è ancora.

clarissa madagascar

Qual è il ricordo più bello di quel periodo? E quello meno piacevole?

Il ricordo più bello non è legato a un singolo momento, ma allo stile di vita che mi avvolgeva ogni giorno. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovata immersa in una natura incontaminata, fragile ma in perfetto equilibrio con le popolazioni locali. È una connessione che noi, in gran parte del mondo occidentale, abbiamo perso. Lì, invece, è ancora reale, vissuta, quotidiana. Il ricordo più doloroso invece è sempre lo stesso. Si è incastonato nel petto e so che probabilmente resterà lì per sempre. Ero su un pousse-pousse a Toliara, in città, e poco prima di scendere i miei occhi hanno incontrato le conseguenze più dure della povertà. Non era la prima volta che le vedevo, ma quella volta si trattava di una bambina di pochi mesi, gravemente malnutrita, tenuta in braccio da una ragazza molto giovane con evidenti problemi fisici. Ero con Germain. Ci fermammo in una gargotte locale per fare colazione, ma lui mi vide allontanarmi e rifugiarmi in un angolo a piangere. Fortunatamente oggi quella bambina vive con la famiglia della ragazza; lei ha avuto un altro figlio e da quattro anni siamo in contatto. Non cancella il dolore di quel ricordo, ma gli dà un filo di speranza.

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Di cosa ti occupavi?

Voglio dirlo apertamente: non sono riuscita a conseguire la laurea che amavo, soprattutto a causa di difficoltà legate all’autostima e alla depressione, anche se avevo già completato la prima parte della tesi in quei tre mesi. È una realtà che per molto tempo ho vissuto come una sconfitta. Eppure, nonostante questo, ho avuto l’opportunità di lavorare come naturalista in diversi progetti ambientali internazionali, tra cui uno nella parte orientale del Madagascar, all’interno di una realtà straordinaria che unisce conservazione della biodiversità e sviluppo socio-economico delle comunità locali. Mi occupavo di identificazione di farfalle, di mediazione tra progetti in Africa, di facilitare finanziamenti per la ricerca e la conservazione sul territorio. Parlavo di cambiamento climatico e di cooperazione anche in interviste fatte letteralmente a lume di candela. È stato uno dei periodi più belli e più intensi della mia vita: un sogno che si è realizzato anche senza un percorso tradizionale, grazie soprattutto a chi ha creduto in me fin dall’inizio. Non a caso, proprio quel progetto in foresta pluviale mi fu suggerito dalla stessa professoressa del 2019, che mi mise in contatto con un’altra docente e ricercatrice. Fu lei a propormi addirittura di terminare gli studi per potermi poi offrire un dottorato. Non accettai perché mi sentivo già appagata così e infine mi vedevo in un altro progetto di vita (in corso), ma questa è un’altra storia! La morale, per me, è semplice: ciò che credi di aver perso può sempre tornare… sotto un’altra forma.

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Madagascar per tutti o per pochi?

È una bella domanda. Ad oggi il Madagascar resta una meta di nicchia e, in un certo senso, divisa in due. Da una parte c’è Nosy Be, molto pubblicizzata e indubbiamente bellissima, ma che purtroppo vive spesso di turismo di massa, con un’esperienza ridotta allo snorkeling e ai lemuri “sulla spalla” — cosa che, dal punto di vista naturalistico ed etico, è sbagliata. Dall’altra c’è il resto del Paese: ancora selvaggio, ricchissimo di bellezze poco esplorate dal turismo e di una cultura profondissima. È il Madagascar scelto da viaggiatori che non cercano solo relax e resort, ma che sono disposti a mettersi in gioco, ad adattarsi, a vivere l’avventura e la comunicazione con le persone locali per coglierne davvero l’essenza. Per questo oggi il Madagascar resta, purtroppo, ancora per pochi.Ma con una mentalità aperta, rispetto e curiosità, il Madagascar può diventare davvero per tutti.

Quali sono i pro e i contro del vivere in Madagascar?

Lo stile di vita resta qualcosa per me di profondamente rigenerante. Vivi con la sensazione di avere tempo per tutto, con una calma che ti porta a pensare che a ogni problema esista una soluzione. Nessuno ti rincorre, nessuna pressione costante. E poi quella vicinanza alla natura endemica e cosmica che ti fa sentire bene con te stessa e con il resto. Non esistono etichette, sei come sei. Allo stesso tempo però vivere lì significa anche esporsi. Essere una donna bianca e giovane attira inevitabilmente sguardi e curiosità. Io sono una persona sensibile, riservata, amo muovermi un po’ in penombra: divento parte delle loro “cronache” quotidiane. Non è sempre facile da gestire ecco. Il contro più grande, per me, è il clima. A causa anche di alcune problematiche fisiche, soffro molto il caldo eccessivo. Tra gennaio e marzo mi capita spesso di sentirmi male e devo evitare sforzi importanti, motivo per cui spesso sono molto limitata nel sud del Paese in quel periodo.

In cosa ti ha cambiata vivere in Madagascar?

Io dico sempre che sono nata due volte: la prima in Italia e la seconda in Madagascar. Questo Paese non mi ha cambiata, mi ha fatto avvicinare al mio io e mi ha insegnato ad ascoltarmi. Mi ha fatto ritrovare. Mi ha insegnato la pazienza, l’adattabilità, a osservare senza giudicare e a comprendere che la vita può scorrere in modi molto diversi da quelli a cui siamo abituati. Mi ha anche insegnato a mettermi al primo posto, pur restando umile e cercando di fare il possibile per gli altri. Ho fatto mia la filosofia del “mora mora” (mura mura). La lentezza, scandita dal gallo che canta tre volte, dalle reti da pesca sbrogliate con calma e con cura, dal vociare vivace delle persone locali di etnie diverse ed in pace tra loro, che si raccontano aneddoti tra manghi e le foglie di patate dolci, dalla notte che ti mostra le stelle sopra i baobab e le didieracee in modo quasi magico.

In Madagascar ho avuto opportunità e realizzazioni personali che in Italia non avrei mai avuto. Essa è stata la mia culla e un ponte, ma sono sbocciata altrove.

Qualche aneddoto curioso?

Un giorno con Germain siamo andati a Saint-Augustin, sempre al sud, per conoscere alcuni suoi parenti. Al ritorno, dovevamo attraversare un istmo in auto entro un certo orario, ma il tempo lì scorre diversamente e, quando arrivammo, l’alta marea aveva già invaso il passaggio: l’auto non poteva più passare. Io ero ancora agli inizi e cominciai a preoccuparmi, perché non era sicuro dormire nelle capanne di notte in quella zona. Ma un amico di Germain si offrì di portarci dall’altra parte con la sua piroga. Germain pagaiava dietro, lui davanti, io seduta nel mezzo… e la preoccupazione si trasformò in meraviglia. Passammo tra le mangrovie, sotto un cielo arancione ed un chiaro indaco.

Quel momento mi ha insegnato una cosa: a volte la bellezza si nasconde proprio dove credi che non ci sia alternativa. Oppure, c’è un aneddoto che mi fa sempre sorridere. Essendomi integrata da diversi anni nella comunità, mi chiamano Madame Gasy — in Madagascar è tradizione dare due nomi. Ero in spiaggia quando si avvicina una bambina, che timidamente mi chiama Vazaha (cioè “bianca”). Ma un bambino accanto a lei la guarda accigliato e le dice: «Lei non è Vazaha, è Madame Gasy!»

Mi ha fatto ridere tantissimo e, allo stesso tempo, mi ha dato una bella sensazione di appartenenza.

Dopo 7 anni in Madagascar, come prosegue la tua vita?

Per quanto riguarda il presente, continuo a fare raccolte fondi e a conoscere nuove realtà umanitarie. Alcune di queste persone sono diventate mie amiche e ho costruito con loro un rapporto di fiducia molto speciale. A volte io e Germain diamo consigli a chi desidera viaggiare in Madagascar, raccontando le nostre esperienze e indirizzandoli, quando serve, a professionisti locali affidabili. Appena possiamo riscendiamo giù e cerchiamo di esplorare il più possibile.

E naturalmente, stiamo anche finalizzando il nostro progetto di vita… ma questa è una storia per un’altra intervista!

clariecharlie@gmail.com