Sabina, da Parigi ai Pirenei e poi in Oriente

Sabina De Marco, italo-olandese, nasce a Formia, e il suo è un destino in viaggio. Una laurea in scienze politiche a indirizzo storico conseguita all’Università La Sapienza di Roma. Ma è il suo diploma in lingue e vari corsi seguiti in Inghilterra e in Francia che ne determinano il percorso. Agli amici di Voglio vivere così racconta il suo viaggiare tra Parigi, i Pirenei e, prossimamente, il Sud est asiatico. A Parigi lavora come agents d’accueil sulla Tour Eiffel: “Ho lavorato lì tre anni – racconta – manovravo gli ascensori, controllavo le file e accompagnavo i turisti. È stata un’esperienza straordinaria.” Ad un certo punto la sua naturale inquietudine, la voglia di cambiare e l’amore, la portano in Spagna, a Huesca; piccola cittadina dell’Aragona, nei Pirenei. E qui ricomincia un’altra volta, cambiando radicalmente il modo di vivere e, naturalmente, il lavoro. Nella piccola cittadina spagnola Sabina, ancora una volta grazie alla sua conoscenza delle lingue, trova abbastanza velocemente lavoro: insegna italiano, inglese e francese in una scuola privata. Ma Sabina non è donna da fermarsi a lungo nello stesso posto e per l’inizio del prossimo anno si sta preparando ad una nuova partenza. Una donna curiosa, aperta e alla continua ricerca di qualcosa. Cambiamento e rimessa in gioco ogni volta, questa la cifra dell’esperienza di Sabina.

Certo non ti manca l’intraprendenza. Come hai trovato il lavoro a Parigi?

Ero a Parigi da qualche mese e lavoravo saltuariamente come hostess nelle fiere internazionali. Ma la svolta arrivò subito, e devo ringraziare Yesica, una mia amica italo-argentina, che mi consigliò di mandare un curriculum alla SETE (Société d’Exploitation de la Tour Eiffel) che in quel momento cercava degli agents d’accueil per la nuova stagione. La conoscenza delle lingue mi ha avvantaggiato; ho fatto il colloquio e dopo un mese ero già al lavoro nel monumento simbolo più bello di Parigi.

L’hai definita un’esperienza straordinaria. Cosa ti piaceva di più in quel lavoro?

Potrei fare un elenco. Innanzitutto la serietà dell’azienda e l’amabilità dell’équipe direttiva, cose che fanno sì che gli impiegati svolgano il loro lavoro con piena soddisfazione. Poi il rapporto professionale e umano coi colleghi, tutte persone meravigliose che porto sempre nel cuore. Aggiungo anche il privilegio di avere avuto il contatto con tutto il mondo senza dovermi spostare: ogni giorno più di 20.000 persone provenienti da ogni parte del pianeta affollano i tre piani della torre e per me era come assistere a un affascinante incrocio di colori, lingue, culture e tradizioni. Infine, non meno importante, avevo la vista più bella di Parigi davanti ai miei occhi praticamente tutti i giorni!

Sabina De Marco pirenei

Me lo immagino come un lavoro piuttosto stressante, no? Lavoravi su turni e anche nei festivi suppongo.

Sì, a volte era molto stressante gestire la massa di turisti, ma in quei casi la collaborazione dei colleghi risulta molto preziosa. Lavoravo su turni e la prima qualità imprescindibile di noi agenti era la puntualità. Seguivamo un orario giornaliero e ad ogni ora cambiavamo di postazione. Per esempio io lasciavo il controllo della fila per sostituire il collega che stava nell’ascensore, che a sua volta andava a sostituire un altro collega che aveva la sua ora di pausa pranzo. È un sistema a rotazione che funzionava perfettamente. Certamente ci toccava lavorare nei giorni festivi. Mi ricordo un mattino del primo gennaio di qualche anno fa, tutta imbacuccata, mi dirigevo a piedi verso la torre tra i rimasugli della festa di capodanno appena trascorsa, e il silenzio, la desolazione e la bruma mattutina avvolgevano tutto il campo di Marte. Una sensazione strana e magica che ricordo ancora.

Lavorando “nel” simbolo della capitale francese avrai avuto a che fare con migliaia di persone. C’è qualche episodio che ricordi in modo particolare?

Oltre ai turisti di tutti i paesi, c’erano anche tante personalità del mondo dello spettacolo che visitavano la Tour Eiffel. Un giorno vidi l’attore Sean Penn che usciva dal ristorante del secondo piano, il “Jules Verne”. E in un’altra occasione, dovetti accompagnare fino al terzo piano in ascensore un’intera delegazione di politici iracheni in visita di cortesia; ricordo che erano persone riservate ed estremamente deferenti.

L’industria del turismo a Parigi è davvero una macchina da guerra: quali erano i punti di forza, a parte la naturale bellezza della città?

Per me acquistano valore le vecchie strade di Parigi, quelle colme di storia e ancora intatte, sulle quali hanno camminato vecchie generazioni rivoluzionarie, testimoni di emozioni e sentimenti di un’epoca remota. È una riflessione molto personale che non rientra nei canoni del turista tradizionale. Per me il Louvre è il vecchio palazzo reale dei Valois, non solo la pinacoteca dove regna ironica la Gioconda.

Che ricordo hai di Parigi, non dal punto di vista professionale?

Ho il ricordo di un ambiente stravagante e cosmopolita. A Parigi si va al cinema anche da soli, in un pomeriggio in cui non si ha nient’altro da fare. Si passano le ore seduti al tavolino di un Café leggendo un libro indisturbati. Si ha sempre l’occasione di conversare con personalità interessanti che arricchiscono qualche ora di una serata, per poi conservarne il ricordo. Una sera, per esempio, un mio caro amico italiano mi invitò a bere una cioccolata calda nel café dell’Hotel Ritz; era un’occasione speciale e lui amava fare le cose in grande almeno una volta nella vita. Lì incontrammo un ricchissimo ereditiere che finanziava l’indipendentismo còrso. Abbiamo passato tutta la serata a conversare di storia e di Napoleone Bonaparte. Io amo la storia francese e credo nella reincarnazione. Di Parigi ho sicuramente tanti vaghi ricordi di una vita passata che albergano il mio subconscio. Per questo quando andai lì per la prima volta, anni fa, provai delle sensazioni molto forti che non riuscivo a spiegare. Forse sono stata una giacobina durante la rivoluzione francese!

Una città che offre davvero tutto. Tu come la vivevi? Cosa facevi quando non lavoravi?

Andavo al cinema, alle mostre nei musei, passeggiavo per quartieri storici, andavo alle feste; ho anche frequentato un corso di sceneggiatura alla Sorbona. In quel periodo stavo lavorando all’adattamento cinematografica della storia di un personaggio storico francese, ma il copione è rimasto nel cassetto, lì a Parigi. Peccato. Forse un giorno lo andrò a riprendere e lo completerò.

I parigini non sono proprio il massimo della simpatia. Tu hai avuto particolari difficoltà ad ambientarti? Il fatto di conoscere la lingua ha fatto la differenza?

È vero, in quattro anni non ho avuto nemmeno un amico parigino. Tutti i miei amici erano di altre nazionalità o di altre regioni della Francia. Esiste a Parigi una mentalità molto individualista, come credo esista a Milano, e onestamente non mi sono sforzata più di tanto per capirla meglio o adattarmi ad essa. Ho semplicemente coltivato quelle poche e preziose amicizie che riempivano i miei giorni e con esse ho affrontato la mia crescita personale. Approfitto per inviare loro un saluto carico di affetto: a Pamela, Antoine, Sana, Yesica, Géraldine e Massimiliano.

Poi il salto da Parigi ai Pirenei. Hai fatto fatica a lasciare la capitale francese?

È stata una scelta d’amore. Il mio compagno viveva in Spagna e, dopo un anno di relazione a distanza, abbiamo deciso di vivere insieme nel suo paese. Così ho lasciato Parigi senza rimpianti, consapevole del fatto che nella vita tutto è in movimento. Io non ho un buon rapporto con la routine, ho una scadenza e ogni quattro anni devo cambiare città, luogo, paese. Adesso è il quarto anno che vivo in Spagna e già sento un formicolio alle gambe!

Immagino che il tuo modo di vivere sia completamente cambiato. Come vivi ora, dal punto di vista dei ritmi e dello stile di vita?

Sicuramente ho scalato la marcia e ho rallentato il ritmo di vita lavorativo e sociale. Ho seguito anche qui il mio motto “pochi amici ma buoni”, e ho trovato un lavoro che mi piace molto. Insegno italiano, inglese e francese in una scuola privata e questo lavoro, in una cittadina piccola e isolata come Huesca, mi fa sentire utile.

Sabina De Marco pirenei

Che cittadina è Huesca? Ce la racconti un po’?

È un ambiente tranquillo che, dopo Parigi, mi ha dato modo di ridimensionare la mia vita a misura d’uomo, anche se dovrei dire di donna. Siamo in Aragona, una regione ricca di storia che s’intreccia con quella del nostro sud d’Italia. A Napoli e a Bari è facile trovare ancora gli stemmi della casa reale di Aragona, come testimonianza di territori annessi al grande regno nel XI secolo. Dal punto di vista gastronomico, ci sono molte specialità di insaccati e di carne, soprattutto. Rimasi sorpresa quando scoprii che l’abbacchio è un piatto tipico della loro cucina. “Ma se è una specialità nostra romana!” – Esclamai io! “¡No,no, no! ¡ésto es típico de Aragón!” – Affermano loro con certo cipiglio e orgoglio… Meglio non discutere troppo con gli aragonesi, grandi difensori delle loro tradizioni, hanno anche la fama di essere terribilmente testardi e con loro non è facile averla vinta!

Il tuo nuovo lavoro lo hai trovato lì o lo hai cercato da Parigi?

Ho sempre preferito cercare il lavoro sul posto. Mandare un curriculum e una lettera di presentazione da casa implica una comoda attesa. Mentre credo che quando si è già all’estero con un giornale di annunci in mano e l’urgenza nel cuore, si riesca a incontrare quello che si cerca. A me è successo appena arrivata a Parigi: dopo tante telefonate e annunci spuntati, in una settimana avevo trovato una casa e un lavoro. In Spagna è stato diverso perché non ero sola, ma dopo due mesi di ricerche ero già sotto contratto con una scuola privata come insegnante di lingue. Direi che nel lavoro sono stata sempre molto fortunata, o forse ho semplicemente scelto le strade giuste.

Questa tua propensione alla mobilità influenza anche i rapporti personali?

No, e sembrerebbe un paradosso. Conservo le mie amicizie italiane che durano da vent’anni e che non potrei mai rimpiazzare con quelle nuove fatte lungo il mio cammino. Rispetto l’amicizia e gli slanci generosi che si fanno in nome di essa. Ogni persona che fa parte della mia vita lo resterà per sempre. Il mio compagno ha una bellissima anima un pò nomade e con lui è facile pianificare un nuovo futuro che contempli cambiamenti anche radicali. Questo è ciò che ci unisce di più.

Cosa apprezzi di più del luogo in cui vivi ora?

Huesca è una delle città più sicure e al riparo dalla delinquenza della Spagna continentale. Quindi vivere in un luogo civile e tranquillo è comunque una bella garanzia di qualità di vita. Certo, per un’amante del mare come me, se stessimo sulla costa mediterranea e non ai piedi dei Pirenei, sarebbe la città ideale! Per questo, meno male che nella vita si possono trovare i mezzi per cambiare.

Che cos’è per te la curiosità?

La curiosità è voler accrescere il proprio sapere, andare al di là delle stupide e false convenzioni, osservare il mare fino al suo brillio più lontano e scoprire nuove prospettive di vita. Cristoforo Colombo era un uomo molto curioso!

Accennavi ad un nuovo progetto e ad una nuova partenza per l’Oriente. Ci puoi anticipare qualcosa? Almeno dirci in Oriente dove?

È un progetto nato nel settembre dell’anno scorso quando io e il mio compagno ci siamo finalmente resi conto che gli schemi imposti dalla società occidentale sono falsi e fuorvianti. Stabilità non vuol dire per forza felicità. Incasellarsi negli schemi di questa moderna società non sempre appaga la propria natura. Per questo abbiamo deciso di partire per il sud-est asiatico con un biglietto di sola andata. Conoscere una nuova filosofia, prendersi del tempo per pensare e scoprire nuove prospettive di vita sono state le nostre scelte naturali. Stiamo già lavorando alla creazione di una pagina web dove speriamo di poter condividere presto questa avventura con tutti gli amici di “Voglio vivere così”!

Questa la mail di Sabina:

[email protected]

Intervista a cura di Geraldine Meyer