Ci vuole più coraggio o più incoscienza nel lasciare tutto e andare via?

 

«E’ ingiusto arrendersi. Alle volte è necessario fare un passo indietro, accorgersi che le scelte finora fatte sono sbagliate e tentare un salto nel vuoto». E quel salto nel vuoto per Iris si chiama Australia. Più precisamente Melbourne dove il 30 giugno si trasferirà insieme a suo marito Pietro e i suoi tre figli. Una scelta difficile, iniziata come un gioco, poi ragionata e studiata e, infine, fortemente voluta. Per assicurare un futuro migliore a sé e alla sua famiglia. Per ritrovare quelle aspirazioni perse o forse semplicemente mai trovate perché il tempo non glielo ha ancora concesso. Una vita vissuta di corsa, la sua. Il primo lavoro a 18 anni. Per pagarsi l’università dava ripetizioni di matematica e fisica ai ragazzi del liceo, poi l’incontro con Pietro e la nascita dei loro bambini: Dafne 9 anni, Viola 8 e Lorenzo 4. Il tutto in una piccola città di provincia – Avellino – da dove presto spiccherà il volo. Non ancora trentenne, Iris ha infatti deciso di lasciare tutto: un lavoro, una casa, gli amici e la famiglia per raggiungere i suoi sogni. Da otto anni è responsabile di sala in un ristorante dove suo marito è chef. Lei lavora il sabato, lui tutti i giorni tutto il giorno, a pranzo e cena. «Una vita sacrificata – come lei stessa ci racconta -. Tutte le feste a lavoro, sabati liberi inesistenti, uscite impossibili, le vacanze complicatissime da organizzare e oltretutto tanti sacrifici per poi portarti a casa solo sconforto e frustrazione. Alla fine fai solo un lavoro che ti sei trovato a fare e che ti permette di vivere, ma nulla di più».

partire per australia

Non deve essere stata una decisione semplice. Mollare tutto: casa, famiglia, amici. Perché questa scelta così drastica?

«E’ stata dura, ma penso che nella vita a volte si debba avere il coraggio di lasciare ciò che è certo, e che non piace, per l’incerto con la fiducia che il domani sia migliore. Tutto è iniziato come un gioco, grazie a una mia amica che da tempo vive in Australia e che mi ha sempre invitato a raggiungerla. Così, tra una battuta e un’altra, io e mio marito ci siamo detti: “Perché no?”. Qualcuno potrebbe vederla come una mossa azzardata e lontana, forse perché non si è pronti a lanciarsi in una nuova avventura. Io, invece, ho cominciato ad aprire il mio sguardo. E il mio sguardo, ora, mi dice di andare».

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L’Australia con i suoi 7 milioni di chilometri quadrati è il sesto paese più esteso del mondo – anche se è il meno denso di popolazione rispetto alla sua estensione – e il più grande dell’Oceania. È considerato uno dei paesi dove si vive meglio, grazie a un basso tasso di criminalità, al sistema sanitario, alle opportunità lavorative e non per ultimo, allo stile di vita, più easy. Perché avete scelto proprio l’Australia?

«Per tutte queste ragioni. In realtà, inizialmente le mie opzioni erano orientate verso un paese europeo per una questione soprattutto di vicinanza con l’Italia e quindi con gli affetti. Dopo diverse discussioni con mio marito, abbiamo escluso la Germania per la difficoltà con la lingua. Avevamo considerato anche Londra dove mio cognato vive da 4 anni, anche lui scappato via con la famiglia e mai più tornato. Ma Londra per me è troppo caotica. Voglio fuggire dallo stress. Desidero un posto dove la vita sia tranquilla e possa avere il mio tempo e gli australiani hanno proprio questo: la cultura del tempo. Loro dicono sempre “Take your time”. Hanno uno stile di vita molto diverso, vivono in base a ciò che sentono, non hanno schemi rigidi e orari fissi. Sono molto più soft e easy. Ed è ciò che desidero per i miei figli, una vita tranquilla e semplice, senza grandi pretese».

I tuoi figli ti raggiungeranno in un secondo momento. Cosa ti aspetti per loro?

«Arriveranno a fine settembre, se tutto va secondo i piani. Dopo i primi 3 mesi di lavoro capirò, infatti, se è il caso di fare quest’esperienza tutti insieme. Spero sicuramente di dargli un’aspettativa. Qui in Italia non mi sento di poter dire loro: “Fai la tua strada, studia e un giorno ti realizzerai”. Non ho il coraggio di dire a mia figlia: “Sì, potrai fare la stilista”, mentirei a me stessa e a lei. Dovrei farli crescere in una realtà, come quella italiana, che difficilmente premia il merito e l’impegno. E non voglio da genitore dire a una bimba di 9 anni che probabilmente non realizzerà mai i suoi sogni perché deve accontentarsi di quello che trova, e oltretutto una volta laureato non è detto che sia preparato. Abbiamo ancora il brutto vizio di credere che l’istruzione sia una sorta di parcheggio, un passatempo. Senza capire che è l’unica salvezza che ha questa generazione. La cultura ti dà un’individualità e una personalità, ti riconosci senza doverti per forza identificarti nell’altro. Se tu sai chi sei non hai necessità di conformarti al sistema. E purtroppo credo che qui i miei figli sarebbero costretti ad adeguarsi a ciò che la società gli offre. Per questo oggi faccio una scelta difficile, anche per loro. Piangono quasi tutti i giorni all’idea di partire perché non vogliono lasciare gli amici. Un giorno forse mi ringrazieranno, o forse mi odieranno e ritorneranno. Non posso saperlo. Ma adesso come genitore mi sento responsabile per il loro futuro. E il loro futuro non è in Italia».

Come vi state preparando ad affrontare questo trasferimento?

«Stiamo studiando tanto, cercando di migliorare l’inglese per non trovarci impreparati. Fortunatamente esistono delle agenzie, le “Immigration agent”, che ti aiutano nei primi approcci con il nuovo Paese, con i visti, con la ricerca dell’alloggio, fornendoti anche i contatti per i primi lavori. Insomma un’assistenza iniziale, poi dipenderà tutto da noi e dalla nostra capacità di adeguamento. È ovvio che l’italiano è visto con diffidenza, siamo degli immigrati lì. Ma abbiamo la fortuna di provenire da un settore, quello della ristorazione e dell’agroalimentare, che è un buon biglietto da visita. In fondo la cucina italiana è riconosciuta in tutto il mondo».

Gli australiani hanno delle ferree leggi di immigrazione. Il Paese offre davvero opportunità straordinarie a chiunque, ma non è certo la meta da “mollo tutto e parto con una valigia di cartone”. Dal punto di vista burocratico, qual è l’iter che bisogna seguire?

«Sono rigidi e selettivi, è vero. Ma anche per quello credo che tutto funzioni molto meglio. Noi partiremo con un visto “working holiday”, valido per un anno e rinnovabile per un secondo anno se sono soddisfatte alcune condizioni. Permette di lavorare durante il soggiorno ed è rilasciato solo a coloro che hanno tra i 18 e i 30 anni. Compiuti 31 anni diventa molto più difficile perché non ti viene concesso il visto lavorativo. Devi entrare con un visto studente, il che implica l’iscrizione a un corso di formazione, di inglese o all’università quindi partire già con un somma di denaro considerevole. Oppure devi avere la fortuna di trovare una società che ti sponsorizza attraverso un contratto di lavoro e uno stipendio base. È dunque il datore di lavoro a farsi da garante. Questo tipo di visto ti consente di portare i bambini, cosa che non possiamo fare col “working”. Quindi dopo i primi 3 mesi io o mio marito cambieremo visto con quello per studenti. Il mio sogno è che Pietro possa iscriversi all’Accademia di cucina australiana, una delle più importanti al mondo. Vedremo come andranno le cose».

Nuova lingua, nuova cultura, nuove usanze. Cosa ti spaventa di più?

«Provo ad aver paura. La mia natura caratteriale di solito mi spinge a vedere soltanto i contro, e difficilmente i pro. Questa volta è diverso. Forse perché non so quello che mi aspetta lì, ma non riesco a immaginarmi cosa possa andare storto. Alla fine la mia vita è stata sempre incentrata sul lavoro e in Australia il lavoro c’è per tutti. Se dovesse andare male è solo perché non mi hanno fatto un contratto, in compenso avrò fatto un’esperienza, perfezionando il mio inglese e potremo – perché no – decidere di andare in qualche altra parte del mondo. Di sicuro mi mancheranno gli amici, la mia famiglia. Ma il coraggio non mi manca. Spesso i cambiamenti fanno paura, per me invece sono una risorsa. C’è un posto per tutti nel mondo, perché non farlo? In questo mi aiuta anche la fede, che non necessariamente è relativa alla religione. Avere qualcosa in cui si crede fermamente è importante, ti dà quel punto fermo di cui hai bisogno per muoverti nel mondo perché parti con la certezza che qualcosa c’è. Io mi affido, qualcosa di buono uscirà. Voglio guardare al futuro con la certezza che qualcosa di buono c’è».

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Vivere nella “terra dei canguri” è costoso e soprattutto inizialmente, mentre si cerca lavoro, occorre avere da parte una discreta somma di denaro che permetta di far fronte alle spese di vitto e alloggio. In Italia tutto sommato hai una casa, un lavoro. Ma rischi e ti rimetti in gioco. Cosa speri di trovare una volta lì?

«Le spese sono considerevoli: dai biglietti aerei ai visti, fino all’assistenza sanitaria che non è pubblica. Abbiamo scelto Melbourne proprio perché la vita rispetto a altre città costa meno. Non ho la pretesa di andare in Australia e fare fortuna. Vado in Australia per lavorare e sacrificarmi, con la differenza che se questi sacrifici mi verranno giustamente e equamente pagati sono disposta a farli. Non so quali siano le mie aspirazioni. Non ho mai avuto il tempo di capirlo, mi sono trovata a lavorare giovanissima per mantenermi all’università. Università che non ho terminato con l’arrivo dei figli, ma chissà che un giorno non possa riprendere gli studi. Ho fatto una scelta, a volte un po’ risentita. Credo che succeda a tutti prima o poi. Mi capita di ripensare che forse non volevo questo, che mi sarebbe piaciuto dedicarmi a me, ai miei studi, alla mia realizzazione personale e poi famigliare. Però ad oggi i miei figli sono la cosa più bella che ho nella vita, sono una certezza di amore e conforto, sono una forza. È grazie a loro che vai avanti in tanti momenti in cui probabilmente ti saresti arreso. Un giorno stavo piangendo, capita quando la tua vita è tutta sacrifici e difficilmente trovi qualcosa di gioioso, e mia figlia mi guarda e mi dice “Mamma non piangere, dietro le nuvole c’è sempre il sole”. Ecco, questa frase mi ha segnata tanto. Siamo noi che ci poniamo dei limiti, siamo noi che in qualche modo ci arrendiamo solo perché non abbiamo il coraggio di reagire. Intorno a noi c’è un mondo. Non c’è la nostra piccola città, non c’è l’Italia, c’è un mondo che ci aspetta».

Un’ultima domanda. Ci vuole più coraggio o più incoscienza nel lasciare tutto e andare via?

«Dipende da chi ti osserva. Penso che ci vogliano entrambe le cose. Il coraggio, perché lasci quello che hai: un lavoro, anche se non ti soddisfa, ma pur sempre un lavoro. Ci stiamo vendendo una casa che faticosamente abbiamo comprato. Probabilmente abbiamo delle certezze che gran parte della popolazione italiana non ha. E questo, visto dagli occhi di chi non le possiede, potrebbe sembrare un’incoscienza. Eppure non è così, perché noi andiamo alla ricerca dei nostri sogni. Ho deciso che voglio realizzare i miei sogni e per realizzarli devo capire quali sono e cercarli, perché qui non li ho trovati».

Di Enza Petruzziello