Paola tiene un diario di questa sua avventura sulle pagine del suo blog (vedi a fondo pagina) ricco anche di consigli ed informazioni pratiche. Un’altra giovane che ha dovuto guardare all’estero per trovare una condizione di lavoro all’altezza delle sue aspettative e sforzi.

Paola Marchese, Londra veterinaria

Ciao carissima, vuoi parlarci del tuo percorso professionale in Italia?

Gli studi sono stati abbastanza convenzionali direi: elementari, medie, liceo scientifico e laurea in Medicina Veterinaria all’Università degli Studi di Milano. Dopo essermi laureata, in corso, ho iniziato la solita trafila del veterinario neolaureato: il tirocinio annuale, quello che io definisco “A new sort of slavery“. Infatti, oltre a non venir pagati, in questo periodo svolgi lavori che non hanno nulla a che fare con la tua laurea. Al termine, se sei fortunato, puoi fare qualche terapia agli animali o guardare il collega anziano mentre lavora. Vorrei solo far notare che i lavori che fai da tirocinante, in Gran Bretagna sono svolti dalle infermiere o dai loro assistenti; e comunque sono pagati per questo. In questi giorni sono andata come visitor all’Animal Health Trust, un ospedale veterinario vicino a Newmarket. In qualità di visitor puoi solo guardare. Beh, io ero abituata a questo; invece la mia collega inglese era molto frustrata perché, in Inghilterra già all’università fai pratica. Ma pratica davvero.

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Come hai trovato il lavoro in Inghilterra?

Credevo fosse più complicato in realtà. Noi veterinari abbiamo un sito: http://vetrecordjobs.com/vetrecordjobs/vet-veterinary-nurse-jobs.html su cui vengono pubblicati annunci di lavoro. Ogni volta che lo consultavo e vedevo che cercavano veterinari per piccoli animali, anche senza esperienza, mandavo curricula e lettere di presentazione. Mi hanno concesso due volte quella che qui viene chiamata interview e mi hanno presa.

Cosa ci puoi raccontare di questa tua esperienza all’estero?

Per ora sono molto contenta. Il concetto che loro hanno di veterinario è esattamente quello che ho io e lo stipendio è molto meglio di quello che pensassi. Insomma direi che, per ora, non ho proprio nulla di cui lamentarmi.

Qual è l’elemento di differenza che più ti ha colpito del modo di lavorare inglese rispetto a quello italiano?

Praticamente è tutto diverso. Non so se è la parola giusta ma mi viene da dire che sono più moderni; qui, anche per motivi culturali, gli animali vengono considerati alla pari degli esseri umani. Altra cosa importante è il modo in cui sono considerati i giovani che qui rappresentano un punto di forza. In Italia hai sempre la sensazione di essere una zavorra che rallenta tutto il sistema. Almeno così ti fanno sentire.

Da molte interviste fatti ad altri italiani, tutti hanno detto che una parola chiave del mercato del lavoro inglese è Meritocrazia. Sei d’accordo anche tu?

Penso di sì. Anche se devo ancora provarlo sulla mia pelle. Io sono stata presa senza avere molti meriti. Quelli li dovrò dimostrare. Allora perché mi hanno assunta mi chiedo? La mia impressione è che siano stati molto impressionati dalla mia voglia e dal mio impegno. Credo li abbia colpiti la mia determinazione nel trasferirmi in Inghilterra senza avere un lavoro sicuro e il fatto che, senza avermelo chiesto, abbia deciso di andare come visitor in due ospedali inglesi. Per cui credo che un’altra parola chiave, oltre a meritocrazia, sia impegno.

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  veterinaria Paola Marchese, Londra

Dal punto di vista umano cosa ti colpisce di più della società inglese?

L’impressione che ho avuto è che siano molto gentili e accoglienti. Molto più di quanto non dicano le leggende metropolitane sugli inglesi. Forse perché sono abituati ad avere tanti stranieri in giro per il loro paese e questo comporta una maggiore apertura e rispetto  per la libertà di espressione altrui. Credo che noi soffriamo molto della “sindrome del pecorone” se così posso dire; se la massa si comporta in un certo modo, tutto ciò che sta fuori da questo modo viene considerato folle. Qui tutto ciò non esiste, e la differenza è considerata una ricchezza. Ed è una sensazione meravigliosa.

Se dovessi fare un primo breve bilancio di questa tua avventura cosa diresti?

Bilancio assolutamente positivo. Non tornerei indietro per nulla al mondo. Anzi, con il senno di poi, mi pento di non essere partita prima.

Come è stata accolta la tua decisione di espatriare da amici e parenti?

Gli amici mi hanno incoraggiata e supportata, anche perché sapevano quale fosse la mia situazione. In famiglia sono stati più scoraggianti dire. I miei genitori hanno esordito con un malinconico: “Se è proprio questo quello che vuoi…” e i miei zii hanno storto il naso dicendomi che all’estero non sarebbe cambiato nulla e che non avrei trovato l’America. Per fortuna sono una che fa sempre di testa propria.

Hai avuto qualche particolare difficoltà di ambientamento?

Direi di no. A parte forse il diverso concetto che gli inglesi hanno di igiene e di pulizia. Sarà che sono una maniaca in tal senso.

Come ti sei preparata all’espatrio?

Ho prima di tutto sistemato la parte burocratica, come iscrivermi all’ordine dei medici veterinari inglesi. Poi ho trascorso la mia unica settimana di ferie a Winchester per preparare il TOEFL, l’esame di lingua legalmente riconosciuto. Poi sono andata a visitare il Royal Veterinary College di Londra e lì ho capito che L’Inghilterra era il paese perfetto per fare il mio mestiere.

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A parte il fatto, importantissimo, di averti dato un lavoro cosa ritieni che ti abbia dato l’Inghilterra a livello di opportunità?

È difficile fare considerazioni al di fuori dell’ambito lavorativo perché, per me, il mio lavoro è tutto. Per cui credo che questo paese mi stia dando l’opportunità di farlo al meglio, come ho sempre sognato. Al di fuori del lavoro devo dire che qui ho scoperto la mia passione per l’arte. Non vedo l’ora di iniziare il mio corso di pittura.

Veterinari in fuga è il tuo profilo fb. La parola fuga lascia intravedere anche molta rabbia. È così?

Sai che non avevo mai riflettuto sul fatto che potesse esprimere rabbia? Forse, inconsapevolmente è così. L’unica cosa che posso dire è che non devo ringraziare nessuno, a parte i miei genitori. C’è un proverbio che dice: “Se hai bisogno di una mano, guarda in fondo al tuo braccio.” Io so solo che sono andata via facendo tutto da sola e lasciando persone che, non so perché, vorrebbero anche essere ringraziate. Cosa che mi guardo bene dal fare, essendo di natura politically incorrect.

www.facebook.com/pages/Veterinari-in-fuga/126846734108459 il profilo fb di Paola

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A cura di Geraldine Meyer