Mille bolle blu in Canada

Di Gianluca Ricci

Altro che mille, le bolle blu che d’inverno si accumulano sotto lo spesso strato di ghiaccio che ricopre l’intera superficie del lago Abraham, meraviglia naturalistica dell’Alberta canadese a metà strada fra Calgary ed Edmonton.

A causa di un raro quanto surreale fenomeno chimico, l’acqua intrappolata al suo interno, una volta che le rigide temperature di quelle latitudini hanno fatto il loro lavoro di solidificazione, si riempie di bolle di metano provenienti dal fondo: queste, impossibilitate ad uscire dallo strato di acqua ghiacciata, si accumulano una sull’altra formando un improbabile caleidoscopio fisico-chimico ad appannaggio della fantasia dei fotografi, che ogni anno si danno appuntamento sulle rive del lago per scatti sempre nuovi, sempre affascinanti.

Dire che si tratti di un miracolo della natura sarebbe però scorretto: il bacino venne infatti formato artificialmente nel 1972 in seguito alla realizzazione della diga di Bighorn, progettata per irregimentare le acque del fiume North Saskatchewan in modo che potessero produrre energia una volta fatte scorrere dentro le turbine della centrale sottostante.

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Negli anni necessari a dare vita al bacino d’acqua la natura, in questo caso sì, ha fatto il suo corso: la materia organica morta (foglie o animali) che finiva sul fondo è stata rielaborata dai batteri, che consumandola per nutrirsene, hanno conseguentemente prodotto gas metano, lo stesso che durante la stagione invernale permette di dare vita al fenomeno che da quelle parti è stato battezzato “ice bubbles”.

Un fenomeno peraltro normale alle basse temperature, lo stesso che ha gettato le basi per la creazione del sistema biologico comune a ettari ed ettari di terra disabitata ricoperta dal permafrost.

Bomba ecologica

Di per sé una vera e propria bomba ecologica, per quanto naturalmente prodotta, visto che il metano risulta essere uno dei più potenti e pericolosi gas serra del pianeta, più nocivo addirittura del biossido di carbonio.

Finché si limita a dare vita a composizioni “artistiche” come quelle del lago Abraham, nessun problema, almeno finché le temperature garantiscono la tenuta del ghiaccio: al suo scioglimento però le bolle scoppiano a contatto con l’aria rilasciando il loro pericoloso contenuto.

Una goccia, ovviamente, nel mare dell’inquinamento atmosferico della Terra. Ecco perché ci si avvicina d’inverno su quelle sponde congelate senza alcun patema d’animo ecologista: pura e semplice osservazione di un artistico fenomeno naturale, capace di offrire spunti infiniti alla fantasia dei sempre più numerosi fotografi che fanno del lago Abraham la meta dei loro sogni.

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Al punto che il primo ad accorgersi della straordinaria particolarità di quelle bolle imprigionate sotto il ghiaccio ci ha costruito sopra un piccolo business pubblicando i suoi scatti e offrendosi di accompagnare chi avesse la curiosità di vederle in prima persona in una sorta di tour guidato.

E di una guida, da quelle parti, c’è davvero bisogno: d’inverno infatti, quando il fenomeno diventa visibile, la temperatura raggiunge i 30 gradi sotto zero e neve e vento sferzano chiunque si avventuri da quelle parti al punto da limitare i suoi spostamenti a qualche manciata di minuti; impossibile inoltre avventurarsi sulla sua superficie senza opportune indicazioni: in alcuni punti lo spessore del ghiaccio si assottiglia ad una decina di centimetri soltanto, insufficienti a reggere il peso di una persona.

Fare un bagno imprevisto a quelle temperature e in mezzo al metano non è forse il massimo delle aspirazioni.

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