Giovanni Allari racconta il suo Giappone

Dall’Italia al Giappone, una scelta di vita diversa, dettata dal desiderio di conoscenza di nuove culture e nuove realtà, perché “ il mondo può solo migliorare se ci si mischia tra di noi”. Questo è il pensiero di Giovanni Allari che da 9 anni vive a Tokyo e che, pur essendo un Gaijin (persona di fuori), si sente ormai parte integrante della realtà giapponese.

Giovanni raccontaci, come ti sei trovato a vivere stabilmente in Giappone?

Dopo la mia prima visita nel 1994, della durata di un mese, direi che è stato amore a prima vista. Non vedevo l’ora di tornare in Giappone per approfondire lo studio della lingua, la conoscenza del Paese, della sua cultura e soprattutto delle sottoculture di cui è ricchissimo. Quando poi ho iniziato a vivere stabilmente qui nel 2003, con un lavoro fisso ed una famiglia, sotto alcuni punti di vista l’impatto è stato devastante. La prima impressione è stata di estrema curiosità, soprattutto nei confronti delle persone. Perché il Giappone, a prima vista, non è tutto templi e tetti stile orientale, ma ricorda moltissimo la modernità occidentale. La cosa che più mi incuriosiva, erano le persone che, nonostante fossero vestite all’occidentale (giacca e cravatta sono tipicamente occidentali), erano comunque molto diverse nelle abitudini e nei costumi rispetto a noi.

Chi ti ha incoraggiato in questa scelta importante?

I miei genitori e mia moglie Mayumi, giapponese, che mi ha sempre aiutato e consigliato su come affrontare certe situazioni in una terra diversa dalla mia, quale il Giappone. Ovviamente non è stato facile, ci sono stati momenti di sconforto, ho avuto anche dei grossi problemi con la famiglia di mia moglie, però, grazie a lei e all’appoggio dei miei, siamo riusciti a superarli, ed ora mi sembra tutto molto lontano. Ormai sento di far parte della realtà giapponese, sono uno dei tanti Gaijin (persone di fuori) che cercano di rifarsi una vita a Tokyo. Il vantaggio di essere uno “di fuori” mi permette di vedere le cose in un’altra ottica, in un Paese che ha forti visioni e opinioni di massa.

Giovanni Allari in Giappone

E’ cambiato qualcosa nel tuo stile di vita?

Nel trasferimento dall’Italia al Giappone e, soprattutto a Tokyo, ne hanno risentito i miei rapporti di amicizia. Mi spiego: in Italia con le piccole città che abbiamo, vedersi con amici e familiari è molto semplice, basta prendere la macchina e in 15-20 minuti si è a casa di amici. Qui purtroppo, le distanze enormi tra casa e lavoro (io mi faccio un’ora di treno andata e ritorno tutti i giorni) non aiutano di certo l’interazione con gli amici, con la conseguenza che con alcuni, ci si vede solo una volta ogni 2-3 anni! Un altro aspetto è, come accennavo sopra, fare il pendolare tutti i giorni insieme ad altre migliaia di persone. I treni al mattino sono molto lenti e pieni di gente, il che incide molto, a livello fisico e sicuramente anche a livello psicologico.

L’attaccamento giapponese al lavoro, è rinomato nel mondo. Parlacene un po’….

Per inserirsi nel mondo del lavoro in Giappone bisogna farsi valere e rispettare il prossimo, lavorando tanto e dando buoni risultati. Qui, a mio avviso, si può fare molta strada, ma è molto importante conoscere la lingua. In Giappone, sono molto bravi a creare posti di lavoro che in Italia non verrebbero mai proposti a nessuno, con conseguente vantaggio per l’economia. Per esempio, quando ci sono lavori stradali, c’è sempre una persona addetta al controllo per la sicurezza dei pedoni, che si preoccupa che la gente non passi troppo vicina al cantiere con il rischio di farsi male. Da un’ottica occidentale, è quasi ridicolo avere qualcuno che in estate e in inverno stia fuori 8 ore a dire “ci scusiamo per l’inconveniente, fate attenzione”, ma per i giapponesi, questo ha sicuramente un senso. Io ritengo di essere stato molto fortunato. Riuscii a farmi trasferire dalla mia ditta italiana alla sede giapponese, inizialmente pensavo che fosse, più o meno, lo stesso ambiente lavorativo, ma mi sbagliavo! In Italia finivo le mie 8 ore di lavoro e andavo a casa, qui a Tokyo sfortunatamente le ore di lavoro sono 10 o 12, quando tutto va bene. L’esperienza peggiore per me, è stata uscire dal lavoro alle 23.30!

VIVERE E LAVORARE A TOKYO giappone

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Ora raccontaci qualcosa della realtà in cui vivi..

Per chi volesse trasferirsi in Giappone consiglierei, prima di tutto, di venirci per un breve periodo in vacanza, così da rendersi conto personalmente dello stile di vita giapponese, delle possibilità di lavoro e quant’altro. Sarebbe opportuno trovare qualche appoggio locale, presso amici giapponesi o italiani che risiedono in loco. Trovare un lavoro qui, significa avere un tenore di vita più alto che in Italia. Per quanto riguarda i supermercati ed i prodotti di prima necessità, il Giappone è una via di mezzo tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ci sono supermercati che si concentrano sugli alimentari e piccoli “Convenience stores” , aperti 24 ore su 24 che, ovviamente, costano più dei tradizionali supermercati. Qui sfortunatamente, non c’è una cultura del mercato come in Italia, quindi i costi degli alimenti, sono tendenzialmente più alti. Un vantaggio è che i supermercati, prima dell’ora di chiusura, fanno i saldi, quindi una mela che costava 2 euro al mattino, la sera arriva a costare solo 50 centesimi. Il Paese gode di un’ottima rete di trasporti, tutti molto efficienti ma molto cari se paragonati ai prezzi italiani. Fortunatamente, tutte le ditte che assumono una persona a tempo pieno devono, per legge, fornire una quota che copra i costi di trasporto, il che è molto comodo. Per quanto riguarda le auto, qui costano meno rispetto all’Europa, questo perché ogni due anni si è costretti a fare una revisione totale che costa più di 2000 euro, perciò molti preferiscono vendersi l’auto per comprarsene un’altra. Un’altra curiosità è che in Giappone, se non si ha un garage, non si può comprare un’auto. Non si può parcheggiare per strada, quindi andare in centro in macchina per fare shopping è praticamente impossibile, anche perché i parcheggi pubblici costano 100 euro per 24 ore. Ecco perché a Tokyo la gente si muove in treno. Per quanto riguarda le strutture ospedaliere, il Giappone si trova, a mio avviso, in una situazione tra il sistema europeo e quello americano. Qui i cittadini, per vivere tranquilli, devono possedere un’assicurazione che comporta un costo mensile non indifferente. Nel caso di un incidente, di un’operazione o semplicemente per l’acquisto di medicinali, il cittadino paga il 30% della spesa totale, mentre il resto viene coperto dall’assicurazione privata o dallo Stato nel caso si tratti di un’assicurazione pubblica. Questo a mio avviso non è un buon sistema, soprattutto per il cittadino soggetto ad assicurazione pubblica, che, in caso di un’operazione, deve farsi carico di costi esorbitanti. Una cosa che manca e che, finalmente dopo 70 anni dalla fine della Guerra sta tornando, sono i medici di base, importantissimi per le diagnosi. Per esperienza personale, io e mia moglie ci siamo accorti di una malattia consultando internet e dal medico siamo stati mandati da uno specialista! In Italia, un medico di base, avrebbe fatto tutto quello che invece abbiamo fatto noi tramite internet. Per quanto riguarda il resto, posso dire che il costo della vita paragonato all’Italia è più alto, il cibo costa molto di più, gli affitti in proporzione sono più cari, in compenso però, gli stipendi sono comparati e, per mia esperienza personale, trovo più semplice vivere qui rispetto all’Italia. Un altro aspetto positivo è che non c’è quasi mai il rischio di venire rapinati per strada. Qui il massimo che puoi trovare, sono le bande di motociclisti chiamate i Bosozoku (bande del tuono) che scorazzano nei sobborghi delle grandi città. Per quanto riguarda le bellezze artistiche e naturali, il Giappone ha molti anfratti incantevoli. Tra le bellezze naturali c’è il monte Fuji, ci sono molti templi ed edifici religiosi come l’incantevole Kyoto, ci sono molti castelli sparsi un po’ per il Paese e, per ultimo, il villaggio di Shirakawa Go che ha conservato il suo stile tradizionale, con i tetti delle case fatti di paglia. A dir poco fantastico…

Per gli amanti dell’elettronica e dei fumetti a Tokyo c’è il quartiere di Akihabara, famoso per gli appassionati, dove è possibile comprare gadget, televisioni, telecamere e articoli dei personaggi Manga.

VIVERE E LAVORARE A TOKYO giappone

In Giappone arrivano molti italiani?

Sfortunatamente no. Vorrei che ci fosse una bella ed attiva comunità italiana, purtroppo però, siamo pochissimi, molti dei quali lavorano nel mondo della ristorazione. L’aspetto più triste è che tra noi, c’è poca collaborazione e molta presunzione per il lavoro che si svolge.

Per chi volesse trasferirsi in Giappone, è difficile ottenere un permesso di soggiorno?

La prima cosa che mi sentirei di dire è “In bocca al lupo!”. Qui è molto difficile avere un visto, a meno che non si abbiano delle abilità lavorative che mancano nel Paese. Per esempio, è molto facile per un pizzaiolo o per un cuoco avere un permesso di soggiorno. Per gli altri è molto più difficile, anche se, questa attitudine ad essere chiusi al resto del mondo pian piano sta cambiando e pare che sia un po’ più facile avere un permesso di soggiorno.

Il terremoto che ha colpito il vostro Paese, quali danni ha provocato non solo da un punto di vista materiale, ma anche psicologico?

La distruzione ed il dolore che ha portato in questo Paese, sono enormi. Ricordare quel periodo per me, è molto doloroso, è una ferita che mi porterò dentro per molti anni. Personalmente ne ho risentito molto, soprattutto nei giorni successivi. Ho provato un’angoscia buia e profonda ed un senso di impotenza. Il Paese ha sicuramente ricevuto un colpo enorme, uno di quelli che avrebbe lasciato qualsiasi Paese europeo a terra, per molti anni. Credo che non ci sia nessuno e sottolineo nessuno che, anche indirettamente, non sia stato toccato dal lutto a causa del terremoto. Famiglie distrutte, bambini, adulti, animali non c’è stata pietà per nessuno. Spero solo che, chi se ne sia andato, sia ora in un posto migliore perchè se l’è meritato. A mio avviso questa tragedia è paragonabile alla seconda guerra mondiale.

Hai vissuto in prima persona quel terribile dramma?

Si, solo a pensare a quel giorno mi vengono i brividi, a come improvvisamente, nel giro di pochi secondi, sia cambiato tutto radicalmente. Quando ci sono state le 2 fortissime scosse, mi trovavo sul posto di lavoro. Ho chiamato subito la mia famiglia, mentre tremava tutto intorno a me e in questo sono stato fortunato, perché, dopo il terremoto, i telefoni non funzionavano. Mi sono accertato che la mia famiglia stesse bene, poi ho deciso di andare a piedi verso casa, perché i treni non funzionavano. Ho camminato per circa 10KM ma poi, avendo delle scarpe poco adatte a camminare, dopo aver aspettato invano un taxi, dietro una fila di circa 100 persone, ho trovato una sala concerti, dove distribuivano coperte ed ho dormito lì fino al mattino. Quando i treni hanno ripreso a funzionare, sono partito verso casa. Dopo 3 giorni di angoscia per il problema alla centrale nucleare, abbiamo deciso di ascoltare l’ambasciata che ci consigliava di lasciare il Paese, così, abbiamo chiuso casa e siamo partiti per Torino. Guardare la televisione per noi era angosciante, soprattutto perchè c’erano tantissime notizie non confermate, tantissime incongruenze e, la cosa più grave, nessuno comunicava chiaramente quale fosse la situazione reale della centrale nucleare. Nei giorni successivi, c’è stato l’assalto ai supermercati, ho visto una coda di 50 persone per comprare il riso. Credo di aver provato veramente che cos’è l’angoscia, la paura provocata dal non avere più nessun punto di riferimento.

A Tokio c’è ancora paura?

Dipende molto dal carattere delle persone. Io dopo tanta paura e tanta disinformazione, sia da internet che dai media, ho deciso di mettermi il cuore in pace e di non pensarci più. A casa, adesso, prendiamo alcune precauzioni, ad esempio, avendo una figlia piccola, non usiamo più l’acqua del rubinetto per cucinare. Non compriamo più frutta e verdura, poichè in commercio ci sono parecchi prodotti di Fukushima. So comunque, che si la può acquistare da Kyushu (sud del Giappone), anche se non l’abbiamo mai fatto. Ci sono diverse comunità su Internet che fanno rilevamenti sulle radiazioni, quindi oltre ai media, che sono poco affidabili, ci sono forme alternative di controllo e comunicazione. Tra le altre cose, le varie ambasciate, inclusa quella Italiana, fanno controlli periodici, pubblicandone i dati, il che ci rende più tranquilli.

Da voi sono arrivate le scorie radioattive?

A quanto pare le scorie, in dosi minime, sono arrivate fino a Tokyo Nord, noi abitiamo a Tokyo ovest, ben lontani da quelle zone. Adesso come adesso mi preoccupo poco anche perché, da allora, ci sono state parecchie precipitazioni che hanno limitato il problema. Per quanto riguarda le zone di Fukushima e del nord del Giappone la situazione è più seria, in molti casi, soprattutto nelle scuole, si è proceduto scavando la superficie di giardini, campi da gioco, etc. in modo da ridurre la radioattività. Però, a mio parere, la situazione è comunque sotto controllo nonostante quel che si dica.

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In che modo il Giappone sta superando questa tragedia?

Il Giappone sta superando questa enorme tragedia, grazie alla forza di volontà del popolo, i politici invece, continuano con la loro vita, che è cambiata ben poco da quella precedente al terremoto. La gente si svuota le tasche e ci sono tantissimi punti di raccolta fondi, per aiutare i più sfortunati. Una cosa che mi ha colpito profondamente, è stata la presenza di tantissimi stranieri, di tantissimi Paesi, che si sono letteralmente fiondati ad aiutarci, rimuovendo macerie e confortando i terremotati. Qui a Tokyo ora, sembra che non sia successo nulla, ma sui media, scorrono ancora tantissime scene dell’orrore, che ci ricordano che non bisogna assolutamente dimenticare.

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Ci sono state ripercussioni sull’economia giapponese?

Si, ci sono state delle forti ripercussioni sull’economia di tutto il Paese, i razionamenti di energia hanno colpito tante fabbriche, costrette a diminuire la produzione e questo, ovviamente, ha creato non pochi problemi. Nelle settimane seguenti il disastro, per esempio, non si poteva trovare lo Yogurt, perchè tantissime fabbriche di contenitori per lo Yogurt, si trovavano nel nord del Paese. Un aspetto positivo in questa tragedia è che, adesso, c’è meno spreco di energia elettrica. Per intenderci, qui il centro città sembra quasi Las Vegas, ci sono insegne luminose in grande quantità, nei treni c’è la luce accesa anche di giorno e, molto spesso, mi sono chiesto se era veramente necessario tutto questo spreco. Ora invece, si è tutto ridimensionato, anche se sarebbe stato meglio affrontare questo cambiamento senza aver dovuto subire un terribile terremoto.

Quale aspetto ti piace di più dell’Italia e quale del Giappone.

Dell’Italia mi piace l’elasticità mentale e l’arte di arrangiarsi quando non si hanno molte risorse, del Giappone invece, la serietà con la quale si lavora e con la quale si fanno le promesse. Se veramente si potesse avere una società che prenda il meglio dei due Paesi, si potrebbe diventare imbattibili. Una cosa che ho imparato a capire, ad accettare ed apprezzare qui, è che, dinanzi ad un problema, si pongono l’obiettivo di risolverlo seguendo il sistema delle 5 domande, sistema che, alla fine, ti porta al nocciolo della questione. Alla Toyota mi pare le chiamino i 5 perché.

Quali sono le feste più importanti in Giappone?

Il capodanno è sicuramente la festa principale, qui la famiglia si riunisce, si mangia e soprattutto ci si riposa, anzi, il primo dell’anno, non si fa veramente nulla ed è quasi frustrante. Si guarda molta televisione e si chiacchiera in famiglia. Insomma più o meno quello che si fa da noi!

E i piatti tipici?

Di piatti tipici ce ne sono molti, ma anche questi risentono dell’influenza millenaria della Cina. Ovviamente però, il Giappone, essendo segregato e diviso dalla Cina, usa degli ingredienti a mio parere, poco convenzionali. Ci sono le alghe, che a prima vista possono sembrare orribili, ma che in realtà sono buonissime. Poi ci sono anche gli spaghetti in brodo tipici, chiamati Soba, fatti di frumento e non di grano, di colorito grigio marrone e cotti in un brodo a base di soia. Poi qui si usa moltissimo il porro rispetto alla cipolla, il cavolo cinese e la rapa gigante chiamata Daikon, che è come un ravanello nostrano, ma che, a differenza del nostro, è bianco ed è 20 volte più grosso.

Consiglieresti il Giappone a chi intendesse trasferirsi per ricominciare una nuova vita?

In generale lo consiglierei, ma direi loro di essere pronti a ricominciare da capo più volte, per tutte le volte che ci sbatteranno il naso. Poi, dipende anche da quali obbiettivi una persona si pone e dalla motivazione che la spinge a fare questo grande passo. Il lato positivo è la possibilità di fare nuove esperienze e di migliorare personalmente, attraverso la conoscenza di persone nuove e interscambi socio culturali con altri cittadini del mondo. Perché penso che il mondo, può solo migliorare se ci si mischia tra di noi.

Rifaresti tutto ciò che hai fatto fino ad ora?

Si assolutamente, il Giappone mi ha dato una moglie ed una figlia che adoro! Come potrei tornare indietro? Col senno di poi, forse, avrei potuto fare altre scelte, ma sono contento di aver fatto ciò che ho fatto. Ho fatto tantissime esperienze che, nonostante io abbia più di 30 anni, mi hanno aiutato, ulteriormente, a maturare e a crescere emotivamente.

Per scrivere a Giovanni Allari:

[email protected]

 

Intervista a cura di Nicole Cascione