Daniela: sono una cantante professionista a Montreal
La passione per l’arte, il teatro e la musica scorre da sempre nelle vene di Daniela, anche per via dell’influenza del padre e di quella della nonna. Lo stesso si può dire della sua passione per i viaggi e per le culture diverse dalla sua.
“Fin da piccola ho manifestato chiaramente una forte e inequivocabile vocazione per il palcoscenico, che ho portato avanti con naturalezza e determinazione, assieme allo studio accademico. La passione per l’arte poi, però, è stata più forte. L’ho seguita con tutta me stessa, lavorando in produzioni teatrali, musicali, televisive e cinematografiche di rilievo, in Italia e all’estero, al fianco di grandi artisti e maestri. Era chiarissimo che avrei voluto seguire questa strada, qualsiasi cosa avesse comportato!” racconta Daniela, che si è trasferita stabilmente a Montreal nel 2017 ed è stata poi raggiunta dal compagno e dal figlio.
Parlando delle differenze nel mondo del lavoro artistico tra Canada e Italia, Daniela dice che, “Gli artisti canadesi periodicamente fanno domanda di sovvenzione per i loro progetti, ricevendo finanziamenti per la creazione, la produzione, la distribuzione, le tournée e le residenze. Una possibilità più remota in Italia. Nonostante i recenti tagli e le proteste (anche qui), l’arte è sostenuta e valorizzata. Sicuramente però l’Italia, con la sua consistenza culturale, offre una tradizione teatrale e musicale più solida e radicata che risente dell’esposizione a tutto il bagaglio letterario che possediamo.”
E Daniela non ha intenzione di fermarsi, con l’uscita di un suo nuovo album, che la farà conoscere anche come cantautrice!

Ciao Daniela, raccontaci qualcosa di te. Chi sei, da dove vieni…
Ciao a tutti, sono una cantante e attrice napoletana. Sognatrice, irrefrenabile, appassionata, vulcanica, curiosa, entusiasta della vita e sempre alla ricerca di emozioni e di progetti che creino valore artistico e umano.
Fin da piccola ho manifestato chiaramente una forte e inequivocabile vocazione per il palcoscenico, che ho portato avanti con naturalezza e determinazione, assieme allo studio accademico. La passione per l’arte poi, però, è stata più forte. L’ho seguita con tutta me stessa, lavorando in produzioni teatrali, musicali, televisive e cinematografiche di rilievo, in Italia e all’estero, al fianco di grandi artisti e maestri. Era chiarissimo che avrei voluto seguire questa strada, qualsiasi cosa avesse comportato!
Sono convinta che ognuno di noi possa adempiere alla propria missione nel mondo, ciascuno con la propria unicità, e che la determinazione sincera attiri risposte chiare e coerenti dall’Universo. Unendo tutti i puntini delle esperienze nella mia vita, scopro che ciascuna ha avuto un senso, ciascuna mi ha portata fin qui e ha svolto un ruolo per la mia rivoluzione umana, che non finirà mai!
Quando e perché hai deciso di lasciare l’Italia?
Ho sempre amato viaggiare e conoscere culture diverse e, fin da piccola, l’ho sempre fatto con grande curiosità grazie ai miei genitori, alla scuola e all’università.
Le lingue straniere sono da sempre una delle mie passioni più forti, che ho coltivato (anche nelle mie produzioni artistiche) assieme alla dimensione dello scambio internazionale con altri Paesi e all’interazione con altri popoli. Ricordo l’emozione di poter incontrare amici di diverse nazionalità e anche di poter esplorare il loro stile di vita, le loro abitudini e le loro tradizioni.
Ho sempre sentito di volermi affermare come messaggera dell’Italia all’estero. Per questo motivo, sulla spinta di un periodo trascorso a New York (città calamita per me!) in occasione di alcuni miei concerti e, desiderosa di lanciare il mio album “French Girl-les plus belles chansons napolitaines… en français”, mi sono detta: “Voglio lanciare quest’album in un angolo di mondo nuovo… a Montreal”. E così ho ottenuto il mio primo visto (Working Holiday Visa) per il Canada. Era il 2015.
Il mio compagno e nostro figlio mi hanno seguita in quest’avventura oltreoceano.
La prima esperienza canadese è durata un anno per poi farci rientrare in Italia. Siamo ripartiti definitivamente il 21 agosto 2017. Una data che non si dimentica!
Ora vivi a Montreal. Come mai hai scelto di trasferirti proprio lì?
Sentivo che Montreal poteva soddisfare la mia sete di contatti internazionali e darmi qualcosa di più a livello professionale, rispetto ad altre città del Canada, per il suo tendenziale bilinguismo e per il suo essere cosmopolita. Ovviamente, queste erano tutte percezioni che avevo senza mai esserci andata prima…
Qualche anno prima di partire ho avuto modo di vivere per un periodo a Parigi, per approfondire e studiare la vita di Edith Piaf in occasione dello spettacolo teatrale che ho portato in scena, a lei dedicato. Ho sempre amato la lingua francese, elegante e sfaccettata come l’italiano, per cui ho scelto Montreal, capitale culturale del Canada francofono, dove sentivo di poter comunque parlare anche altre lingue straniere e portarle nella mia arte.
Le mie percezioni e sensazioni si sono effettivamente concretizzate.
Come hanno reagito amici, parenti e conoscenti davanti alla tua scelta?
La mia, la nostra, determinazione li ha un po’ spiazzati. Avevo già lasciato casa dei miei genitori dai tempi dell’università, viaggiando tanto in giro per l’Italia, quindi, diciamo che un po’ se lo aspettavano.
Gli amici e colleghi sono stati molto contenti e curiosi per me. Tra l’altro, almeno fino alla pandemia, sono tornata in Italia molte volte, continuando a mantenere le connessioni lavorative.
Devo dire che sono molto grata ai miei genitori, che mi hanno sempre sostenuta nelle mie scelte dei trasferimenti. Ovviamente, avrebbero sicuramente preferito godersi di più i nipotini e 7000 chilometri non sono certo una distanza che si può percorrere in un week-end…
Come ti sei organizzata prima della partenza?
Mi sono messa in contatto con qualche collega italiano a Montreal, per ottenere qualche informazione e potermi confrontare un po’. Ho messo in valigia i sogni e la voglia di avventura, poi sono partita.
Abbiamo collezionato esperienze direttamente sul campo, con fiducia e cuore saldo e determinato!
La seconda volta che siamo arrivati in Canada, invece, per starci definitivamente, avevamo già una rete di connessioni attive, con persone che intanto ci erano venute a trovare anche in Italia e che ci hanno sostenuti molto.
Ti va di parlarci della tua formazione?
La mia formazione ed esposizione all’arte è iniziata precocemente e naturalmente, in particolare con mio padre, nato in una famiglia di artisti. È lui che mi ha avvicinata ai tasti del pianoforte e alla musica italiana, napoletana e internazionale, così come mia nonna mi ha passato la passione per il canto. Questa bussola mi ha sempre orientato. Poi, con i concorsi canori, ho sperimentato il gusto del palco.
Ho studiato canto privatamente, con vari insegnanti, principalmente a Roma. Mary Setrakian è quella che mi ha ispirata maggiormente, con la sua tecnica che abbina il canto alla recitazione. L’essere attrice e cantante, infatti, per me, è sempre andato di pari passo. Parallelamente a tanta esperienza direttamente sul campo, con maestri incredibili come Gino Landi, Bruno Garofalo, Claudio Mattone, ho studiato recitazione e dizione tra una tournée e l’altra e ho preso parte a varie masterclasses, sia di teatro sia di canto.
Il tutto dopo la mia laurea in scienze politiche alla Luiss e durante l’altra (sì, mi piace studiare e imparare!) in Lingue, Arte e Spettacolo.
Quali sono, invece, alcuni lavori che hai fatto finora?
Ho debuttato nel 2002 con “C’era una volta scugnizzi”, la mia prima lunga tournée. L’anno prima avevo già lavorato in radio con Fiorello a “Viva Radio 2”. “Scugnizzi” mi ha aperto la strada a tante altre produzioni napoletane, teatrali e televisive, con la Rai e con il teatro stabile di Napoli, la mia città, che è sempre stata al centro delle mie esperienze professionali.
Un altro spettacolo a cui sono molto legata è quello su Edith Piaf, preparato a Parigi e portato in scena in Italia. È stato emozionante per me interpretare la chanteuse francese con la sua vita travagliata e la sua voce potente.
Ho partecipato inoltre al film “Passione” di John Turturro, sulla canzone napoletana, presentato alla mostra del cinema di Venezia e a innumerevoli altri spettacoli teatrali-musicali in giro per l’Italia.
Da quando sono a Montreal ho preso parte a festival musicali con la mia band che, naturalmente, è multiculturale, sempre facendo da ponte tra l’Italia e il Canada. Ho poi fatto doppiaggio e recitato in vari spettacoli e performances teatrali, in varie lingue. Ho anche lavorato per sette anni alla radio italiana.
Quali differenza hai notato fra il mondo artistico italiano e quello canadese?
Il Canada è un Paese giovane e culturalmente aperto dove vengono premiate l’iniziativa personale, il merito e l’intraprendenza. Si tratta di un Paese trasparente e molto organizzato, dove si firmano contratti anche due anni prima. Si programma sempre tutto, calendario alla mano, cosa che noi italiani troviamo inconcepibile, abituati come siamo alla cultura dell’imprevisto e del last minute. In Canada esistono i sindacati degli artisti, che tutelano attori, cantanti e musicisti. In Italia, purtroppo, questo tipo di realtà non esiste.
Gli artisti canadesi periodicamente fanno domanda di sovvenzione per i loro progetti, ricevendo finanziamenti per la creazione, la produzione, la distribuzione, le tournée e le residenze. Una possibilità più remota in Italia. Nonostante i recenti tagli e le proteste (anche qui), l’arte è sostenuta e valorizzata.
Sicuramente però l’Italia, con la sua consistenza culturale, offre una tradizione teatrale e musicale più solida e radicata che risente dell’esposizione a tutto il bagaglio letterario che possediamo.
Da buddista, mi ricordo che “non esistono terre pure e terre impure di per sé. La differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente”.
Per questo motivo, cerco di osservare la realtà nella sua oggettività, decidendo d’illuminarla, ovunque mi trovi, e anche di scuoterla con coraggio, se necessario, per far valere le mie opinioni contro le ingiustizie e le rigidità. Tutto il mondo è paese e anche qui si possono ritrovare incongruenze e contraddizioni.
In Italia ci sono vitalità e fermento, creatività e disorganizzazione estrema e l’artista spesso non è valorizzato. In Canada probabilmente si percepisce di più la dignità di questa professione. Essere artista implica, tuttavia, ovunque nel mondo, fare sforzi creativi, mettersi in gioco e avanzare sempre. È una professione che forgia coraggio e resilienza.
Che consigli daresti agli aspiranti artisti?
Consiglierei di non mollare mai, di non cedere mai ai limiti della mente e alla negatività ma anche di entrare in contatto con loro stessi. Direi loro di centrarsi e crederci sempre, di allenarsi alla gratitudine, alla cura e all’amore per sé e per gli altri ma anche di dedicarsi alla creatività, alla determinazione e alla propria visione. Consiglierei, poi, di collegare la realizzazione dei propri sogni e la vittoria sugli ostacoli, al desiderio d’ispirare tante altre persone.
Coltivare la propria arte, osare sognare in grande, mentre si gioisce per i piccoli progressi quotidiani.
Suggerirei, infine, di non paragonarsi mai agli altri ma solo a sé stessi e a coloro che erano ieri. Ciascuno è unico.
Pensi che gli stipendi siano in linea con il costo della vita?
Ultimamente non molto. Il costo della vita sta aumentando anche qui a Montreal, che sembrava essere una delle città nordamericane economicamente più abbordabili.
Puoi dirci il costo di alcuni beni e servizi di uso comune?
Il costo della benzina oscilla ogni due/tre giorni da un minimo di 1,60 $ a un massimo di 1,90$.
La baguette? Fino a poco fa, al supermercato costava anche 0,99$ o, in certi posti, 1,99$, mentre ora arriva a costare anche 4,25$!
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Anche al ristorante tutto sembra essere aumentato. Non parliamo, poi, delle verdure, che risentono dei costi d’importazione. Spesso l’idea si dover pagare 4 dollari per una melanzana, dal sapore inesistente, sembra proprio assurda e moralmente inaccettabile. Ah… che nostalgia i mercatini della frutta napoletani!
Chiamare un idraulico o un elettricista può risultare piuttosto costoso. Anche fare lavori di ristrutturazione è generalmente dispendioso, per il notevole incremento dei prezzi dei materiali.
Ultimamente anche i dentisti sembrano aver rincarato il loro listino prezzi, al punto che si fa quasi prima a prendere un volo per l’Italia per una pulizia dei denti…
Come valuteresti servizi come burocrazia, sanità e mezzi pubblici?
Buoni. In generale c’è efficienza. I mezzi pubblici sono affidabili anche in inverno, quando la città si trasforma e si riattrezza per fronteggiare il clima rigido.
Dopo la pandemia si è assistito a una carenza generale di personale, situazione che ha rallentato un po’ alcune pratiche burocratiche. Ad esempio, noi abbiamo ricevuto la residenza permanente dopo più di due anni quando la media, prima del Covid, era di 9 mesi.
La sanità funziona bene negli esami, nelle visite mediche di routine e nei casi di ricovero. La situazione, però, peggiora al Pronto Soccorso, dove le attese posso non essere davvero molto lunghe.
La mia esperienza di mamma bis di un bimbo nato in piena pandemia, è stata positiva e serena. Gli ospedali in genere sono strutture nuove e pulite.
Cosa bisogna avere, dal punto di vista burocratico, per vivere e lavorare lì?
Un permesso di studio o lavoro. Si può vivere qui da turisti, quindi senza lavorare, per un massimo di sei mesi. Questo però solo dopo aver compilato l’ETA, una particolare autorizzazione a viaggiare in Canada.
Per lavorare occorre un visto e ci sono varie modalità per ottenerne uno. Il mio primo visto era un permesso vacanza-lavoro, che consentiva di restare in Canada per sei mesi lavorando e gli altri sei mesi senza lavorare, potendo comunque creare delle connessioni e inviare curricula. Il mio secondo visto è stato un permesso di lavoro aperto, da residente temporanea in Canada, legato al permesso del mio compagno, vincolato al suo datore di lavoro. Una volta entrati nel Paese, ci sono varie tappe da varcare per arrivare, poi, a conseguire la residenza permanente e, quindi, la cittadinanza.
Come ti sei mossa per cercare un alloggio?
Nella prima parte della nostra esperienza canadese, abbiamo cercato un Airbnb dall’Italia. Una volta arrivati a Montreal, è stato più facile muoversi per la ricerca degli alloggi successivi attraverso siti specializzati, passaparola e sfruttando anche i social.
Quali sono i prezzi medi e le zone in cui, secondo te, è possibile vivere bene spendendo il giusto?
I prezzi medi degli affitti e delle case da acquistare sono aumentati. Una volta un appartamento con due stanze da letto, cucina e soggiorno, anche in zone centralissime, poteva costare 1000 dollari il mese. Ora il prezzo è raddoppiato.
Tuttavia, ci sono ancora delle zone sull’isola e fuori dall’isola di Montreal in cui è possibile trovare delle buone soluzioni abitative. Penso all’est dell’isola, Hochelaga, Anjou, Rivière des prairies o, più a ovest, Verdun. Ancora, Longueuil e Laval possono essere ottime opzioni.

Come sei stata accolta dalla gente del posto?
Sono stata accolta con molto calore, sostegno e gentilezza. Essere arrivati nelle stagioni climaticamente favorevoli ci ha avvantaggiati nella socialità, perché tendenzialmente le persone trascorrono più tempo fuori. I parchi sono un po’ come le nostre piazze, luoghi d’incontro e di scambio, nonché di attività ricreative e culturali.
La gente del posto è fatta dalla gente di tutto il mondo: i franco-canadesi, gli anglo-canadesi e il resto degli immigrati, che proviene dall’Europa, dall’ Africa, dall’America Latina e dall’Asia.
Il relax e il senso di comunità che ci sono qui ci hanno subito colpiti in positivo. L’accesso gratuito ad attrezzature e infrastrutture ricreative e ai luoghi culturali è uno dei punti di forza della città.
Come descriveresti le loro vite?
Qui a Montreal c’è un vero mosaico nel quale le culture si esprimono liberamente all’interno delle rispettive comunità.
Se parliamo dei quebecois franco-canadesi, c’è da dire che le loro giornate sono strutturate e organizzate. Tutti lavorano e lo fanno in orari per lo più schematici, direi dalle 9 alle 17. Si tende ad anticipare il ritmo delle giornate cenando molto presto e mettendo i bambini a letto sempre allo stesso orario, massimo alle 19.
La vita sociale si programma e si concentra nel fine-settimana, anche se c’è l’abitudine d’incontrarsi per un cinq à sept (attività che si svolge indicativamente dalle 17 alle 19) dopo il lavoro per bere qualcosa, piccolo rito che mi piace perché mi ricorda il nostro aperitivo, solo che da noi non fisseremmo mai un orario di fine!
Tendenzialmente i quebecois amano divertirsi e hanno anche quel velo di anima latina che li rende più propensi alla socialità, pur conservando e facendo prevalere in modo naturale l’individualismo nordamericano. C’è anche da dire che la città conosce due anime, quella invernale e quella primaverile-estiva. Le stagioni influenzano anche le abitudini e i ritmi della socialità.
Storicamente l’elemento determinante da cui si genera una certa inflessibilità e il rispetto rigoroso delle regole, anche senza chiedersi il perché esistano, deriva dal clima. Il freddo deve aver imposto fin dai secoli passati dei tempi rigidi da rispettare per poter scaldare la casa, per procurarsi il cibo e per piantare ortaggi. In una parola, per sopravvivere.
Le famiglie, poi, erano numerosissime e bisognava stare al passo. Nella Storia troviamo sempre tutte le risposte.
Com’è una tua giornata tipo?
Inizio a connettermi con l’Universo attraverso la mia pratica buddista di Nam myoho renge kyo, che mi centra e mi rivitalizza, poi mi dedico alla routine dei miei figli: uno alle scuole medie, l’altro all’asilo. I bambini hanno orari ed esigenze diverse, così come diverse sono le mie giornate.
A volte mi trovo a dover memorizzare un copione per un’audizione, a fare un self-tape o a rispondere a varie e-mail.
Lavoro da casa, al computer, o in studio a creare, comporre e ideare. Ho il cervello sempre in movimento e tanti files aperti, tanti quanti sono i progetti che voglio realizzare. Altre volte esco e lascio che le ispirazioni vengano da sé. Molte idee mi vengono quando sono in movimento e, preferibilmente, mentre sono circondata da altra gente.
Il lavoro dell’artista è anche la preparazione, l’organizzazione delle prove, degli spettacoli, il booking, il creare contatti nuovi e il rinfrescare quelli vecchi… insomma, potrebbe non aver mai fine!
Cerco di condensare tutte le cose da fare entro l’orario di uscita da scuola dei miei figli, per conciliare la carriera con l’essere mamma… voglio esserci al 100% per i miei bambini.
Quali sono state le principali difficoltà da affrontare e come le hai superate?
Fondamentalmente tutto il processo legato ai visti, i permessi e il rinnovo. Le difficoltà in merito ci sono state principalmente nei primi due/tre anni.
Tutto si supera affrontando e chiedendo aiuto a chi magari c’è già passato, rimboccandosi le maniche e agendo.
E quali, invece, le gioie e le soddisfazioni?
Il poter produrre i miei spettacoli. Il vedere i progetti prendere corpo. La gioia delle connessioni multiculturali che tanto desideravo. Il vivere in un contesto multilingue dove l’Italia è molto apprezzata e sapere di rappresentarla, da donna del sud.
La serenità mentale di vivere in un Paese sicuro e pacifico, dove tutto scorre tranquillamente come il fiume Saint Laurent.
La soddisfazione di aver portato qui artisti italiani ma anche quella di aver collaborato con artisti locali. La gioia di esprimere la mia visione artistica e di arricchirla sempre più e anche quella di offrire ai miei figli l’opportunità di una seconda cittadinanza e un’apertura mentale su certe tematiche, che in Italia si fatica ancora a trovare. Farli sentire parte del mondo in modo molto naturale mi rende orgogliosa.
E, guardando da una certa distanza il proprio Paese di origine (e il nostro amore per Napoli), il concetto d’identità diventa elastico e pieno di sfaccettature, non più monolitico e assoluto ma ricco e poliedrico.
C’è una comunità d’italiani? Ne fai parte?
Sì, c’è una comunità composta da 300.000 italiani radicati alla loro cultura di origine che, a differenza di quanto è avvenuto in altre città del Nord America, hanno mantenuto la lingua, le abitudini, le tradizioni, la cultura e un attaccamento al proprio Paese di origine.
Sono stati loro ad aprirci le braccia. Al solo pensarci, mi commuovo ancora. Grazie a queste persone, ci siamo sentiti subito a casa e abbiamo fatto amicizia. Ci siamo connessi alle loro storie, toccanti e ispiranti. Loro hanno trovato in quelli come me, appena arrivati dall’Italia, una sponda per riallacciare un dialogo, una comunicazione con il loro passato, con la loro terra e con la loro identità. L’hanno trovata più in noi piuttosto che nei loro nipoti, più anglofoni o francofoni.
Non potrò mai dimenticare i tanti gesti di affetto che ci hanno rivolto e che mi piacerebbe restituire a chi arriva ora…
Sono attivamente coinvolta nella comunità in quanto vicepresidente del Comites (comitato degli italiani all’estero).
Che consigli daresti a chi vorrebbe trasferirsi lì?
Consiglierei d’informarsi sui visti giusti e sulle opportunità nel proprio ambito lavorativo. Direi di scegliere prima la scuola dei bambini, poi l’alloggio, e di fare magari un periodo prova, che inglobi la stagione più rigida in tutta la sua durata. L’inverno, qui, implica veramente un modo di vivere tutto speciale.
Suggerirei anche di lanciarsi con fiducia, perfino un po’ a occhi chiusi. Direi, infine, di aprirsi a una nuova esperienza che, in ogni caso, lascerà un segno.
E quali a chi vorrebbe andarci in vacanza?
Consiglierei di venire tra fine maggio e ottobre. A giugno si apre la vibrante stagione dei festival, segno distintivo di Montreal.
Suggerirei anche di abbinare alla visita a Montreal a quella di città come New York, Boston e Quebec City o, magari, di andare alle cascate del Niagara, se si ha più tempo a disposizione. Altrimenti, direi di viversi la città appieno, godendo della sua energia, generata dalla gente e dagli immensi spazi verdi.
Se potessi tornare indietro, faresti qualcosa diversamente?
Non credo. Ogni elemento di questa esperienza ha avuto il suo senso e il suo tempo. Guardiamo sempre al qui e ora e, da adesso, al futuro.
Cos’hai imparato, finora, vivendo lì?
Ho imparato a essere più puntuale e organizzata ma anche a guidare sulle autostrade nordamericane e a gestire tante cose in più, auto-istruendomi.
Progetti futuri?
Quest’anno ho deciso di aprire il cassetto delle mie canzoni, che hanno voglia di volare e d’ispirare. C’è in programma un nuovo disco, il mio primo da cantautrice. Mi sto godendo questo flusso libero di creatività che mi motiva e che mi fa percepire i suoni e gli umori del mondo che voglio raccontare. E poi, i concerti con la mia band. Non posso stare senza il palco e senza il contatto con il pubblico.
I progetti e i sogni sono sempre tanti.
So che l’Universo li farà manifestare nel momento più giusto per me. Io ci metto l’impegno, lo sforzo e il cuore.
Per seguire e contattare Daniela:
E-mail: productionsnovecento@gmail.com
Sito web: www.danielafiorentino.com
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Instagram: danielafiorentinoofficial
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