Nato italiano in quell’angolo d’Africa (l’Eritrea) su cui ha sventolato la bandiera italiana fino al termine della seconda guerra mondiale: gli sono toccate tutte le sorti, spesso tristi e drammatiche, dell’italiano in terra straniera e dello straniero a casa propria. Un sentimento di alienazione ed espropriazione che grazie al suo lavoro di giornalista si è trasformato in una grande voglia di conoscere le proprie radici e nella capacità di convivere con culture radicalmente diverse.

Il suo infatti è un racconto di vita dove è stato testimone delle grandi trasformazioni sociali di due importanti paesi africani come l’ Etiopia e il Sud Africa. Ma non solo, ha scritto e diretto numerosi giornali locali dedicati agli emigrati italiani nel continente africano.

Ciro Migliore italiani in africa

Considerando che ha trascorso molti dei suoi anni fuori dall’ Italia… in mezzo agli italiani si sente più italiano o meno italiano?

Definitivamente più italiano. Dovete tener conto del fatto che noi all’estero nasciamo italiani e non terroni o polentoni, non veneti o campani. Noi di Asmara, poi, siamo nati in una ex colonia che quando io ero ragazzo era amministrata dagli inglesi e poi è stata aggregata all’Etiopia in forma federale. In quelle condizioni non si poteva non essere profondamente italiani.

Di che cosa si è occupato in questi paesi ?

Io avevo un padre che credeva fermamente nella bontà del detto “impara l’arte e mettila da parte”, per cui fin da bambino passavo mezza giornata a scuola e l’altra mezza a lavorare. Ricordo di aver fatto il garzone del barbiere, del ciclista, del tappezziere, dell’elettromeccanico, perfino dell’orafo, senza mai imparare abbastanza per farne un  vero mestiere. Finché sono capitato in tipografia, a 14 anni, e ho deciso che sarei diventato giornalista, ma prima ho fatto il linotipista a tempo pieno e il giornalista a “tempo perso”, nel senso che non mi davano un centesimo. A scuola non sono andato oltre la terza media, ma più avanti negli anni sono andato alla scuola serale, ho preso un diploma di maturità commerciale, mi sono iscritto all’università (dove non ho preso la laurea ma ho preso moglie, ci siamo sposati nel 1966 e siamo venuti in viaggio di nozze in Italia, che vedevo per la prima volta: Salerno-Cortina d’Ampezzo in lambretta con 8000 lire da spendere al giorno), ho ottenuto un posto da giornalista a tempo pieno – in Asmara c’erano due quotidiani italiani: uno “Il Giornale dell’Eritrea”, della comunità italiana, usciva nel pomeriggio e lì avevo fatto il mio primo tirocinio; l’altro “Quotidiano Eritreo”, usciva al mattino ed era pubblicato dal dipartimento delle informazioni del Governo Imperiale Etiopico e in questo ho lavorato da professionista e quindi il mio datore di lavoro era l’Imperatore Haile Sellassie – . Fra i due giornali c’è stato un intermezzo: a 18 anni, nel 1957, sono andato per un anno a lavorare in una base militare americana a Dhahran, nel Golfo Persico, ma non è stata un’esperienza felice. In Sud Africa, dal 1976, ho continuato a fare il giornalista, dopo una parentesi di otto anni in Italia durante i quali ho lavorato un mese nell’ufficio pubblicità della Snaidero di Maiano, un anno come linotipista alla Casa Editrice del Bianco, dove facevo soprattutto lavori in slavo, cecoslovacco, polacco, senza capirne nulla; poi due anni alle Arti Grafiche Friulane come linotipista a tempo pieno e giornalista a tempo perso e nello stesso tempo un anno da “abusivo” per la redazione udinese del Piccolo di Trieste e infine quattro anni da praticante e poi da redattore ordinario e giornalista professionista per il Messaggero Veneto di Udine, fino al terremoto del 1976. Intanto il Sud Africa mi aveva rifiutato l’ingresso come giornalista ma l’avevo ottenuto con un’offerta di lavoro come capo cantiere nelle costruzioni. A Johannesburg ho diretto per sette anni il giornale degli italiani, La Voce, cambiandolo da quindicinale a settimanale, poi ho fondato con mia moglie e diretto per dieci anni un mensile (Azzurro) e contemporaneamente ho fatto il corrispondente per un’agenzia di stampa italiana che si chiamava Quotidiani Associati, e contemporaneamente ho rappresentato per alcuni anni la camera di commercio di Udine, ho organizzato con i miei figli e mia moglie il Padiglione Italia al Rand Show di Johannesburg, ho organizzato sempre con la mia famiglia la partecipazione italiana al Festival Internazionale per i primi cento anni di Johannesburg. Poi ho cambiato vita e per sette anni abbiamo posseduto e gestito negozi di abbigliamento a Città del Capo e nel 2005 sono tornato al mio primo e unico amore, a parte mia moglie e i miei figli, fondando questa Gazzetta del Sud Africa, quotidiano online.

Ciro Migliore  italiani in africa

Come è stata la sua esperienza in Eritrea e come ha vissuto l’esperienza da profugo?

L’Eritrea è stata una stagione felice, pur fra mille problemi. All’università ho incontrato la donna che è diventata mia moglie. Si chiama Amabile (Babet) Lizzi. Abbiamo avuto due figli e adesso abbiamo anche quattro nipoti, tre ragazze e un maschietto di un anno. Quando siamo rimpatriati, perché arrivava la guerra civile fra Eritrea ed Etiopia, i miei colleghi eritrei mi hanno regalato una pelle di gattopardo, una lancia e uno scudo, a significare che per loro ero un guerriero.

Appena arrivato in Italia mi sono sentito un miserabile. Ci avevano destinati al campo profughi della Canzanella, a Napoli, ma ho rifiutato di portarci mia moglie e mio figlio Stefano che aveva un anno e mezzo. Poi mi sono messo a cercare lavoro, ma la frase che sentivo più spesso era: “Alla sua età?”. Avevo 29 anni e dodici anni di esperienza in due redazioni di quotidiani, ma, pur bianco, ero nato e cresciuto in Africa e quindi dovevo essere di qualità scadente anche io.

Neanche come manovale mi volevano perchè, dicevano, si vedeva che non lo ero e gli avrei dato soltanto problemi. Ma a furia di tentativi sono entrato nei giornali dalla porta di servizio e quando ho dato le dimissioni il direttore mi scrisse una lettera per dirmi che puntava su di me per la sedia del capocronaca. Una sola volta la qualifica di profugo è entrata in ballo: quando un datore di lavoro l’ha scoperto per caso e ne ha fatto uso per evitare di prendere qualcun altro di categoria protetta.

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Che cosa l’ha colpita di più del popolo Africano?

Io sono un africano. Sono nato e cresciuto con gli africani, anche se gli eritrei e gli etiopi sono africani soltanto per modo di dire, essendo più civili e con una storia antica quanto quella di Roma e una conversione al cristianesimo avvenuta intorno al 300. I miei compagni di lavoro erano in gran parte africani.

Alla scuola serale  i miei compagni erano in gran parte africani e tutti bravissimi. Il padrino del mio primo figlio era un gentiluomo eritreo che parlava l’italiano e lo scriveva meglio di tanti italiani. Quando sono tornato in Asmara nel 2001 per un documentario della RAI di cui sono stato “producer” in un bar del centro alcuni avventori mi hanno chiesto se volevo favorire e poi mi hanno domandato quando gli italiani avevano fondato la città. Per strada ho incontrato un amico d’infanzia di nome Johannes Redhi, il quale mi ha portato nella sagrestia della cattedrale cattolica per regalarmi una copia integrale del mio certificato di matrimonio. Hanno salvato tutti i documenti in forma elettronica.

Il popolo africano sta soltanto pagando tutti i problemi che ha ereditato dal colonialismo. L’Eritrea esiste in quanto è stata creata dagli italiani, che poi hanno usato gli eritrei per conquistare anche l’Etiopia. E cos’hanno fatto dopo la seconda guerra mondiale le Nazioni Unite? Hanno gettato gli eritrei nelle braccia degli etiopi, che li consideravano traditori… C’è voluta una guerra civile durata trent’anni per disfare quel pasticcio!

 italiani in africa

Che differenza c’è tra il popolo Sudafricano e quello Eritreo?

Sarebbe come paragonare un popolo europeo con uno africano. Non si può. Sono culture e civiltà troppo diverse, ciascuna valida nel proprio contesto, tutte egualmente degne di rispetto. Gli eritrei come gli etiopi hanno origini semitiche, storia, cultura, una lingua scritta, un alfabeto. Il popolo sudafricano ha riti, credenze, tradizioni trasmesse di padre in figlio, una mitologia animistica. Sono diversi in tutto. Ma non inferiori.

Si tratta di due paesi che hanno vissuto mutamenti epocali…lei come li ha vissuti ?

Io i mutamenti epocali in Eritrea li ho vissuti da spettatore. Noi italiani eravamo stati troppo coinvolti nel passato degli eritrei e ogni coinvolgimento negli sviluppi successivi sarebbe stato guardato con sospetto e ostilità.

La transizione del Sud Africa l’ho invece vissuta da giornalista, a partire dai mesi immediatamente successivi ai moti di Soweto fino alla liberazione di Mandela, alle prime elezioni e alle successive. In prima linea perché dal 1990 in poi ho fatto il producer per i telegiornali Rai e ho seguito ogni fase della transizione insieme agli inviati. Anche prima facevo il corrispondente o ho avuto l’onore di una visita della polizia sudafricana a casa mia perché ero stato segnalato come “nemico del Sud Africa”. Nel 1994 ho preso la cittadinanza sudafricana, conservando quella italiana, e sono stato anche io in fila per votare. Il sentimento più forte per tutti, bianchi e neri? Sentirsi finalmente liberi. L’apartheid era una forma di schiavitù per tutti. Non dimenticate che prima della liberazione di Mandela i bianchi hanno votato in un referendum attraverso il quale hanno approvato a stragrande maggioranza la fine del predominio dei bianchi.

Ha conosciuto molti occidentali trapiantati in terra d’Africa ? Li trova diversi rispetto agli occidentali europei ?

Ce ne sono di ogni qualità. In genere quelli che sono nati in Africa o ci hanno vissuto a lungo sono più disponibili all’amicizia, si danno subito del tu e anche se non si conoscono si dicono buongiorno e buonasera quando si incrociano per strada e grazie quando gli si tiene aperta la porta. Appena arrivato a Johannesburg, cercavo una strada nel posto sbagliato e un perfetto sconosciuto mi ha preceduto per alcuni chilometri con la sua auto per farmi vedere dove dovevo andare. Fra italiani non contano le provenienze regionali, fra europei sono meno importanti quelle nazionali.

C’è stato qualche episodio curioso legato al carattere degli africani ?

Un giorno, a Durban, mentre ero impegnato in un servizio per la Rai, ero fermo vicino a una panchina sulla quale sedevano due zulu. Avevo una vecchia borsa di pelle nella quale tenevo i miei arnesi da lavoro, taccuino, registratore e cose del genere.

I due zulu parlottarono fra loro, poi uno si rivolse a me e mi disse: “Deve avertela regalata qualcuno a cui vuoi molto bene, quella borsa, se no l’avresti già cambiata con una nuova”. Molte volte gli africani sanno guardare meglio di noi al di là delle apparenze. Questa è forse una delle cose che dovremmo imparare.

Com’è l’attuale situazione del Sudafrica e quali sono le sue prospettive secondo lei?  

Considerando che nel 1994 la popolazione aveva saccheggiato tutti i supermercati per fare provvista di candele, zucchero, latte, acqua e tutto quello che poteva servire durante uno stato d’assedio che poi non si è mai realizzato, posso dire che la situazione è ottima. In molte classifiche il Sud Africa figura meglio dell’Italia. L’altro giorno le procedure seguite nel predisporre il bilancio dello stato sono state considerate le migliori al mondo per trasparenza e attendibilità. Direi che le prospettive sono eccellenti. Nel bilancio di ieri sono stati stanziati molti miliardi per creare posti di lavoro e molti per incoraggiare le industrie ad assumere giovani non qualificati e per addestrarli mentre lo stato paga lo stipendio. Certo ci sono anche i problemi e gravi… nell’ultimo mese due italiani, uno a Johannesburg e uno a Stellenbosch, sono stati fra le 18.000 vittime annuali della criminalità…

Cosa abbiamo da imparare dagli africani?

Il rispetto. Quando gli africani sugli autobus italiani parlano a voce alta, come fanno dovunque, lo fanno per dimostrare rispetto. Se tutti possono sentire quello che dicono vuol dire che non dicono male di nessuno. Quando non vi salutano per primi vi mostrano rispetto perché spetta alla persona più importante salutare per prima. Quando per stringevi la  mano estendono tutt’e due le loro esprimono rispetto e fanno vedere che non nascondono nell’altra mano un’arma per colpirvi. Purtroppo si stanno occidentalizzando anche loro e forse tutte queste cose sono destinate a scomparire. Ma io ho 72 anni….

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A cura di Raffaele Ganzerli