Intervista ad Andrea D’Addio che dal 2009 vive e lavora a Berlino

A cura di Nicole Cascione

Andrea D’Addio, classe 1982, laureato in scienze politiche, ha iniziato a fare il giornalista nel 2003 scrivendo soprattutto di cinema, poi – in seguito al trasferimento a Berlino nel marzo del 2009 – ha cominciato ad occuparsi anche di politica, economia e società per diverse testate italiane e tedesche: Panorama, Fatto Quotidiano, Io Donna, Repubblica.

Da quel giorno sono passati 13 anni, anni di cambiamenti ed evoluzioni, periodo in cui Berlino è stata, per Andrea “a seconda delle volte, l’ottima cornice, il sostegno o il panorama dentro cui avventurarsi curioso, di una fase della mia vita che ora continua con nuovi stimoli e ambizioni”.

Andrea D'Addio berlino

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Andrea, quando e perchè hai deciso di trasferirti a Berlino?

Ho deciso a Natale 2007 dopo un viaggio di una settimana, trovai la città – nonostante la neve e il freddo – ricca di stimoli culturali e sociali ed economica, un punto di partenza importante per decidere un trasferimento quando sei freelancer. Pensavo che trasferendomi qui avrei trovato notizie poco coperte da altri media, c’erano pochi corrispondenti sul posto e nessuno giovane come me allora, presuntuosamente, ritenni che avrei potuto fare qualcosa che altri non facevano. Ad ottobre 2010 ho aperto un blog – Berlino Cacio e Pepe – per raccontare la mia vita quotidiana a Berlino e le proposte che, da freelancer, mi venivano rifiutate. È diventato un punto di riferimento sia per gli italiani in città che per chi voleva trasferircisi o venirci in visita. Il progetto si è ampliato nel corso degli anni, diventando il punto di partenza di una vera e propria agenzia di comunicazione. Ho assunto personale e cambiato, nel 2015, il nome del blog in Berlino Magazine. Ora l’azienda è composta anche da una parte dedicata all’organizzazione eventi e una scuola di tedesco, Berlino Schule, sia in presenza che online, con centinaia di studenti ogni giorno. Nel 2018 ho ricevuto il Premio italiano dell’anno a Berlino dall’allora ambasciatore Pietro Benassi, nel 2019 il Presidente della Repubblica tedesca Steinmeier mi ha invitato ad accompagnarlo nella sua visita di Stato prima a Roma e poi a Napoli con Mattarella.

Oltre ad essere direttore e fondatore di Berlino Magazine, sei anche fondatore e direttore di Berlin Italian Communication. Raccontaci qualcosa di questo progetto.

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È un’azienda con una decina di dipendenti a tempo indeterminato e una cinquantina di collaboratori freelancer, tutti insegnanti della scuola di tedesco. La parte giornalistica è la più popolare, Berlino Magazine è conosciuto da quasi tutti in città e da molti anche in Italia, circa 110mila utenti unici al mese. Nel corso degli anni anche la parte dedicata alla comunicazione per soggetti terzi si è estesa sempre di più. Grazie al progetto True Italian, un network dei migliori ristoranti italiani a Berlino e nel resto della Germania, e l’organizzazione di festival o dislocati in varie location come la True Italian Pizza Week (in 301 locali nel 2021) o in un unico luogo come l’Italian Street Food Festival (dal 2017 due giorni di evento con una media di 3mila persone al giorno) abbiamo stabilito collaborazioni importanti con marchi come Campari, Grana Padano e San Pellegrino.

Come si vive a Berlino?

È una grande città e allo stesso tempo un piccolo paese: in ogni quartiere si può trovare tutto ciò che si desidera, a volte può passare una settimana senza uscirne. Il paragone per me è da fare con Roma, unica altra città in cui ho vissuto: a Berlino si vive più serenamente. Manca logicamente il bel tempo, il fascino di una città vecchia, il calore umano delle persone intorno, la gita fuori porta, ma il saldo è positivo, almeno nella mia situazione.

Dal punto di vista professionale, quali differenze hai potuto notare rispetto all’Italia?

Da un punto di vista imprenditoriale qui c’erano, e forse ci sono, ancora mercati e situazioni vergini da esplorare, non c’era, forse un po’ ora c’è, uno status quo da rompere per potersi imporre. Se si parla di giornalismo da freelancer alla fine la mia esperienza è sempre stata legata all’Italia, quindi non me la sento di fare paragoni.

Quali, secondo la tua opinione, sono gli aspetti più importanti che un italiano deve curare per trovare lavoro in Germania?

O essere fortemente specializzato in qualche ambito dove si lavora in lingua inglese o avere un’ottima conoscenza del tedesco, altrimenti non si riesce a fare carriera. Il lavoro invece in qualche modo, al massimo in gastronomia, si trova sempre.

In cosa credi che Berlino ti abbia costretto a metterti in gioco, sia in ambito personale sia in ambito lavorativo?

Avendo deciso spontaneamente di vivere qui non mi sono mai sentito costretto a fare qualcosa, cercavo una sfida e l’ho trovata. Poiché il trasferimento è avvenuto in una fase della vita in cui stavo diventando, non da un punto di vista anagrafico, ma di fatto, adulto, le sfide sono state forse le stesse che avrei dovuto affrontare rimanendo a Roma o trasferendomi altrove. Berlino è stata, a seconda delle volte, l’ottima cornice, il sostegno o il panorama dentro cui avventurarsi curioso, di una fase della mia vita che ora continua con nuovi stimoli e ambizioni.

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A chi consiglieresti la Germania per un “cambio vita” e a chi no?

Se uno non è felice dove si trova e ha il desiderio di trasferirsi all’estero, di certo deve essere una persona determinata, con un piano nella testa, anche flessibile, ma chiaro. È necessario essere razionali, avere qualche soldo da parte per i primi tempi e soprattutto mettere in preventivo del tempo per studiare il tedesco per crearsi una rete di amici e per capire se il posto è quello giusto. Non c’è nulla di male a tornare indietro o a provare da un’altra parte ancora.

Come e in cosa è cambiata la tua vita da quel giorno ad oggi?

Ora mi posso ritenere un cittadino europeo nel senso profondo del termine. Il resto è stato il processo di arricchimento di un allora 26enne, ora 39enne a cui certamente il conoscere un nuovo Paese e una nuova realtà ha fatto bene sia perché partire ci dà modo di reinventarci, non tanto da un punto di vista professionale, ma soprattutto nel modo che ci offre di capire noi stessi e di comportarci di conseguenza senza essere condizionati da situazioni e conoscenza pregresse che troppo a lungo seguiamo pigramente schiavi di vecchi schemi. Mi sento più “io” ora che allora, ma forse è così per tutti quelli che crescono.