Città, il cui nome arabo significa “Padre della gazzella”, che presenta un misto affascinante di tradizione e progresso, con il sole tutto l’anno, spiagge bianchissime, dune di sabbia spettacolari e una vibrante atmosfera cosmopolita.

Vivere ad Abu Dhabi

“Da sempre il progetto mio e di mio marito era quello di crescere i nostri tre figli, Matteo di 14 anni, Alice di 10 e Bianca di 4, all’estero, ma abbiamo dovuto aspettare di essere professionalmente preparati per espatriare con un buon contratto! Ci siamo trasferiti qui lo scorso luglio, dopo aver girovagato un po’. Siamo stati in Brasile, come “pendolari”, nel senso che mio marito era fisso là e noi facevamo avanti e indietro (era una zona sperduta senza scuole), poi tre anni a Dubai ed ora eccoci qui, nella Capitale degli Emirati Arabi grazie al lavoro di mio marito.”

Quindi da perfetti expat, non è stato difficile per voi ambientarvi, giusto?

Sì infatti, dopo essere stata tre anni a Dubai non ho faticato più di tanto ad ambientarmi. Sicuramente Abu è più conservatrice e più “città araba”, nel senso che Dubai è molto occidentale, sia nello stile delle costruzioni che nello stile di vita dei propri abitanti. Abu è una città più orientata alla famiglia ed alle tradizioni, quindi oggettivamente un po’ più bruttina rispetto ai nostri canoni estetici ed un po’ più rigorosa rispetto a ciò che si può o non si può fare come espatriati.

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Tutto sommato è andata bene?

Urca, ho perfino trovato due lavori! Ma bisogna essere coraggiosi e tenaci, mai lasciarsi demoralizzare!

Una famiglia italiana ad Abu Dhabi

Di cosa ti occupi?

Sono giornalista e mi occupo di ideazione e di promozione di eventi culturali. Appena arrivata qui, ho seguito un corso per conseguire la patente di guida culturale e mi occupo di accompagnare gli italiani alla scoperta del territorio, delle tradizioni emiratine e della cultura islamica. Da gennaio inoltre, insegno arte e comunicazione visiva in una scuola inglese.

Una nuova cultura, un nuovo modo di pensare e di affrontare la vita. Hanno avuto e hanno tuttora un peso per te?

Assolutamente no. Siamo una famiglia di curiosi, ci piace esplorare il mondo e vivere immersi in altre culture. Anche se, talvolta, ciò significa doversi adattare e scendere a compromessi.

Quali sono state le prime sensazioni che hai provato, arrivata a Abu Dhabi?

“Abu è piccola, vecchia, calda e le scuole sono distanti anni luce da quelle di Dubai. Non ce la faremo mai.” E invece eccoci qui, senza alcuna intenzione di tornare indietro.

Raccontaci qualcosa di come si vive ad Abu Dhabi…

Lo standard di vita per un espatriato europeo negli Emirati è sicuramente alto. Primo, perché gli stipendi sono mediamente più alti che in Europa. Secondo, perché fa sempre caldo (dai 25 in inverno ai 45 in estate!) quindi si può vivere all’aperto per la maggior parte del tempo: ciò significa piscina, mare, sport acquatici, ristoranti open air… Per venire a vivere negli Emirati, bisogna essere invitati da un’azienda con sede locale (lo sponsor) che si impegna a pagarti uno stipendio mensile, la casa, l’assicurazione sanitaria e, solitamente, la retta scolastica dei figli. Tutto è privato, quindi, a prescindere dal fatto che senza sponsor qui non si può ottenere il permesso di residenza, è impossibile decidere di fermarsi a vivere in uno dei sette Emirati, pagandosi le suddette spese. Un esempio: la retta dell’asilo oscilla tra i 27.000 ed i 40.000 dirham all’anno, cioè dai 5.400 agli 8.000 euro circa. E qui l’asilo finisce alle 12.30! Quella di una scuola superiore va dai 65.000 agli 80.000 dirham (13.000-16.000 euro circa). E non parliamo delle spese sanitarie o degli affitti. La mia casa costa 45.000 euro di affitto all’anno. Sono 130 mq, perché qui tutto è grande, ma le maniglie delle porte non sono d’oro!

Una famiglia italiana ad Abu Dhabi

Accipicchia! E per quanto riguarda il processo di integrazione con la popolazione locale?

Gli Emirati sono stati per quasi 150 anni un protettorato inglese. Sono i paesi di cultura islamica più aperti del Golfo. Noi donne non ci dobbiamo velare, né dobbiamo fare tutti digiuno nel mese di Ramadan! La popolazione è all’80% composta da immigrati (gli expat) di ogni parte del Mondo. Siamo tutti nella stessa situazione, si fa presto a fare amicizia! Ad Abu gli italiani sono più numerosi che a Dubai, sicuramente. Qui hanno sede alcune tra le più importanti società italiane di costruzione ed ingegneria petrolifera. L’ambasciata è molto attiva ed esiste un circolo culturale, al quale si può fare riferimento: www.cicer-abudhabi.com/main.htm. E’ importante comunque rispettare alcuni divieti del posto: No alcol se non ai ristoranti con licenza di vendita, no maiale se non nelle pork station ben nascoste in qualche supermercato e no sesso extraconiugale.

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Qualche altra curiosità?

Ad Abu Dhabi la benzina costa 30 centesimi al litro, eheh! La nostra casa si affaccia sull’albergo più costoso del mondo, l’Emirates Palace (la realizzazione è costata 11 miliardi di dollari). Abu è un arcipelago di 200 isole. Se andate su googlemaps potete vederle dal satellite: alcuni sceicchi hanno fatto dragare sulla propria isola il loro nome, così che si possa leggere dalla stratosfera. Nel 2018 apriranno 5 importanti musei su quella che viene definita l’isola della felicità, Sadyaat Island: il Guggenheim, il Louvre, lo Zayed national Museum (in collaborazione con il British Museum), il Museo Oceanografico più grande del mondo ed un centro di sperimentazione teatrale all’avanguardia. Gli Emirati sono un paese giovane: sono nati il 2 dicembre 1972, quindi hanno da poco compiuto 40 anni.

Abu Dhabi è un emirato famoso in tutto il mondo per le sue enormi riserve petrolifere e le maestose moschee. Tu che ci vivi, hai riscontrato anche lati negativi?

I lati negativi, ai quali adesso mi sembra di avere in parte rimediato con il mio nuovo lavoro, sono che bisogna fare i conti con la totale assenza di attività culturali degne di tale definizione. Purtroppo in Italia è vero che anche i sassi parlano e raccontano un’infinità di storie. Dovremmo tutelarli, i nostri sassi!! Qui non è così ed il mix di culture non significa necessariamente “più cultura”. Un concetto un po’ difficile, bisognerebbe viverci per capire appieno.

Tornando a te e alla tua famiglia, cosa ha significato per voi questo trasferimento?

La vita. Noi, come famiglia, siamo fatti per vivere in un ambiente multiculturale. Mio marito ed io abbiamo sempre lavorato e studiato in ambito internazionale. Quindi il periodo più difficile è stato quello della quotidianità italiana, fatta di sacrifici, rinunce e pochissime soddisfazioni.

Una famiglia italiana ad Abu Dhabi

E con che stato d’animo l’hai vissuto tu, da mamma e da moglie?

Sono partita con l’apprensione che ogni mamma di tre bimbi avrebbe, trovandosi a doverli spostare dal Paese in cui sono nati e cresciuti, ad un nuovo posto di cui non conoscono nulla, neppure la lingua. Però è stata una decisione che abbiamo preso tutti insieme, quindi abbiamo lasciato affetti e ricordi con la speranza che avremmo fatto, tutti insieme, un’esperienza meravigliosa. E così è stato.

Da quel che si legge tra le righe, sembrate felici di aver lasciato l’Italia …

Assolutamente sì. Nessuno di noi vuole tornare.

E i tuoi genitori come l’hanno presa?

Non erano proprio felici. Ma le litigate sono cominciate quando abbiamo deciso di lasciare Torino per trasferirci a Verbania. Non volevano avere i nipoti lontani. E’ comprensibile, per chi resta ad aspettarci è difficile. Comunque poi l’hanno digerita e adesso organizziamo visite reciproche per riuscire a vederci almeno una volta ogni 3 mesi.

Hai avuto il supporto di qualcuno nel momento del trasferimento?

Assolutamente no, tutti contro.

Com’ è cambiata la tua vita? E soprattutto in cosa?

La mia vita è rimasta fondamentalmente la stessa, perché amo i miei ragazzi e mi piace trascorrere tutto il tempo che posso con loro. Il che significa che, anche se ho la casa più grande, un aiuto in casa ed uno stipendio più alto, non frequento locali, ristoranti di lusso e discoteche da sceicchi, conduco una normalissima vita famigliare. Solo che non devo più fare i conti con le salatissime bollette mangiastipendio che avevamo in Italia.

Ad oggi, puoi ritenerti soddisfatta del tuo percorso di vita e professionale?

Il percorso di vita mi soddisfa appieno. Quello professionale sicuramente un po’ meno. Sono contenta del lavoro che faccio ora (per arrivare al quale ho faticato tanto, perché un’italiana per trovare lavoro all’estero in una compagnia straniera, deve sempre mettere in conto che comincerà da un gradino più in basso rispetto a quello che la sua capacità professionale, consentirebbe). Ho però sacrificato tanto della mia professionalità, soprattutto per il fatto che mio marito lavora 15 ore al giorno e trascorre anche lunghi periodi fuori casa. Il che in Italia, dove si può contare su una cerchia di aiuti famigliari o di amicizie di lunga data assai preziosa, sarebbe un problema relativo. All’estero i ragazzi vanno seguiti di più, perché il genitore diventa il perno di sicurezza attorno al quale ruota tutta la loro vita, un po’ girovaga e altalenante. A discapito della propria carriera professionale, ovvio!

Ti andrebbe di dare un messaggio a tutti coloro che ci stanno leggendo?

Certo! Vorrei dire loro che trasferirsi non è semplice, bisogna poterlo fare, se si ha famiglia, con un buon contratto che ne tuteli ogni componente. Però aprire la propria vita al mondo e diventare cittadini globali, dà grandi soddisfazioni!

A cura di Nicole Cascione