«Ho portato il calcio e una speranza di futuro in Guinea», la bella storia di Roberto Bassi e dei suoi allievi

Dai campi di calcio italiani a quelli africani. Potrebbe riassumersi così l’avventura di Roberto Bassi, allenatore vicentino, educatore prima che mister. Vincitore in carriera di ben nove campionati tra prima, seconda e terza categoria a un certo punto della sua vita decide di mollare tutto per partire per la Guinea, precisamente per Kankan seconda città del Paese a 600 km dalla capitale. In valigia porta con sé un sogno e un obiettivo ben preciso: aprire una scuola calcio per ragazzi dai 5 ai 18 anni. Così, dopo 4 viaggi e 2 anni di lavoro uniti a costanza, impegno e a una serie fortuita di coincidenze finalmente il 16 ottobre 2015 viene inaugurata la prima scuola calcio-sport-cultura Italo-Guineana: l’Academie football Madarom De Guinee.

Fa tutto da solo, senza un sostegno economico, senza associazioni ma con la certezza che può, e deve, riuscire a sognare insieme a quei ragazzi che aveva incontrato nei suoi viaggi precedenti. Il suo viaggio ha inizio nel 2010. Per due anni vive nei villaggi più sperduti della Guinea forestale, cercando di capire il più possibile dove poter cogliere l’attimo, per studiare le loro abitudini, le loro tradizioni e la loro filosofia di vita. Per imparare ma allo stesso tempo insegnare. «Quando ho capito che la mia valigia era piena ho cominciato il mio progetto – racconta Roberto Bassi -. Avevo quasi tutto il materiale di conoscenza per poter valutare serenamente e agire di conseguenza».

L’inizio, però, non è dei più semplici. Tante le problematiche affrontate per arrivare in “rete” sia a livello burocratico che pratico. «A causa della grande corruzione che esiste in Guinea non è stato facile ottenere tutti i permessi. Dal punto di vista pratico – prosegue Bassi – è stato un vero lavoraccio. La scuola infatti è nata in un pezzo di terra all’interno di un liceo con scannafossi e pezzi di granito presenti sul potenziale campo d’allenamento. Grazie all’apporto di molti, ma soprattutto dei ragazzini, abbiamo rimesso tutto a nuovo: per livellare il campo all’incirca 50 ragazzi con badili, secchi e motocarriole hanno caricato e trasportato la terra da un cantiere stradale al campo per tre giorni. Ne è uscita una superficie in terra battuta sulla quale magari poter seminare altra erba».

Oggi il progetto “Un coup de pied a la pauvrete” vede la partecipazione attiva dell’Endas, il supporto morale del CONI, l’aiuto dei psicologi dello sport del dottor Bargnani e la parte molto importante del grande cuore degli amici di Roberto. L’Accademia comprende 300 allievi, sette allenatori, un direttore della scuola, un medico, un direttore marketing, un magazziniere, e una struttura costruita dal nulla con spogliatoi, uffici, e manto erboso. «Al suo interno abbiamo già costruito tre aule dove insegniamo ai ragazzi inglese, marketing e informatica. C’è un reparto di insegnamento psicologico per l’aiuto e la comprensione del ruolo delle donne in Paesi così difficili e c’è il progetto di costruire dei dormitori e refettori».

Ma come è iniziata l’avventura di Roberto Bassi in Guinea? A raccontarla è lui stesso, al momento in Italia ma prossimo a partire di nuovo per l’Africa. «E’ nata per caso – ci dice – come quelle cose della vita che non si sa come, ma arrivano. Già da un anno stavo organizzando un viaggio in Africa centrale per studiarne le popolazioni. Ero in stazione e mi si avvicina un ragazzo che stava partendo proprio per il Gabon. Ci siamo messi in contatto con la promessa che sarei andato a trovarlo a giugno. Nel frattempo in maggio mi chiama dicendomi che si trova in Guinea e invitandomi a raggiungerlo. Così parto e vado. Qui trovo il mio compagno di viaggio e insieme visitiamo diversi villaggi del nord del Paese sperduti nella foresta. Mi fa conoscere il tessuto sociale proprio della vita africana per capire come entrare nella loro mentalità ma senza imporre la nostra cultura occidentale. E da qui è cominciato tutto».

roberto bassi guinea

Lei è un allenatore e ha sempre giocato a calcio. Possiamo dire che l’idea della scuola è stata quasi una scelta naturale?

«Il calcio è stata la locomotiva che mi ha permesso, di volta in volta, di aggiungere dei vagoni pieni di passeggeri. Aprire una scuola in Guinea rappresenta un ulteriore vagone. Inizialmente l’idea era di costruire un ospedale, dal momento che il più vicino si trova a quasi 12 ore di macchina. Un’impresa però molto difficile per via del governo e dell’ostruzionismo delle multinazionali farmaceutiche. Così abbiamo pensato al calcio per poi in futuro aggiungere anche un reparto medico. Nel frattempo il mio amico torna in Gabon e io conosco un ragazzino che si fa chiamare Zidane e che sarebbe diventato il pilastro e il punto cardine della mia opera. Appassionatissimo di calcio, come si può facilmente presumere dal suo soprannome, mi apre tutte le porte grazie anche alla sua famiglia, una delle più importanti della Guinea. Con lui studiamo il primo piano di approccio. Andiamo all’ispettorato dell’istruzione dove scopro che il capo è suo zio che ci concede l’uso di un campo abbandonato – un vecchio deposito di carburante francese – a fianco del liceo Mariam N’Guaby. Costruiamo il campo da calcio con spogliatoi, porte, panchine, rimessaggio delle recinzioni e iscrizione dei primi allievi. Ed è subito un successo, tanto che quest’anno il Ministero dello sport e la federazione ci hanno riconosciuto la matricola ufficiale».

Qual è l’obiettivo della scuola?

«Insegnare attraverso il calcio, e lo sport in generale, un po’ della nostra cultura fondendola con la loro e cominciando un percorso di formazione. Fin da quando sono partito il mio intento principale è costruire qualcosa che possa permettere loro di lavorare in patria, di non lasciarla. Questo per me è essenziale. All’inizio era un progetto ambizioso, ma pian piano si è sviluppato. Oggi abbiamo 300 ragazzi che ogni giorno vengono nella nostra scuola e a cui diamo una formazione, ma anche una speranza di futuro cosicché un domani possano venire in Europa da viaggiatori e non da clandestini».

Che tipo di difficoltà ha affrontato per aprire la sua scuola?

«La burocrazia è molto difficile in Guinea. Io e Zidane siamo stati sei mesi senza poter costruire il campo di calcio. Non perché non vogliano, ma perché hanno una complessità mentale molto rigida. Sono tanti i passaggi e i permessi da chiedere. Molti si scoraggiano. Basti pensare che anche un personaggio famoso del calibro di Eto’o voleva aprire una scuola calcio a Kankan. Per colpa delle tante richieste ha infine rinunciato. Noi ci abbiamo messo costanza e impegno, oltre alla fortuna di incontrare la persona giusta».

allenare in guinea

Inizialmente ha fatto tutto da solo, senza aiuti economici e associazioni vicino. Come ha sostenuto economicamente il progetto?

«Grazie ad alcune donazioni di amici generosi e alla vendita dei miei due libri: “La tua Africa cosa bolle in Ebola” e “Un Calcio alla povertà” che ho scritto su suggerimento di molti conoscenti che leggevano il mio blog in cui raccontavo della vita in Africa. Questa è stata la mia fortuna: sono andato in molte società di calcio dove avevo operato sia come giocatore che come allenatore, ho fatto serate e alla fine ho raccolto diverse donazioni arrivando prima a 7mila euro e poi ad altri 2.500. Tempo fa, inoltre, grazie al presidente dell’Endas Lombardia ho presentato il mio progetto alla Cooperazione Internazionale a Bruxelles. Insieme andremo presto in Guinea per creare una sinergia con il Ministero dello Sport. Grazie a loro si potrebbe realizzare il sogno globale di costruire e istruire attraverso lo sport tantissimi giovani in questa meravigliosa terra».

La scuola calcio ha avuto subito un immediato successo. Il giorno dell’inaugurazione c’erano ben 2mila persone ad assistere all’evento, segno che la gente del posto aspettava un progetto simile da molto tempo. Come si caratterizza la scuola e che tipo di servizi offrite?

«Oltre al calcio, abbiamo attivato anche tre aule dove si insegna l’inglese, il marketing e l’informatica. Una struttura che può definirsi sociale, sportiva, culturale e anche formativa. Gli insegnanti sono tutti del posto, ragazzi laureati in Guinea, così come il resto del personale. Con il tempo abbiamo aggiunto delle presenze femminili sia nel calcio che nello sport, integrando anche dei ragazzini disabili per le attività ludiche. Si tratta di un piccolo passo per non spostare i già sottili equilibri di quella società, ma che ci rende molto orgogliosi».

ROBERTO BASSI ALLENATORE

Tra i progetti per il futuro anche quello di ingrandirsi, di creare una sorta di struttura con un dormitorio e refettori più altre due aule e un piccolo centro medico. In che modo possono sostenervi e aiutarvi le persone?

«Ognuno può fare la sua donazione collegandosi al mio sito oppure acquistando uno dei mie libri. Tutto ciò che arriverà sarà ben accetto. Anche un piccolo contributo può essere importante. Meglio poco da tante persone che tanto da pochi. È stato proprio il piccolo contributo di tanti a permettermi di costruire la scuola calcio».

Quali emozioni prova quando allena i suoi ragazzi?

«È qualcosa di indescrivibile. Le mie radici sono in Italia dove c’è mia moglie e i miei due figli e quando sono in Africa mi mancano molto. Ma allo stesso modo quando sono in Italia mi mancano i miei ragazzi. È difficile da spiegare. Più che l’emozione dell’allenamento c’è quella di vivere insieme. Fin da subito si è creata un’empatia unica. In ogni cosa lascio che siano loro gli attori principali, io mi limito a stargli a fianco e sostenerli. Ciò che provo quando li vedo giocare o anche semplicemente indossare la maglia della loro squadra è davvero unico».

Per scrivere a Roberto Bassi questo è il suo indirizzo e-mail: [email protected].

Per informazioni e altre curiosità sul suo progetto scuola calcio in Guinea vi rimandiamo al sito internet:

http://latuafrica.wixsite.com/asd-madarom

e alla pagina Facebook:

www.facebook.com/Accademy-Football-Madarom-Guinee-824631477655131/.

Di Enza Petruzziello