Simon’s Food, il food blogger che non si mostra

di Enza Petruzziello

Mostrarsi senza apparire. Dote rara oggi, soprattutto se sei un influencer! Simon’s Food è un caso davvero eccezionale nel panorama food italiano: un blogger che in oltre dieci anni non ha mai mostrato il suo volto online, non ha mai accettato compensi per una recensione, e ha costruito un pubblico fedele sulla sola forza della credibilità.

Di origini siciliane, da decenni a Parma, dal 2013 al 2025 ha accumulato un lavoro impressionante: oltre 1.400 piatti recensiti, 600 chef incontrati, 130 eventi, 350 ristoranti, con 25.000 follower su Instagram.

Il suo blog – Simon’s Food – nasce dall’esigenza di consigliare locali con il miglior rapporto qualità-prezzo attraverso recensioni reali e non dettate da compensi. La politica si basa sull’esaltare e non denigrare le figure professionali incontrate — dai ristoratori agli chef, dai pasticceri ai pizzaioli.

Conosciamolo meglio

Simone, ti definisci un parmigiano doc. C’è un piatto emiliano che ami in particolar modo? E uno siciliano?

«Le lasagne. Come piatto parmigiano, invece, la torta fritta. E infine come piatto siciliano: le arancine».

Come tu stesso dici, la Sicilia ti ha dato la testa di un critico gastronomico o la pancia di un buongustaio? C’è una differenza, secondo te?

«Tutto è nato per gioco, frequentavo tante compagnie e una in particolare amava andare fuori a cena. Da lì ho cominciato a consigliare posti, a orientare le scelte di chi mi chiedeva dove andare. Ed è stato naturale il passo successivo: trasformare quelle esperienze in recensioni, per rendere più semplice la vita a chi cercava un consiglio sincero».

Sei uno dei pochi food blogger italiani che non ha mai mostrato il suo volto. Come funziona in pratica l’incognito? Hai mai rischiato di essere scoperto?

«In realtà c’è un precedente illustre: il famoso giornalista Visintin del Corriere della Sera, che ancora oggi si presenta alle convention con il passamontagna. Io ho trovato il mio metodo. Entro in un locale, vivo l’esperienza fino in fondo, pago il conto e solo allora — se è andata bene — mi presento e dico dove apparirà la recensione, gratuitamente, sui miei canali e su www.simonitalianfood.com. Se invece è andata male pago ed esco senza dirgli chi sono. Non voglio denigrare il lavoro di: voglio raccontare ciò che ho vissuto. A volte ho scritto di un piatto che non mi ha convinto, ma senza mai nominare il locale».

In oltre dieci anni, sei mai stato riconosciuto al ristorante prima di volerlo? E se sì, ha cambiato qualcosa nel servizio che hai ricevuto?

«Per fortuna non sono mai stato beccato sul fatto! Invece mi hanno riconosciuto dalla voce in alcuni contesti di fiere o eventi gastronomici».

Hai incontrato Cracco, Bottura, Cannavacciuolo, la famiglia Valastro in America – e sei sempre rimasto in ombra. C’è qualcuno con cui avresti voluto “toglierti la maschera” prima?

«Mi sono sempre mostrato dopo aver provato i loro piatti, ma la voglia di dire “sono SIMON!” c’è sempre stata in ogni locale o con ogni persona che mi stimasse».

Nell’era dei selfie e dei volti ovunque, scegliere l’anonimato è quasi un atto di resistenza. È una scelta etica, strategica o istintiva?

«È nata come scelta etica: non volevo che qualcuno potesse accusarmi di favoritismi. Ma nel tempo si è rivelata anche una mossa vincente. Quando ho iniziato, non esistevano blogger uomini nel food, e tanto meno qualcuno che si presentasse con un’emoticon al posto del volto. Quell’intuizione ha costruito un’identità riconoscibile proprio attraverso l’assenza».

La tua politica è esaltare, mai denigrare. Ma la critica gastronomica vera non prevede anche il coraggio del giudizio negativo?

«Hai detto bene, io non sono un critico, poiché non ho competenze né studi di settore, ma sono l’uomo “della strada”, la persona comune che prova e consiglia, un amatoriale con un palato allenato. Ma che rimane comunque un amatoriale».

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TripAdvisor, Google Reviews, le stelle Michelin: come si colloca Simon’s Food in questo ecosistema?

«Mi colloco come appassionato, e non ho nessuna intenzione di paragonarmi a quelle piattaforme. La Michelin la stimo davvero, è l’unico riferimento che seguo con convinzione. TripAdvisor e Google hanno il merito di dare voce a tutti, ma è anche il loro limite: chiunque può scrivere qualsiasi cosa, spesso influenzato dal prezzo o da una serata storta. Giudizi che poco hanno a che fare con la qualità reale di un piatto».

Dopo 1.400 piatti e 350 ristoranti, esiste ancora la sorpresa? Qual è stata la tua esperienza più inaspettata degli ultimi anni?

«Ogni piatto che mi suscita emozione è sempre una sorpresa. Se la cucina ti arriva e ti scatena sensazioni, hai raggiunto il suo scopo. L’esperienza migliore rimane a Villa Crespi, dallo chef Cannavacciuolo. La cucina che mi ha sorpreso per tecnica e capacità è Il Tiglio, da Enrico Mazzaroni, spesso sottovalutato, che ha finalmente ottenuto la sua stella Michelin nel 2022. Lo conobbi e lo valutai già un grande chef stellato nel 2018. Certe volte il tempo dà ragione».

Hai mai mangiato qualcosa di veramente orribile e non ne hai scritto? Come gestisci quei casi?

«Sì, è capitato a Milano, in un locale che dopo un anno ha chiuso. Piatti preparati molto male, abbinamenti squilibrati. Fui invitato dal loro ufficio stampa, mi recai al locale senza dire che ero lì. Finita la cena, andai in cassa senza dire chi ero, pagai 200 euro e poi scrissi via mail la mia valutazione indicando i molti punti negativi. Se vuoi fare questa cosa con serietà — che sia un lavoro o un hobby — devi mettere in conto anche le serate che non vorresti ricordare. È il prezzo dell’onestà».

Porti spesso amici, follower, professionisti con te nelle recensioni. Il cibo per te è un atto solitario o sempre collettivo?

«Il cibo è un atto di condivisione, soprattutto per noi italiani. Mi piace coinvolgere e uscire a cena con amici, moglie o conoscenti».

Hai attivato format come il “Tour delle Colazioni” con follower anonimi. Com’è lavorare con persone comuni invece che con esperti? Ti hanno mai sorpreso con un giudizio che non ti aspettavi?

«Ho iniziato questo format perché mi piaceva l’idea di coinvolgere persone comuni nei miei giudizi. Simon’s Food, del resto, nasce per chi mangia per piacere, non per chi mangia per professione. Ho trovato a volte persone molto preparate su lievitazioni o preparazioni di pasticceria: quando la passione si evolve, diventa poi un modo di approfondire un settore per capirne le dinamiche».

Ti occupi anche di beneficenza. Un esempio è il progetto STAR – Star Chefs Dinner: come nasce l’intreccio tra cibo stellato e solidarietà? È facile convincere chef di fama a partecipare?

«Da anni cerco di mettere il network costruito in 12 anni al servizio di qualcosa che vada oltre la recensione. La reputazione che ho costruito nel tempo apre porte che altrimenti resterebbero chiuse, e rende più naturale chiedere a uno chef stellato di portare il suo talento dove può fare del bene. Non sono certo il primo a farlo, ma ogni volta che ci riesco sento che questo percorso ha un senso che va oltre il piatto».

Dodici anni di incognito, 25.000 follower, centinaia di chef amici: a cosa stai lavorando che ancora non hai raccontato?

«Mi piacerebbe creare un format televisivo… in realtà è già presente un copione consegnato in Rai due anni fa… ma vedremo».

Ultima domanda: tra dieci anni, vorresti ancora la maschera o finalmente sarà arrivato il momento di toglierla?

«In realtà la maschera è ormai una parte di me, un “alter ego” che mi permette di osservare spesso chi mi circonda senza espormi dal vivo… ma forse arriverà il momento di svelarmi… chissà».

In che modo possono contattarti i nostri lettori?

«Chi volesse può scrivermi a info@simonitalianfood.com o seguirmi sui canali social — Facebook: @Simone Gusto, Instagram: @simonsitalyfood — e consultare recensioni e personaggi conosciuti in questi 12 anni sul sito www.simonitalianfood.com».