Non parlo unicamente dei conti economici dello Stato e del continuo aumento della pressione fiscale, semmai dell’atteggiamento della gente. Non importa l’età, la professione o il ceto sociale, la stragrande maggioranza delle persone che incontro soffre di una profonda preoccupazione; una paura tangibile, reale e immediata di perdere il lavoro, di dover cambiare il proprio stile di vita o di dover sacrificare i propri risparmi.

Molti hanno persino abbandonato la classica prerogativa di lamentarsi del governo e di auspicare un cambiamento politico, anzi mi dicono che la situazione non cambierà chiunque si trovi a governare perché nessuna delle forze politiche ha una vera risposta. Questa è la sensazione comune: non c’è niente che possa davvero cambiare la carte in tavola. Insomma la gente è confusa e cerca risposte altrove.

come cambiare vita

Mai come in queste settimane, mi sono arrivare richieste di connazionali che vogliono emigrare negli USA. Hanno le età più diverse e provengono dalle professioni più disparate. Alcuni sono studenti che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. La maggior parte di loro vorrebbe trasferirsi con tutta la famiglia e continuare il proprio lavoro negli Stati Uniti oppure aprire il classico ristorante italiano o pizzeria.

Per quanto sui media italiani si parli spesso della crisi americana e si cerchi di dipingere scenari allarmanti sull’economia a stelle e strisce, molti di noi iniziano a coltivare seriamente il sogno americano e sono pronti a fare il grande salto consapevoli che dall’altra parte dell’oceano ci sono ancora grandissime opportunità per chi vuole mettersi in gioco davvero.

Nessuno di loro, però, si rende davvero conto della difficoltà di tale salto e moltissimi tentano il passo sottovalutando gli ostacoli e tornano in Italia dopo qualche mese con la coda tra le gambe. Alcuni di loro bruciano denaro e risorse importanti in progetti che non avevano assolutamente futuro, altri compiono i passi giusti per avviare un’attività produttiva ma naufragano sugli scogli delle leggi sull’immigrazione. Quando andiamo a esaminare la storia di coloro che non ce la fanno, vediamo che quasi tutti hanno commesso lo stesso errore.

Si tratta di un errore fondamentale che molti italiani continuano a commettere anche quando viene detto loro di non farlo, anche quando si spiegano loro in dettaglio le conseguenze di tale errore, anche quando si indicano alternative percorribili e li si scongiura di seguirle. Si tratta quindi di una vera e propria trappola che, quando sottovalutata, cattura chiunque le capiti a tiro.

Dove sbagliano queste persone? Qual è il punto debole nel loro ragionamento? Qual è la pecca che li porta a bruciare occasioni, a sperperare denaro, a sottoporre le loro famiglie all’umiliazione del fallimento? Quali sono gli elementi che li dividono da quegli italiani che invece ce l’hanno fatta e che hanno raccolto successi incredibili oltreoceano?

La risposta è di per sé semplice, ma prima di darvela è necessario mettere a fuoco il contesto. Nell’ultimo decennio l’Italia ha subito una profonda trasformazione socio-economica. L’arrivo di moltissimi immigrati ha cambiato completamente il mondo del lavoro e i connotati del nostro Paese.

Camminando per Milano, la mia città natale, sono spesso sorpreso nel trovare un crescente numero di negozi che portano insegne in altre lingue. Basta viaggiare sui mezzi pubblici per renderci conto di come sia cambiata la composizione della popolazione. Dopo anni di vita negli Stati Uniti, sono abituato ad avere intorno a me individui delle razze più disparate con le rispettive differenze culturali. Ma noto una differenza sostanziale: manca una regia.

Entrare in Italia è relativamente semplice e restarci è possibile anche se non si ha un lavoro fisso. Certo, la vita dell’immigrato non è facile: deve parlare in una lingua che non è la sua, deve comprendere il funzionamento delle leggi locali e deve procurarsi i mezzi di sopravvivenza passando da un lavoro temporaneo all’altro fino a che non ha consolidato la propria posizione. Si tratta di un percorso che può richiedere anni e molti sacrifici, però l’Italia garantisce la serie di servizi di base che gli permettono di farcela: l’assistenza sanitaria, l’accesso al lavoro, il permesso di restare nel territorio italiano (anche quando i documenti non sono del tutto in regola).

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Questa è la realtà che viviamo quotidianamente. Ciascuno di noi ha avuto contatti con immigrati di ogni provenienza e ci siamo chiesti: “Se loro ce l’hanno fatta ad entrare in Italia e a rimanerci, perché io non dovrei riuscire a trasferirmi negli USA? In fondo Italia e Stati Uniti condividono le stesse radici culturali. Basta un biglietto aereo e il passaporto italiano. Gli americani hanno sempre adorato l’Italia e tutto quel che viene dall’Italia, perché allora non tentare la fortuna e partire alla ricerca di un nuovo futuro per me e per la mia famiglia?”

La prima tentazione è di emulare quel che vediamo accadere intorno a noi: partire e provare a inserirsi una volta sbarcati negli USA, confidando nel fatto che qualsiasi errore possa essere aggiustato in un secondo momento, come spesso accade da noi. Si parte con l’idea di provare a vedere se funziona e poi ci s’impegna seriamente solo dopo che ne abbiamo avuto la prova. La seconda tentazione è di portare con sé le convinzioni e l’esperienza personale e lavorativa maturate in Italia, scaricando i problemi su qualcun altro: un consulente che si occupi di “tutte le scartoffie”. Magari seguiamo i “consigli benevoli” di un amico che lo ha già fatto, magari dieci o venti anni fa, oppure le chiacchiere di chi non ha una reale competenza in materia d’immigrazione.

In fondo, siamo giustificati dalla realtà che vediamo intorno a noi in Italia e nella quale siamo cresciuti. Il risultato è invariabilmente lo scontro con una situazione drammaticamente diversa e il crollo, spesso drammatico, di tutte le nostre sicurezze.

Purtroppo l’ho visto succedere tante volte. Vediamo quindi com’è la realtà, come l’ho vissuta negli ultimi anni negli USA con la mia famiglia. Gli Stati Uniti sono un grande Paese, una vera e propria locomotiva economica che fa della velocità e della capacità di cambiamento il proprio punto di forza. Sono anche una nazione fortemente patriottica, dove ogni singolo americano è orgoglioso di esserlo al di là delle lamentele che può occasionalmente esprimere nei confronti dell’economia e del governo (sto parlando dell’americano medio). Mi è capitato, anche durante incontri di carattere commerciale e aziendale, di vedere la platea alzarsi alle note dell’inno nazionale statunitense. Avete mai visto il numero di bandiere a stelle e strisce che sono appese all’interno o all’esterno dei palazzi e delle case?

Da questo profondo senso patriottico, nasce la voglia di difendere il proprio Paese da possibili pericoli esterni e interni. L’applicazione delle leggi tende a essere rigida. Magari potete evitare una multa se siete convincenti e vi appellate al senso di ospitalità del poliziotto, ma non pensate di farla franca se mentite nelle informazioni fornite alle autorità d’immigrazione o se non fate i passi corretti nella sequenza corretta, sin dall’inizio.

La reazione nei confronti dell’immigrazione illegale è istantanea e inesorabile. Gli americani sono convinti, probabilmente a ragione, che l’immigrazione incontrollata e clandestina danneggi il loro posto di lavoro e nei periodi dove l’economia rallenta, come questo, diventano molto severi nel controllare la regolarità di chi vive e lavora sul loro territorio. Ciò non significa che non ci siano clandestini. Anche loro hanno difficoltà a sorvegliare i confini e c’è sempre qualcuno che riesce a passare, ma quando lo trovano si assicurano di rimandarlo a casa, immediatamente.

Forse pensate che stia esagerando, che non sia così. Che ci sono italiani che sono andati negli USA con un permesso turistico oppure con un visto da studente, hanno trovato lavoro e poi hanno messo le carte in regola. Chiedetelo a chi è partito per una vacanza di 30 giorni e si è fermato più di tre mesi. Chiedetelo a chi ha cercato di aprire un’attività senza prima conoscere le regole del gioco e del mercato. Chiedetelo a chi ha trovato lavoro come studente e poi, quando ha chiesto il visto come lavoratore. Sentirete la storia di persone rimpatriate in fretta e furia, la storia di rispettabili professionisti bloccati alla frontiera e rimandati a casa come clandestini, la storia d’imprenditori che hanno rimesso anche la camicia in progetti di cui hanno perso completamente il controllo.

Qual è allora il segreto per farcela e per attingere all’incredibile potenziale del mercato statunitense? Il segreto è non date nulla per scontato. Preparate un piano e poi contattate quante più persone potete che vi possano aiutare a realizzarlo, compresi alcuni professionisti (non uno solo) competenti in materia d’immigrazione. E’ un gioco dove bisogna vincere subito, al primo colpo. Facendo bene le vostre prime mosse e una volta superata la barriera del visto, incontrerete ben pochi ostacoli. Se invece partite speranzosi e vi cacciate in qualche guaio perché non vi eravate documentati, è davvero molto, molto difficile uscirne dopo.

Scappare dall’Italia è possibile, basta non farlo troppo di fretta.

Roberto Mazzoni

roberto.mazzoni@robertomazzoni.tv