Vacanze in Grecia

Chi ha fatto le vacanze in Grecia lo sa: la Grecia non è una destinazione qualsiasi per un viaggio o una vacanza che sia. La Grecia è una categoria dello spirito e per qualsiasi motivo ci si spinga fin là bisogna esserne consapevoli fin dal primo momento. Sarà per via degli studi giovanili, sarà per qualche pagina di libro letta negli anni successivi, sarà per l’aria che si respira, fatto sta che non appena si mette piede sul suolo ellenico scatta qualcosa.

Ci deve pur essere un motivo se anche la retsina, quel bianco prodotto in botti spalmate di resina che lo rendono più simile ad uno sciroppo per la tosse che ad un vino (provare a portarne a casa un paio di bottiglie e riassaggiarla al proprio rientro per credere), sorseggiata ad un tavolino di un estiatorio qualsiasi con i piedi a dieci centimetri dall’acqua, sembra il nettare di cui gli dei facevano uso smodato durante i loro banchetti celesti; oppure se lo sgangherato autobus che, alla faccia dell’orario riportato sul tabellone della fermata, arriva quaranta minuti dopo provoca una semplice scrollatina di spalle; oppure, ancora, se la strada indicata a quattro corsie dal navigatore e trasformatasi all’improvviso in una carrareccia transitabile a stento da una 4×4 strappa il sorriso anziché scatenare una sonora arrabbiatura. Un motivo ci deve essere, ma non si sa qual è.

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È probabilmente per questo che molti vengono colti da una sorta di mal di Grecia, che impone loro di tornare con una frequenza sempre maggiore. E di cercare cosa li ha spinti a rifare la stessa strada, e di continuare per questo a bere quel vino dal sapore altrove assolutamente improponibile, e inforcare quella strada ben sapendo come andrà a finire, e aspettare quell’autobus consci che non arriverà mai all’orario previsto.

Metti Atene: un intrico mediorientale di strade vicoli sentieri incroci polvere clacson calore buche motori; una città aggrovigliata fra il suo porto e un entroterra che non si capisce dove inizi e dove finisca; una distesa ininterrotta di edifici biancheggianti che sembrano tenuti in piedi da migliaia e migliaia di fili che passano da uno all’altro, luce, telefono, tv; eppure basta alzare gli occhi e cercare la collina, quella collina.

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E perdersi nel bianco nitore delle colonne del Partenone, in perenne ristrutturazione; o nella ieratica indifferenza delle Cariatidi dell’Eretteo, anche se copie a salvaguardia del mondo che custodivano; o nella perfezione geometrica del tempietto di Atena Nike che accoglie ma distoglie. Poi si finisce sempre per salire fin lassù, anche se è la decima volta, perché è un richiamo al quale non si può resistere.

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E pazienza se giapponesi e tedeschi a centinaia sciamano lungo ogni centimetro quadro della grande spianata pestando piedi, allargando gomiti, sbraitando a voce alta. Quei marmi hanno sopportato persiani e turchi, senza mollare di un millimetro, figurarsi i loro smidollati discendenti.

Erano pietre, sono diventati simboli. Ecco, forse il motivo è proprio quello. Il motivo per cui si torna inesorabilmente sul territorio ellenico aleggia fra quei marmi, fra tutti i marmi disseminati fra valli e montagne, ma non solo marmi. Se dobbiamo aggrapparci a delle certezze, paradossalmente le proviamo a cercare nel cuore dell’incerto. E, alzando la testa, annusando l’aria, scrutando un particolare, siamo sicuri di averle trovate. O, almeno, di essere sulla buona strada.

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A questo, allora, vola il pensiero quando al porto di partenza si attende con ansia dal ponte più alto del traghetto che i marinai a terra sciolgano le gomene: quando finalmente la nave si stacca, lì, in quel preciso momento, si inizia a percepire il sapore della retsina. A scrutare l’orizzonte in attesa di quel pullman. E a cercare con lo sguardo quelle colonne.

Gianluca Ricci