Beppu, la città giapponese che ricorda l’inferno

Di Gianluca Ricci

Il nome non pare una grande garanzia di serietà: Beppu.

E invece si tratta di una città del Giappone, situata nell’isola di Kyushu, la più meridionale fra le isole maggiori del Paese, caratterizzata dalla presenza nel suo sottosuolo di una vena d’acqua bollente pressoché inesauribile, provocata dalla presenza del più grande vulcano giapponese, l’Aso.

Si trova lì la più elevata concentrazione di impianti termali del Sol Levante, che da quelle parti si chiamano “onsen”.

Strutture più o meno eleganti, che permettono ai sempre più numerosi turisti che le raggiungono di provare l’ebbrezza di un bel bagno caldo e rigenerante.

nove inferni di Kannawa

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I nove inferni di Kannawa

A rendere unici questi onsen sono però i nove inferni di Kannawa, una zona particolare della città in cui tutto fuma, dai tombini alle case, a causa dell’elevatissima concentrazione di acque sulfuree bollenti che scorrono nel suo sottosuolo.

Gli inferni, come si può facilmente intuire dal nome, sono degli impianti termali naturali in cui le temperature dell’acqua raggiungono temperature elevatissime e che per questo non possono essere frequentati come gli altri.

Al massimo è consentito bagnarsi i piedi in alcune vasche dopo un più che opportuno raffreddamento dell’acqua: ma è una delle attrazioni più affascinanti e particolari di tutto il Giappone.

Il più ingannevole è l’Umi Jigoku, un lago dal colore azzurro che a tutto fa pensare tranne che le sue acque possano raggiungere picchi di temperatura fino ai 98 gradi, a un passo dall’ebollizione.

Meno subdolo e più esplicito è invece l’Oniishibozu Jigoku, una specie di palude grigiastra in cui il fango ribolle formando bolle che esplodono creando magici effetti sulla superficie sottostante.

Al Kamado Jigoku si può verificare con mano l’incredibile potenza della natura, assaggiando l’acqua bollente che sgorga dal suo interno o preparandosi un tè senza bisogno di fuoco e bollitore.

L’Oniyama Jigoku è invece la testimonianza che questa straordinaria energia può essere tenuta a bada, visto che al suo interno sono ospitati oltre cento esemplari di coccodrilli, eredità del primo allevamento realizzato da quelle parti all’inizio del secolo scorso e particolarmente florido proprio a causa della temperatura dell’acqua.

Lo Shiraike Jigoku è l’inferno bianco, forse il meno ammirato di tutti a causa della colorazione non particolarmente invitante, un bianco spento che spinge i più a procedere verso l’inferno successivo, nonostante respirare i suoi fumi possa essere un vero toccasana per acne e congiuntivite.

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Molto più scenografico il Chinoike Jigoku, le cui acque assumono le diverse tonalità del rosso: proprio ciò che si aspetta da un lago la cui temperatura si è assestata sui 78 gradi.

Chinoike Jigoku

L’ultimo inferno visitabile non è un lago, ma un geyser, che in un paesaggio sulfureo come quello non poteva certo mancare: per motivi di sicurezza è stato bloccato all’interno di una grotta artificiale che ne blocca il potente getto, anche se ciò che resta della primitiva potenza rimane comunque impressionante.

A sorprendere è in particolar modo la lunghezza del suo sbuffo, quasi dieci minuti di orologio; al termine una ricarica di quaranta minuti e poi via con un altro soffio.

Una sorta di luna park della geotermia, insomma, che si ammira con il rammarico di non potersi rilassare come si desidererebbe immergendosi in quelle acque.