E lo fa con la sua associazione, il Laboratorio Solidale e tutta una serie di iniziative fuori e dentro il carcere. È andata all’estero perché questa è stata una di quelle occasioni che il caso, spesso, ci sbatte in faccia con tutta l’urgenza delle cose che non si possono evitare. Una chiamata che lei non ha potuto non ascoltare. E la storia che ci racconta è quella di un impegno assoluto e totalizzante, difficile e drammatico che restituisce però un profondo senso di serenità e giustizia. Quella giustizia che Barbara e l’associazione cercano di combattere quotidianamente con fatica e grandissima umiltà. Barbara Magalotti ha anche scritto un libro che racconta di questa sua esperienza. Si tratta di “Di a qualcuno che sono qui” edizioni Erickson; un libro bellissimo, diario di un “viaggio” insieme ad un’umanità disperata ma piena di insegnamenti: per ciascuno di noi.

Barbara Magalotti, Bolivia

Barbara come sei arrivata a La Paz e come hai capito che volevi fermarti qui per fare qualcosa in questa città, in questa terra?

Credo che, spesso, le opportunità arrivino per caso. Per me il caso è stata la tragedia delle Twin Towers. Avevo già programmato il tanto agognato viaggio in solitaria in India, quando questo avvenimento mi ha fatto stravolgere tutto. Ho sentito che dovevo fare qualcosa, condividere la sofferenza di chi stava peggio di me. Così ho contattato l’Associazione Papa Giovanni XXIII con la quale sono partita per la Bolivia, lavorando presso una comunità di recupero per ragazzi di strada. Poi ho iniziato a collaborare con un educatore che, settimanalmente, si recava a visitare i detenuti e i bambini figli dei detenuti, rinchiusi nel carcere di San Pedro. Grazie a questa collaborazione ho conosciuto la Pastoral Penitenciaria Catòlica de Bolivia, associazione che si occupa di fornire assistenza legale e di salvaguardia dei diritti umani dei detenuti. Questa esperienza è ciò che mi ha fatto capire dove volevo restare. Così ho fondato il Centro Educativo “Alegria” e sono ancora qui. Sono ancora qui per tutta l’umanità che ho conosciuto e ricevuto da queste persone, nonostante le loro vite disperate. Dopo avere conosciuto queste persone, le loro storie e avere incrociato i loro sguardi, non potrei stare da nessun’altra parte.

La tua associazione ha incontrato particolari problemi o ostracismo dalle autorità del luogo? E come è stata accolta dalla popolazione locale?

La nostra associazione ha iniziato a collaborare con Padre Filippo Clementi, cappellano del carcere, e questo ci ha aiutato moltissimo, sia con le autorità locali sia con la popolazione carceraria. Certo, visto che un certo tipo di pregiudizio nei confronti degli stranieri è comunque molto forte, penso che se fossimo stati sud americani avremmo incontrato ancora meno difficoltà. Comunque dal 2010 la nostra associazione ha firmato un accordo con il Ministero che ci ha dichiarati titolari del progetto educativo della popolazione infantile del carcere di La Paz. Alcune particolari difficoltà le abbiamo incontrate con la polizia penitenziaria direi, ma niente di insormontabile. Più che altro è stato difficile sensibilizzare la società civile riguardo alle condizioni di vita dei carcerati.

Quali sono le difficoltà maggiori nel lavorare in un ambito come quello dei detenuti e dei loro figli?

Direi quella di entrare nell’ottica di idee di non poter risolvere i problemi di tutti. Lavorare con 2200 detenuti e con più di 250 bambini è un’esperienza molto forte che può davvero mandare in crisi. Anche a me è successo dopo il mio primo ingresso in carcere. La disperazione e la solitudine con cui ti confronti sono davvero un fardello difficile da sopportare. Lavorare con i detenuti poi, presenta difficoltà aggiuntive se sei una donna. Bisogna trovare un equilibrio tra la costruzione di una sorta di intimità con l’altro, per costruire una relazione d’aiuto che non sconfini in un gioco di “seduzione” ma sia una ricostruzione della fiducia in chi, di fiducia, non ne ha più. Si tratta di costruire insieme un percorso che attraverso la fiducia ridoni anche responsabilità ai detenuti. E non è certo un lavoro facile.

Quali sono, in concreto, le azioni di aiuto e intervento che fate?

Il Centro Educativo “Alegria” è uno spazio educativo di stimolazione cognitiva e sostegno scolastico. Facciamo giochi di gruppo, giochi didattici, attività creative, laboratori artistici. Insomma cerchiamo di stabilire uno stile educativo che insegni a questi bambini un nuovo modo di relazionarsi con gli altri. Organizziamo partite di calcio o uscite collettive. Ma il Centro lavora anche, come dicevamo, con i padri di questi bambini, in modo tale da coinvolgerli nella cura e nell’educazione dei loro figli. Diamo loro un sostegno sia psicologico sia legale quando serve. E serve spesso, visto il livello di corruzione sia di avvocati sia di giudici: se non hai soldi non vieni minimamente considerato.

Barbara Magalotti, Bolivia

Di che tipologia di reati si parla in maggior parte?

Si tratta soprattutto di reati legati al narcotraffico, seguiti dai furti e rapine a mano armata. Poi ci sono anche casi di omicidi e violenze sessuali. In questo carcere, in teoria, dovrebbero essere detenuti solo i reati minori ma, dal momento che nel carcere di massima sicurezza non c’è più posto, anche i casi più gravi vengono portati qui. Per cui piccoli ladruncoli si trovano a convivere con pluriomicidi, e gli stupratori con qualcuno che magari è stato beccato con qualche grammo di erba. Con che ripercussioni su un percorso di rieducazione è facile capirlo. Una volta chiuse le sbarre alle loro spalle, i detenuti sono lasciati a loro stessi e alla legge interna del carcere. Legge nella gestione della quale la polizia penitenziaria ha davvero poca voce in capitolo. Quindi non vi dico i casi di violenza e abusi.

Cosa ti spinge a continuare, ogni giorno, tutti i giorni?

Forse la consapevolezza di essere nata nella “parte fortunata del mondo”, di avere avuto una famiglia che mi ha protetta e sostenuta. Insomma mi sento responsabile dei privilegi e dei diritti di cui ho sempre potuto godere e sono consapevole di dover restituire qualcosa. Sento di dover continuare a mettermi in gioco, per contribuire, anche con poco a mettere il mio piccolo granello di sabbia.

Qual è l’aspetto che maggiormente ti piace del tuo lavoro e quale quello che ti crea maggiori difficoltà, non solo concrete ma umane?

Quello che mi piace di più è il rapporto affettivo che si viene a creare con i bambini e il rapporto di fiducia che si costruisce con i padri detenuti. Spesso basta davvero chiacchierare con queste persone per aiutarle a dare uno sguardo e una prospettiva diversa alle cose. E tutto ciò mi ripaga di ogni fatica. Le difficoltà maggiori sono spesso legate alla burocrazia carceraria a cui bisogna sottostare: per esempio dover impiegare anche un’ora solo per entrare o uscire ogni volta dal carcere. Inoltre la polizia penitenziaria boliviana è tra le più corrotte al mondo; per cui i volontari che fanno il loro lavoro senza pagare un pizzo, rappresentano qualcosa di molto fastidioso; anche perché possono riportare all’esterno ciò che succede all’interno. Insomma direi che ciò che mi crea maggiori difficoltà è proprio la corruzione del sistema con l’ingiustizia che ne consegue e le violenze sui bambini. Io stessa spesso ho le mani legate e devo trovare modi alternativi per agire per evitare che l’istituzione carceraria mi crei problemi.

Siete impegnati in qualche progetto particolare ora?

Abbiamo iniziato un censimento e una ricerca sulla realtà socio-sanitaria dei bambini all’interno del carcere. Stiamo costruendo una rete di collaborazione con le famiglie all’esterno del carcere per capirne le dinamiche e ricostruire il ruolo educativo dei genitori. Un altro progetto è “Casa Solidaria”: un percorso di accompagnamento e reinserimento socio-lavorativo per i detenuti che escono dal carcere. Questo progetto comprende la realizzazione di un B&B inserito in un circuito di turismo solidale e in cui lavoreranno 3 o 4 ex detenuti. Le spese sono alte, circa 100.000 euro ma pensiamo ne valga la pena.

Avete aiuti statali o contate solo su aiuti privati?

Fino ad ora abbiamo finanziato il progetto solo ed esclusivamente con le nostre forze, attraverso le quote associative annuali dei membri della nostra associazione e donazioni di privati (nella maggior parte dei casi amici, parenti, colleghi, parrocchie). L’anno scorso una Fondazione privata italiana ci ha dato un contributo con il quale abbiamo potuto migliorare qualitativamente la proposta educativa aumentando il numero degli educatori e aumentando le attività soprattutto fuori recinto (escursioni, visite guidate). Durante questi 10 anni di attività abbiamo avuto saltuariamente il contributo di alcune associazioni locali boliviane, che ci hanno fornito parte del materiale didattico per la scuola dei bambini e per le attività di laboratorio. Speriamo in futuro di poter contare su apporti statali, sia boliviani che italiani!

Barbara Magalotti, Bolivia

Hai mai momenti di sconforto?

Tutti i giorni. Lo confesso, sono una piangolona di prima…e quando la pentola delle emozioni è piena, la lascio traboccare, per far uscire l’amarezza. A volte veramente il senso di impotenza è molto forte, per esempio quando vedi detenuti politici che stanno in carcere a oltranza, molto più a lungo di quello che la legge stessa stabilisce (3 anni) per la detenzione preventiva, senza che vi sia uno straccio di prova a loro carico; quando vedi alcuni bambini con i segni delle percosse o vieni sapere di abusi sessuali su bambini o ragazzini. Ma lo sconforto e l’indignazione si trasformano in una ancor più grande voglia di fare, di cambiare, di contribuire con le proprie energie e risorse a costruire la giustizia…

Cosa comporta, anche a livello umano, essere la presidentessa di un’associazione come la tua?

L’Associazione di Volontariato “Laboratorio Solidale” è nata 3 anni fa’ grazie ad un gruppo di amici che ha deciso di rendere pubblico l’impegno verso i bambini e i detenuti del carcere San Pedro. Esserne la presidente non cambia di molto la mia situazione e il mio impegno, forse l’unica differenza è che ora c’è un po’più di burocrazia e sicuramente delle responsabilità amministrative che prima non c’erano. La mia vita privata si sovrappone al mio impegno umano verso i detenuti e i bambini: ma è una scelta che nessuno mi ha obbligato a fare, semplicemente ho sentito una “chiamata interiore” e le ho dato ascolto. Umanamente essere la presidente di questa associazione comporta un impegno costante nella sensibilizzazione sul territorio nazionale ed internazionale sul tema dei diritti umani e dell’inclusione sociale delle popolazioni “a rischio” di esclusione sociale. Questo comunque lo facevo prima e credo lo continuerò a fare per tutti i giorni che la vita mi concederà!

Che città è, dal punto di vista sociale La Paz?

Città universitaria, sede del governo, principale nodo commerciale in Bolivia insieme a Santa Cruz de la Sierra: La Paz è una città straordinariamente vitale. Il lato oscuro è quello simile a tutte le grandi metropoli, soprattutto dell’America Latina: tantissimi senzatetto, chicos de la calle dipendenti da droghe e soprattutto dagli inalanti, tantissimi alcolisti persi nella solitudine e nell’abbandono. La povertà del Paese si riflette soprattutto in queste fasce sociali per le quali spesso il destino comune è quello della morte per strada. Personalmente sono profondamente innamorata di La Paz. La quintessenza dell’approssimazione, della povertà, del caos…in tutto: dai mezzi di trasporto, ai negozi, ai tempi, alle distanze. Sono affezionata a questa terra, ai mercati arrangiati sui marciapiedi, alle salite che ti lasciano senza fiato, ai baretti tutti in fila dai quali i commessi ti urlano che il loro jugo de papaia e’ migliore di quello del baretto a fianco… la Paz è unica. In tutta la Bolivia non c’è un posto dove passato e futuro siano così intimamente connessi.

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Intervista a cura di Geraldine Meyer