Può piacere o meno ma è indubbio che il presidente Lula abbia dato non piccolo impulso a tutta una serie di direttive politico-economiche per migliorare le condizioni di vita di molti brasiliani. Parliamo di questo paese con Andrea Ciacchi, professore di antropologia all’Università Federale dell’integrazione latino-americana.

VIVERE IN BRASILE: Andre Ciacchi carnevale

Ciao Andrea. Ormai da tanti anni il Brasile è casa tua. Come mai proprio questo paese?

Naturalmente, come si suol dire in questi casi… è una lunga storia! In realtà, tutto è iniziato quando, studente di Antropologia alla Sapienza, all’inizio degli anni 80, fra una lettura di Lévi-Strauss (Tristi Tropici) e le lezioni appassionanti di Letteratura Brasiliana del buon (e mai troppo rimpianto) Giorgio Marotti, decisi che il mio “profilo intellettuale” si sarebbe rivolto a questo paese. Poi, in un paese come l’Italia dell’epoca, in cui dopo la laurea non c’era davvero nulla da fare, sono venuto qui a fare un master (inutile dire che il sistema universitario brasiliano era ed è molto piú avanzato di quello italiano), fra il 1985 e il 1988. Di ritorno in Italia, e anche dopo un dottorato di ricerca svolto a Bologna, sempre su temi letterari e antropologici brasiliani, nel 1992, ho dato all’Italia due anni di tempo per darmi un lavoro all’altezza di quello che ritenevo di essere. Scaduti i termini, ho preso al volo un’offerta di lavoro di un’università brasiliana – ed eccomi qui.

Se mi prometti di non dirlo a nessuno, aggiungerò che in quegli anni, le gesta di Falcão nella Roma mi aiutarono ad amare il Brasile.

Hai potuto fare l’antropologo fin da subito qui?

L’antropologo, no, ma il professore universitario sí. In realtà, la mia formazione “mista” (un po’ di Lettere e un po’ di Antropologia – e devo ammettere che questa era il grande vantaggio di quella facoltà, in quegli anni post 1977), mi ha permesso di insegnare prima in una Facoltà di Lettere, dal 1994 al 1999 e poi, dal 2000 a oggi, di insegnare Antropologia.

Dal punto di vista lavorativo quali differenze hai trovato?

Le differenze sono immense, incommensurabili… Tanto per fare un esempio, qui esistono, nelle università, i concorsi! I con-cor-si. E sono veri, puliti, trasparenti. Io, il mio, l’ho fatto nel 1999, dopo essere stato, per circa 5 anni, professore visitante. Ma le differenze fra i due sistemi si misurano nel quotidiano dell’università. Non solo ora, che sono diventato prorettore alla ricerca di un’importante università federale e, praticamente, arrivo alle 8 e me ne torno a casa alle 21, io ho sempre vissuto l’università in tempo integrale: non solo le lezioni, ma un rapporto molto piú intenso tanto con gli alunni quanto con il territorio. Nessuno, qui, esce di casa, va a fare la sua lezione, saluta e se ne va. Poi, naturalmente qui l’università pubblica è completamente gratuita e, in questo senso, benché sia ancora a “numero” chiuso, costituisce uno strumento robusto per la promozione sociale di grandi strati della popolazione che, fino a pochi anni fa, non potevano nemmeno sognare di entrare in un’università. Questo è un paese cosiddetto “emergente” – e si è capito che senza un’università forte, competitiva, ben finanziata e democratica, sarà difficile sostenere la crescita.

Vivi in uno dei posti più belli del mondo, ci parli di alcune delle cose più suggestive, dal punto di vista paesaggistico, che hai visto?

Io sono un appassionato del mare. Ho visto e frequentato decine di spiagge e città costiere. Certo, io ho le spiagge di Gaeta negli occhi e nel cuore, ma il mare brasiliano è, con poche eccezioni, qualcosa di speciale e non solo per gli occhi, ma anche, direi, per la mente. Ho poi vissuto per qualche mese in una grande città in Amazzonia e, anche se non ho proprio fatto vita in “foresta”, ho potuto apprezzare la maestosa bellezza di quella regione. Ora vivo all’estremo sud del Brasile, a Foz do Iguaçu, famosa per le cascate omonime (si vedono bene nel film “Mission”). Beh, sono davvero un grande spettacolo!

VIVERE IN BRASILE carnevale

Tu hai vissuto anche in Amazzonia, un nome evocativo di meraviglie e problemi. Cosa ci dici di questa parte del mondo?

Ho conosciuto piú l’Amazzonia urbana: la splendida, fascinosa e lancinante città di Belém: un caos barocco e postmoderno allo stesso tempo. Fondata nel 1616 alla foce del rio delle Amazzoni, circondata da fiumoni e fiumiciattoli, isolette, odori, colori e sapori assolutamente indescrivibili. Ci sono tornato qualche settimane fa, dopo averci vissuto sei mesi, e l’emozione e la nostalgia sono state fortissime! Naturalmente, ciò che piú mi interessa dell’Amazzonia è qualcosa che purtroppo non ho ancora avuto modo di conoscere a fondo: le sue varie e differenti etnie.

Quali sono i problemi più grandi di questo paese?

Sarebbe facile dire che ora il Brasile ha superato I suoi problemi principali: la miseria, la fame e l’ingiustizia piú acuta. In realtà, grazie al governo di Lula si è fatto moltissimo per ridurre le distanze fra i vari gruppi sociali. Oggi direi che il Barsile ha davanti a sé la sfida di diventare, come sembra davvero pronto a fare, un paese fra i cinque piú ricchi del mondo e di farlo senza dimenticare nessuno: non solo i grandi parchi industriali, le sue aree di tecnologia di punta, non solo i suoi grandi centri finanziari. Queste locomotive devono portarsi dietro i vagoni pieni di “gente”: contadini, ceto medio, etnie indigene, emigranti, giovani, ecc. Devono essere vagoni confortevoli e non carri bestiame.

Ma un problema drammatico e ancora lungi dall’essere risolto lo vorrei citare: le condizioni carcerarie sono peggio che barbare…

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Il Brasile, per certi versi, è diventato il paese più vivace del Sud America, con una inversione di tendenza dal punto di vista economico. È davvero così?

Sí, è cosí. Vari fattori concomitanti hanno collaborato. Una congiuntura economica internazionale relativamente favorevole. Politiche sociali che, per la prima volta nella storia di questo paese, si sono rivolte alle fasce piú vulnerabili della popolazione, politiche pubbliche, soprattutto nel campo dell’istruzione, che stanno dando risultati molto rapidamente; politiche economiche che, sebbene lungi dall’essere “socialiste”, come molta gente immaginava per via di un presidente sindacalista e “di sinistra” come Lula, hanno assicurato allo stesso tempo diritti sociali e prosperità alle imprese. E, certo, ora, questo petrolio che sgorga e sgorgherà sempre di piú dalla costa brasiliana.

Per decenni si diceva, qui, che il Brasile era il “paese del futuro”. Per molti versi sembrerebbe che questo futuro stia davvero arrivando.

Tu sei antropologo, che cosa ci racconti, se puoi, del fenomeno triste e degradante delle favelas?

Non ne conosco molte, perché non ho mai vissuto in città che avessero favelas. Ma, certo, è sicuro che oggi non sono loro che rappresentano il peggio delle condizioni di degrado della popolazione piú povera del Brasile. Il peggio sta in aree “depresse” (come si diceva una volta) dell’entroterra, soprattutto nel nord e nel nordest: senz’acqua, senza servizi essenziali, senza sbocchi… Le favelas, soprattutto a Rio, sono, oggi, dei veri e propri laboratori per molte politiche pubbliche interessanti e innovative, nel campo dell’istruzione, della cultura, dell’edilizia e, soprattutto, della sicurezza pubblica. Ma sarebbe lungo soffermarmi su tutti i dettagli.

Hai detto di aver deciso di vivere in un paese più serio: cosa vuol dire?

Un po’ credo di averlo spiegato nelle risposte precedenti. Il sistema universitario, per me, ovviamente, è la cartina di tornasole piú ovvia: si gioca “pulito”, senza baroni, senza raccomandazioni, senza teatrini, senza pavoneggiamenti. L’università è un qualcosa che dialoga davvero con la società, cerca e offre soluzioni, non si rinchiude in una gabbia di vetro. Poi, tutto sommato, questo è anche un paese in cui si prova davvero a uscire da una lunga notte sociale per entrare in una nuova epoca. Questo, per me è qualcosa di serio…

Nell’immaginario di noi europei Brasile è sinonimo di spiagge, sole e bellezze naturali. Cosa ci dici dell’architettura e delle città?

Il Brasile è stato “scoperto”, o “trovato”, nel 1500. Molte città sono state fondate in quegli anni, moltissime nel 600. C’è un barocco, qui, quasi “leccese”, fantasioso, e popolare, molto poco solenne, che io amo moltissimo. Poi c’è il grande fascino delle megalopoli, soprattutto di São Paulo: milioni e milioni di abitanti, nel traffico piú caotico che io abbia mai conosciuto, ma circondati da architettura modernissima e, soprattutto, da occasioni culturali che noi, in fondo, ci sogniamo. Alcuni centri storici urbani sono poco conosciuti, forse, in Italia, ma meritano senz’altro attenzione e, magari, una visita: la stessa Belém, São Luís nel Maranhão, João Pessoa, Olinda, eccetera.

VIVERE IN BRASILE

Quali sono le tradizioni e le usanze più sentite e che ti hanno colpito di più?

Io, fin dai primi anni in cui mi sono interessato “intellettualmente” del Brasile, ero attratto dalla sua cultura popolare: letteratura e musica, soprattutto. Per un antropologo, questo è un paradiso… Poi, da quando ci vivo, sono entrato in contatto con una serie di fenomeni piú complessi. Soprattutto, seguo il continuo intrecciarsi di tradizione e modernità, qualcosa di davvero unico, qui.

Una delle mie passioni, però, è un genere musicale e teatrale tipico delle zone di coltivazione di canna da zucchero del Nordest: il “Maracatu”.

E non parlo delle usanze gastronomiche ed etiliche, ovviamente…

Tu hai vissuto nel nord est, zona in cui si trova Canoa Quebrada, un luogo quasi magico tanto è bello. Lo hai visto?

No, non ci sono mai stato e confesso che, anche se so che è certo un luogo incantevole, ho poca voglia di andarci. Purtroppo, appartiene a una lunga lista di località incantevoli, soprattutto nel Nordest, assolutamente infestate da italiani praticanti il turismo sessuale. Non lo sopporto, me ne vergogno, ne voglio stare lontano, scusatemi…

Passi pratici, burocratici e abitativi, per chi volesse vivere in Brasile?

In realtà, è necessario avere un “visto permanente” e questo lo si ottiene in vari modi, ma, soprattutto, avendo un figlio brasiliano. Credo che ci siano anche mille sotterfugi per ottenerne uno, ma confesso che non saprei descriverli.

Una cosa molto importante è che qui i prezzi degli immobili sono irrisori, rispetto all’Italia. Se poi si sceglie una regione, una zona o una città in cui non ci sia molto movimento turistico, allora la modicità dei prezzi delle case è davvero impressionante.

Ultima domanda: come appare l’Italia da lì?

Scrivo queste righe il 6 aprile 2011… Come si dice a Roma… “chettelodicaffà”? A me, il tutto fa ribrezzo, ma tanto io in Italia non ci torno e, in fondo, chi se ne frega. Ma sulla stampa, la figuraccia è forte e grande. Poi, certo, ai brasiliani (anche, ma non solo, per via dei tanti figli, nipoti e pronipoti di italiani che ci sono qui) l’Italia è simpaticissima. Dalla cucina (ma la disinvoltura con cui “rivisitano” i nostri piatti è tutta da vedere e da scansare…) alla moda, dall’arte al design, dalla musica, anche se il meglio dei nostri cantautori qui non si conosce, al cinema, tutto ciò che è italiano è apprezzato, imitato, copiato. Ma ora, sinceramente, facciamo ridere.

A me, è chiaro, mancano molte cose dell’Italia. Certe sfizi alimentari, appunto, certi angoli di Roma, i paesini da visitare in gite sabato-domenicali, la bellezza di certe città, la curva Sud…

Per scrivere ad Andrea Ciacchi:

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Intervista a cura di Geraldine Meyer