Una vita di viaggi e cinema

A cura di Giulia Rinchetti

Da quattro anni Emanuele vive a Lugano, dove cerca di conciliare ingegneria e cinema. Da una parte la necessità interiore di raccontare, sia in forma scritta che visiva, dall’altra il lavoro da ingegnere, qualcosa che gli riesce bene e che lo riempie di soddisfazioni.

Andiamo con ordine: ti sei laureato a Milano e hai iniziato a lavorare in Italia.

Sì, mi sono laureato in elettronica a indirizzo informatico con una tesi sull’intelligenza artificiale scritta in un centro di ricerca di Bruxelles, dove sono tornato subito dopo la laurea grazie ad un’offerta di lavoro arrivata da Hewlett-Packard. Dopo qualche anno – in cui ho infilato anche 12 mesi di lavoro a Londra, sempre per conto di HP – sono tornato in Italia per lavorare in una società di Bergamo. È proprio In Italia che ho deciso di approfondire una mia grande passione: il cinema. Grazie ad un corso pratico seguito presso il Lab Ottanta, il principale organizzatore del Bergamo Film Meeting, ho iniziato a guardare i film con occhi diversi, indagatori, ho imparato a scomporre e ricostruire incessantemente le scene cinematografiche, fino a che ho deciso di fare della mia passione il mio lavoro. Così ho iniziato a inviare domande di ammissione a scuole di cinema in giro per il mondo, fino a che sono stato ammesso alla San Francisco State University come unico straniero su dieci nel corso di cinema digitale. Cosa fare a quel punto? Io e mia moglie ci siamo guardati in faccia e … abbiamo deciso di licenziarci. Siamo partiti insieme per l’America, dove ho conosciuto un gruppo meraviglioso di studenti uniti dalla stessa grande passione. Avevo 39 anni. Forse è stato un atto da incoscienti. Sicuramente aver sempre viaggiato mi ha aiutato a fare questo salto.

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Emanuele_Persico

Quali sono stati i frutti di questa esperienza?

Avrei voluto vivere e lavorare a San Francisco è una città che offre mille opportunità non solo nel campo del cinema. Tuttavia una volta finito il corso mi è scaduto il visto e, non avendo trovato subito lavoro, sono dovuto tornare.

Una volta in Italia ho fondato, con un mio carissimo amico, una piccola casa di produzione cinematografica chiamata Pesca Production. La prima tappa è stata Buenos Aires, dove abbiamo girato un film sul tango e un documentario sui milongueri, personaggi storici delle milonghe di Buenos Aires (milonghe è il nome con cui si indicano le sale da ballo dedicate al tango).

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Come mai il tango argentino?

Quando eravamo a Bergamo mia moglie si era iscritta ad un corso di tango. Quando un giorno l’ho accompagnata alla milonga mi sono accorto di un’atmosfera quasi magica e sono rimasto colpito dal coinvolgimento dei ballerini, che subito mi è sembrato qualcosa di profondo e speciale. Vedere due persone che non si conoscono eppure ballano così vicine, con i visi così rapiti… volevo capire meglio. Dunque ho iniziato ad approfondire, a studiare e infine ho scritto una sceneggiatura con un’amica, in due, uomo-donna, come due ballerini.

Com’è andato il film?

Abbiamo debuttato ad Aprile 2011 e subito abbiamo iniziato il tour per i cinema indipendenti italiani. Devo dire che abbiamo avuto un buon riscontro. A Cagliari per esempio abbiamo proiettato per tre sere di fila facendo il pieno, tanto che la multisala della città, offesa dall’esclusione, ha mandato dei controlli sperando di boicottare la serata! Siamo usciti in 30 sale, un numero che ci ha riempiti di soddisfazione. È stato il mio film d’esordio e ho visto la gente coinvolta, emozionata. Tanti ballerini mi hanno detto che si sono ritrovati perfettamente nella storia. Fuori dall’Italia invece l’ho portato a San Francisco e a Tallin, ad un festival di Tango.

La tua scelta è stata davvero coraggiosa. Vi è piaciuto vivere a San Francisco?

Tantissimo, come ho detto ne avrei fatto la mia casa volentieri. San Francisco è la città del cinema dopo Los Angeles, c’è tantissima gente che cerca di sfondare in quel campo ma comunque ero riuscito ad emergere. Al mio corso ero l’unico straniero ma soprattutto ero l’unico italiano. Questo ha fatto la differenza. Noi italiani viviamo con l’arte quotidianamente, cresciamo con i Caravaggio nei musei, vediamo opere d’arte in ogni strada di ogni città. Dunque quando a lezione spiegavano come comporre l’inquadratura o come scegliere che tipo di inquadratura fare, a me veniva naturale. Per me la scena era quella già vista nei quadri in Italia. Un mio compagno se ne era accorto e mi aveva detto: tu non devi studiare come fare l’inquadratura, tu ce l’hai dentro di te. Questa mia predisposizione, che sono convinto ogni Italiano abbia nel suo DNA, mi ha portato ad essere una figura di supporto per i miei compagni, che mi chiedevano un parere per ogni progetto.

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Quindi c’è una sorta di ammirazione nei confronti degli italiani?

Sì, ma non sempre. Ho fatto una grande fatica ad impormi al di fuori dello stereotipo pizza-mandolino. Ho dovuto faticare il doppio ma alla fine ho creato un bellissimo gruppo.

E ora?

Ho chiuso la Pesca Production ma continuo a scrivere racconti e sceneggiature. Ora lavoro in Svizzera e ho lasciato in stand-by il cinema: l’esperienza con il film sul tango è stata pazzesca ma anche sfiancante.

Hai deciso di tornare a fare l’ingegnere perché era troppo faticoso fare il produttore indipendente o dentro di te sapevi che prima o poi saresti tornato a fare il lavoro di sempre?

Non pensavo affatto di tornare a fare l’ingegnere e aprire la casa di produzione è stato un modo serio e strutturato per fare del cinema la mia professione. Ma in Italia è difficilissimo e quando sbatti contro il muro per l’ennesima volta decidi di fermarti. Comunque il lavoro che faccio mi è sempre piaciuto, sono contento. Magari riprenderò a produrre film tra qualche tempo, in modo più serio e attendibile. Devo dire che qui in Svizzera trovo terreno fertile. Gli svizzeri sono interessati alla cultura, da una parte hanno i soldi per comprarla e dall’altra ne riescono a “produrre” poca. Il Ticino è infatti un territorio piccolo ed è l’unico cantone che parla italiano: questa chiusura li porta necessariamente ad avere una forte contaminazione dall’Italia e solo dall’Italia. Gli attori che fanno teatro e cinema sono tutti italiani. Dunque sono pronti ad investire e ad assorbire e questa cosa mi stimola.

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È una cosa che hai scoperto una volta arrivato in Svizzera o già lo sapevi e questo ti ha spinto a trasferirti in Ticino?

L’ho scoperto quando sono arrivato, nel 2013. A dicembre proiettavo il mio film in un cinema indipendente di Lugano ed è stata la prima volta che una scuola di tango ha organizzato un evento per l’occasione, allestendo una milonga nell’ingresso del cinema, ed è stata anche la prima volta in assoluto che il direttore mi ha chiesto di tenere la pellicola per poterla proiettare altre volte. Non mi era mai successo in Italia. Magari è stato un caso fortunato, però è successo.

Come ti trovi a Lugano?

All’inizio, quando avevo ancora la macchina targata italiana, non me ne facevano passare una! Ho sicuramente percepito la loro intolleranza, dovuta al fatto che ogni giorno ci sono 65.000 frontalieri che entrano in Ticino la mattina ed escono la sera. Ma sono davvero un male per la Svizzera? Questi frontalieri pagano le tasse al governo federale, offrono manodopera meno costosa di quella svizzera e di più alto livello qualitativo. Non rubano il lavoro, semplicemente sono più competitivi. Inoltre non vengono mai messi alla gogna i datori di lavoro, che godono dei frutti del lavoro italiano sottopagato. Bisognerebbe vedere la storia in maniera completa.

Facciamo un veloce resoconto delle città in cui hai vissuto! Bruxelles pro e contro

Bruxelles è una città molto dinamica e internazionale, la cosa negativa è il clima. Dopo un po’ inizi a credere nella meteoropatia!

Londra pro e contro

Londra è una città fantastica, forse l’unica cosa che non mi è piaciuta è il caos. A volte nella metropolitana ti senti sopraffatto dalla gente ammassata e la folla ti stanca fisicamente.

San Francisco pro e contro

È la città più bella in cui ho vissuto. È incredibilmente dinamica: quando parli di un progetto, lo stai già facendo. Una volta sono andato ad un workshop di produttori cinematografici. Ne sono uscito con 3 biglietti da visita e due giorni dopo ero in un bar a parlare delle mie sceneggiature ad una produttrice. Un’altra cosa bellissima: la semplicità. I docenti del nostro corso arrivavano a lezione in scarpe da tennis e zainetto, ho incontrato in un bar qualunque un disegnatore della Pixar che, in jeans e felpa, raccontava alla zia del suo lavoro.

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La cosa negativa è la loro paura per la polizia. Ne sono davvero terrorizzati, essenzialmente perché i poliziotti sono spesso violenti. Inoltre San Francisco è una città in cui trovi sia quartieri alti che quartieri fortemente degradati a poca distanza gli uni dagli altri. Un esempio? A sinistra del Bay Bridge sei a Berkley, a due passi dalla Pixar, a destra sei a Oakland, dove nemmeno la polizia osa entrare.

Che città consigli a chi vuole fare video making?

Sarei combattuto fra Los Angeles e San Francisco. Forse la seconda, non solo perché è più bella e più vivibile, ma anche perché c’è meno competizione rispetto a L.A., che è la città del cinema per eccellenza.

E ora c’è Lugano. Pensare che sei passato da città come Londra o San Francisco a Lugano…

Un bel cambiamento! Dalle metropoli sono finito in quello che è poco più di un paese. Qui non c’è nemmeno una carta per terra!

Cosa ti piace di Lugano?

Mi piace la pulizia e la disciplina. Quando sei abituato all’Italia dove tutto è lecito, qui scopri il rigore, il senso etico e civico. Quando c’è una coda… è una coda vera!

Cosa non ti piace invece?

Il fatto che è un paese, una cittadina molto piccola e dunque un po’ chiusa.

La tua è una bella storia: non sei scappato dall’Italia, non hai cercato attivamente di cambiare vita, hai semplicemente accolto delle opportunità indipendentemente dal Paese in cui ti avrebbero portato.

Ci sono così tanti Paesi, così tante culture, così tanti cibi, luoghi, lavori, persone, musiche, paesaggi completamente diversi che mi sembrerebbe di limitarmi a stare in un posto solo. Viaggiare mi incuriosisce molto. Forse dovrei fare il reporter!

emanuele.persico@gmail.com