Stanco della burocrazia, delle formalità, delle file chilometriche al tribunale, stanco dei giudici, dei cancellieri, degli avvocati e dei clienti. Stanco di tutto il mondo che c’è dietro la professione di avvocato, Roberto Paini ha pensato bene di mollare tutto e di dedicarsi alla sua più grande passione: il teatro. Una scelta che ha comportato delle difficoltà, come quella di vivere senza una stabilità economica e, allo stesso tempo, di emergere nel circuito del teatro senza alcun supporto economico. Ma Roberto non si è fermato, è andato avanti per la sua strada, dando vita a diversi progetti teatrali.

Roberto, da avvocato ad attore teatrale. Raccontaci quando è scattata in te la molla del cambiamento.

La molla è scattata dopo aver svolto il praticantato per diventare avvocato per alcuni mesi nel 2009. Ho iniziato ad odiare la burocrazia, il costume borghese, le formalità, le file chilometriche al tribunale, i giudici, i cancellieri, gli ufficiali giudiziari, gli avvocati e i clienti. Già da tempo avevo iniziato a fare teatro con Matteo Capogna, il genio del teatro underground romano.

Roberto Paini

Ci vuole molto coraggio ad abbandonare una carriera avviata per intraprenderne un’altra completamente differente. Hai avuto paura?

Certo che ho avuto paura, però era più forte il malessere di dover fare il burocrate, che la paura di rischiare tutto.

In che modo è stata accolta la tua scelta tra conoscenti e parenti?

Malissimo, però mi vogliono bene.

Quali difficoltà hai dovuto affrontare in questo cambiamento di rotta?

Ho dovuto affrontare tantissime difficoltà come quella di vivere senza una stabilità economica e, allo stesso tempo, la difficoltà di emergere nel circuito del teatro senza alcun supporto economico.

Attualmente a cosa stai lavorando?

Attualmente sto lavorando a più di un progetto: “Todas las pesadillas de Roberto Paini” con le musiche di Angelo WIllem Ricci, per due mesi in scena al “Cafe teatro Llantiol”; sto lavorando al PPP (porno poesia punk), un progetto di cabaret in cui si mischia la pornografia (post-porno) al teatro con una colonna sonora Punk, un formato ideato e prodotto da Silvia Resorte con il patrocinio dell’ associazione culturale Magìn (calle tapioles, n.12 Barcelona); infine sto lavorando ad un altro progetto: “Recital sobre la crueldad” con le musiche di Angelo Willem Ricci, si tratta di una selezione di 10 poesie: da Dino Campana, Bukowsky, Alen Gilsberg fino ad arrivare ad Alda Merini. Oltre che al teatro, mi dedico a svariati spot pubblicitari, uno dei quali mi ha permesso di recitare con Rossy De Palma, una delle stelle del cinema di Pedro Almodovar.

Roberto Paini da avvocato ad attore

Quanto lavoro c’è dietro ogni spettacolo teatrale?

Tanto lavoro, studiare testi classici richiede un grande sforzo mnemonico, però riesco a bypassare la memoria tramite l’amore che provo per le opere che studio. Riesco a rivivere l’emozione e il peso di ogni parola, declamando con la voce dell’inconscio.

Per mettere in scena l’ultimo Macbeth (con Sandra Garre) ci sono voluti tre mesi, lavoro sempre con pochi attori, uno o al massimo due, per rendere più veloce la produzione. Per quanto riguarda la mia opera di monologhi “Todas las Pesadillas de Roberto Paini”, c’e’ voluto del tempo per poterla firmare e metterla in scena, quasi tre anni.

Di cosa tratta il tuo ultimo spettacolo teatrale?

Lo spettacolo più importante che ho messo in scena fino ad ora si intitola “Todas las Pesadillas di Roberto Paini”, (Tutti gli incubi di), uno spettacolo satirico di umore nero, in cui demolisco con sarcasmo la società, la democrazia, l’essere umano. Non escludo nessuno: attacco l’Europa unita, il Vaticano, gli USA, i capi di Stato, i Re, Diego Armando Maradona e Roberto Benigni. Definisco il mio show come un grido disperato contro il potere, alleggerito da un grottesco ed esilarante delirio. In questa opera mi ispiro a varie tecniche attoriali e a diversigeneri: la Fone’ di Carmelo Bene, la commedia dell’arte di Dario Fo e il teatro de la crueldad di Antonin Artaud.

Cosa desideri trasmettere attraverso il teatro?

Desidero trasmettere emozioni, tremori, stati d’animo, paranoie collettive, disagio esistenziale, idiozia contemporanea. Desidero trasmettere un’odissea di stati d’animo che viaggiano dall’ebbrezza della vita fino ad arrivare all’oscurità, con schizofrenici cambi di registro vocale. Desidero trasmettere dissenso, polemica, criticare questa contemporaneità immobile, sparare polemiche con la velocità in cui spara proiettili un kalashnikov.

Cosa significa invece per te recitare?

Recitare per me significa essere assenti, come insegna Carmelo Bene, perchè quando sono in scena non recito mai me stesso, come fanno quasi tutti gli attori di cinema, non recito mai con la mia voce naturale, ogni registro di voce viene da un lontano immaginario. Quando recito raggiungo uno stato di trance, come in una sbornia in cui il delirio è puntuale, in cui sono carnefice e vittima del disastro; un’ebbrezza in cui non c’è morale, etica, in cui il massacro drammaturgico è in simbiosi con la tangibile contemporaneità.

Recitare per me significa perdersi nel vuoto di se stessi.

Per me recitare vuol dire essere ciò che uno non è. Per esempio amo essere Macbeth e tramare la morte del re, sterminare la corte. Se fossi stato veramente così ambizioso come Macbeth, avrei fatto l’avvocato.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare con il teatro, mettere in scena un secondo Macbeth, il primo l’ho messo in scena un anno fa e vorrei portare il mio spettacolo di monologhi a Madrid prossimamente. In tutta la mia vita da artista mi rendo conto sempre di più che essere costante a largo raggio paga nell’arte.

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A cura di Nicole Cascione