Manuela e Gilberto e il loro b&b in Val Ceno

Addio cemento, benvenuta natura. Dieci anni fa Manuela e Gilberto decidono di lasciare la loro vita a Milano per ridare vita ad un borgo disabitato sull’Appennino parmense. Qui aprono “Brugnola 1932” un b&b e agriturismo vegano con annesso rifugio per animali strappati allo sfruttamento. Gli inizi non sono stati facili, soprattutto per la diffidenza della gente del posto e qualche pregiudizio. Come è cambiata la loro vita? «Stiamo molto meglio, a nostro agio, l’ambiente naturale e lo stile di vita più rilassato aiutano tantissimo ad affrontare gli inevitabili problemi in modo costruttivo».

Ecco la loro storia!

Di Enza Petruzziello

Mollano tutto per vivere in un borgo disabitato: Manuela e Gilberto e il loro b&b in Val Ceno

Scappati dalla città, per rifugiarsi in un borgo disabitato e aprire un’azienda agricola partendo da zero. Manuela e Gilberto sono tra i pochi “temerari” che al posto di fuggire all’estero, hanno deciso di rimanere in Italia e ripopolare un suggestivo paesino situato sull’Appennino parmense.

Originari di Milano, rispettivamente di 47 e 56 anni, stanno insieme da 18 anni, ma solo 3 anni fa decidono di pronunciare il fatidico “sì”. Agronoma lei, progettista nel settore automobilistico/ aeronautico e poi come interior designer di elicotteri lui, Manuela e Gilberto arrivano a Bardi nel 2012, affascinati dal paesaggio e dallo stile di vita tranquillo. Qui aprono “Brugnola1932” un B&B e agriturismo vegano, un piccolo rifugio per animali strappati allo sfruttamento. La loro ospitalità è familiare e la cucina tradizionale emiliana rivisitata in chiave cruelty-free.

Quest’anno hanno festeggiato i 10 anni di quello che è un luogo aperto a tutti, dove accolgono animali negletti e persone fuori dagli schemi: i loro ospiti. Ecco la loro storia.

Manuela e Gilberto, perché a un certo punto avete deciso di trasferirvi da Milano a un borgo disabitato dell’Appennino parmense? Quali aspetti non vi piacevano della vostra “vecchia” vita? Che cosa vi andava stretto?

«Perché era una vita senza tempo per noi, in cui il lavoro finiva per avere il sopravvento su tutto e, quando avevamo del tempo libero, eravamo costretti ad usarlo per fare tutto ciò che non riuscivamo a fare durante le giornate lavorative. In sostanza, perché avevamo una qualità di vita molto bassa, scandita dai trasferimenti infiniti per raggiungere l’ufficio e da un contesto sociale in cui non ci rispecchiavamo più: vivere per lavorare, lavorare per spendere, correre, correre sempre. Il tutto, in una provincia sempre più mortificata dal cemento. Abbiamo visto scomparire parchi, campi, quei pochi luoghi che ancora mantenevano qualcosa di vicino al mondo della natura».

Come è nata l’idea aprire “Brugnola 1932”?

«L’idea è nata dal nostro amore per gli animali. Abbiamo cercato a lungo un posto in cui poter regalare una nuova vita ad animali provenienti da sfruttamento e maltrattamenti e, abbastanza per caso, siamo approdati in Val Ceno. Una valle poco conosciuta, ma che ci ha catturato subito per la sua natura selvaggia e primordiale, e per le meravigliose case in sasso. Un mondo che, per alcuni versi, sembra essersi fermato a molti anni fa. Abbiamo poi avuto il bisogno di ideare un’attività che supportasse economicamente la nostra idea e che fosse in linea con i nostri principi, quindi abbiamo aperto prima un bed and breakfast e poi un agriturismo totalmente vegani. Sapevamo di partire con un certo vantaggio perché, all’epoca (siamo nel 2010), in Italia praticamente non c’erano accoglienze turistiche di questo tipo».

In che modo vi siete preparati a questa nuova avventura di vita e professionale?

«È stato essenziale lavorare ad un piano di business, perché le nostre risorse erano scarse, il rischio di perdere tutto altissimo e la responsabilità di prendersi cura anche degli animali è tanta. Sicuramente ci ha aiutato la laurea in Agraria di Manuela e il fatto che Gilberto sia un istruttore cinofilo. Ci occupavamo già di pet therapy, come volontari, e abbiamo frequentato corsi in Abruzzo e in Piemonte per imparare a prenderci cura degli asini e poi corsi di ortoterapia e agricoltura sociale. Tutti gli altri animali che abbiamo ospitato negli anni abbiamo imparato a conoscerli e gestirli strada facendo, così come abbiamo approfondito le ricette del territorio per poter offrire un cucina tradizionale di nicchia, rivisitata in chiave vegetale».

Come mai avete scelto questo nome e perché la scelta di un agriturismo vegano?

«Il nome che abbiamo scelto, Brugnola, è quello del piccolo borgo in cui sorge il nostro agriturismo. 1932 invece è l’anno di costruzione della casa: qui c’era l’abitudine di scolpire l’anno sulla pietra sopra la soglia d’ingresso e 1932 è ancora visibile sulla nostra porta. Abbiamo voluto rimarcare già dal nome il forte legame con il territorio. Il nostro progetto non poteva nascere che in un posto come questo. La scelta di una struttura 100% vegan è nata perché, essendo noi vegani da anni, non avremmo potuto fare diversamente e, come detto prima, il mercato soffriva la mancanza di strutture di questo tipo, in cui fosse possibile fare una vacanza con i propri animali (infatti siamo pet friendly, e non solo per i cani) e in più godere della compagnia di animali “da fattoria” senza poi ritrovarseli nel piatto».

Brugnola 1932” si trova a Bardi, un suggestivo paesino in provincia di Parma, dominato da una fortezza medievale e circondato da tanta natura. Come è vivere qui?

«Vivere qui ti offre molti insegnamenti preziosi. Ad esempio, impari che i servizi esistono anche se non sono evidenti come in una città. È importante utilizzare i servizi disponibili per garantirne la continuità, poiché se non vengono utilizzati, rischiano di scomparire. Per esempio, poco dopo la nascita di nostro figlio Enea, il reparto maternità dell’ospedale più vicino è stato chiuso e ora sarebbe necessario percorrere 80 km per andare a partorire. Inoltre, impari a essere responsabile e a pianificare in anticipo. Impari ad organizzare il riscaldamento per l’inverno, a procurarti la legna e anticipare i lavori estivi e invernali. La maggior parte dei servizi essenziali sono presenti, anche se possono essere scomodi per una questione di distanza o più costosi rispetto alla pianura. Quello che manca è l’aspetto culturale: mostre di livello, cinema, teatri, concerti, manifestazioni di intrattenimento, la possibilità di fare sport diversi dal calcio».

Nel complesso come definireste la qualità della vita a Bardi?

«Molto buona. I ritmi sono rilassati, quasi troppo per noi che eravamo abituati in tutt’altro modo! Nostro figlio può godersi un’infanzia libera e sicura perché in paese ci si conosce tutti. Il paesaggio è incantevole in tutte le stagioni e mai monotono. È stato un po’ difficile inserirsi nella dimensione sociale, perché, come spesso accade nei piccoli paesi di provincia, e tanto più in montagna, si viene visti a lungo come “forestieri” e abbiamo scontato per parecchi anni questa diffidenza. Anzi, possiamo dire che non sia stata superata del tutto, anche se qualche buon amico lo abbiamo trovato».

Parlateci un po’ di Brugnola 1932. Come si compone? Che stile ha? Quante camere ci sono? Quali sono i servizi che offrite ai vostri ospiti?

«Brugnola1932 è sia bed and breakfast che azienda agrituristica: si può pernottare e fare colazione, ma si può venire anche solo a pranzo o a cena, ovviamente approfittando delle passeggiate che partono dal borgo –siamo sulla Via degli Abati- e facendo conoscenza degli animali che ospitiamo, come asini, capre, conigli, etc. Non abbiamo cambiato quasi nulla della casa, perché non volevamo snaturarla con modernità fuori luogo e ci piace l’idea di offrire ai nostri ospiti un viaggio non solo spaziale, ma anche nel tempo: il pavimento originale in listoni di legno, gli spessi muri in pietra, i fili della luce a treccia riportano davvero al secolo scorso e, ci piace pensare, mostrano uno stile di vita minimalista, essenziale, ma caldo e confortevole. Come consentito dalle Leggi Regionali, si svolge tutto nella nostra abitazione, in cui abbiamo ricavato tre stanze per gli ospiti e la sala ristorante, con 10 coperti. Questo ci permette di offrire un’esperienza intima e rilassante, senza il caos dei grandi numeri, ed è quella che abbiamo valutato essere la più sostenibile economicamente, perché la Val Ceno attrae turisti per pochi mesi all’anno e una struttura grande porterebbe più costi che entrate».

A chi vi rivolgete e chi si rivolge a voi? C’è una clientela tipo?

«Ci rivolgiamo principalmente ad una clientela sensibile ai temi dell’antispecismo, ma tra i nostri clienti abbiamo molti amanti della cucina salutare e dell’ambiente, o semplicemente persone che hanno bisogno di un periodo di tranquillità, letteralmente fuori dal mondo. Tanti sono semplicemente curiosi».

In un momento storico in cui tanti partono per aprire la loro attività all’estero grazie a regimi fiscali vantaggiosi e burocrazia più snella, voi avete deciso di rimanere in Italia. Quanto è difficile nel nostro Paese portare avanti e mantenere un’attività del genere?

«Ci sono molte sfide da affrontare, a partire dagli aspetti fiscali e burocratici. Abbiamo rinunciato ad alcune parti del nostro progetto perché avrebbero richiesto uno sforzo economico e di tempo per le scartoffie che non potevamo permetterci. Dobbiamo spesso fare i conti con chi fa concorrenza sleale, come attività non autorizzate, e in una zona in cui molti costi per i servizi alle imprese sono alti, a fronte di una qualità scarsa. Per esempio, paghiamo una tassa sui rifiuti altissima, ma il nostro Comune non ci fornisce neppure i cassonetti per la differenziata; l’acqua, nonostante arrivi da un punto di raccolta a meno di 500 metri da casa, ha un costo al metro cubo almeno quadruplo rispetto a quello che pagavamo in città. Le amministrazioni pubbliche, si sa, in Italia non brillano per celerità né per innovazione: la nostra autorizzazione per l’agriturismo ce la siamo dovuti andare a prendere di persona, in cartaceo, a chilometri di distanza! Queste sono cose che fanno passare la voglia e davanti alle quali solo la determinazione a realizzare il tuo progetto può farti andare avanti. Ammiriamo molto chi ha preso la decisione di cercare opportunità all’estero, potrebbe essere considerata anche per noi come una terza possibilità. In ogni caso, è sempre necessario avere coraggio, determinazione e capacità per affrontare le sfide. A volte, le persone non si rendono conto delle difficoltà che affrontano, anche gli ospiti che vengono in vacanza spesso vedono solo il lato positivo delle cose. È comprensibile, poiché le vacanze sono fatte per rilassarsi e godersi momenti piacevoli. Tuttavia, non sappiamo per quanto tempo questa situazione possa rimanere conveniente».

Quanto costa più o meno aprire un’attività del genere?

«È difficile dirlo, perché dipende da moltissimi fattori. Noi non avevamo molto da investire e anche per questo abbiamo scelto una zona poco turistica, in cui i prezzi delle case erano bassi: al prezzo di un bilocale nel varesotto all’epoca, abbiamo potuto acquistare una casa con otto stanze e tre bagni e cinque ettari di terreno. Abbiamo però venduto la casa in cui abitavamo, su cui c’era ancora un mutuo, le moto, l’auto e aperto una struttura tutto sommato piccola, insomma, al di là dei numeri che sono molto variabili, quello che vorremmo dire è che non è impossibile cambiare vita, anche se a volte si è costretti a ridimensionare qualche aspettativa. Inoltre, noi non abbiamo voluto richiedere finanziamenti, per esempio per aprire l’azienda agricola, perché non volevamo condizionamenti, ma in questo campo qualche possibilità esiste».

Mollano tutto per vivere in un borgo disabitato: Manuela e Gilberto e il loro b&b in Val Ceno

In aggiunta al B&B, avete avviato anche un’azienda agricola basata sui criteri dell’agricoltura biologica. In cosa consiste e come si sviluppa?

«Sognavamo un’azienda agricola in cui poter fare vendita diretta dei nostri prodotti. Abbiamo iniziato con un indirizzo orticolo e stiamo ora virando sulla frutticoltura. Per alcuni anni abbiamo coltivato anche la quinoa, ma purtroppo in zona non sono presenti contoterzisti attrezzati per supportarci con questa coltura. Nel tempo, abbiamo ridotto la nostra presenza in fiere e mercati locali, perché non consentono un guadagno adeguato, e ora preferiamo vendere i nostri prodotti agli ospiti che vengono qui in vacanza e ovviamente usarli come materia prima per i pasti dell’agriturismo. La nostra azienda non è propriamente biologica, perché non siamo certificati e non intendiamo farlo, sempre per il discorso costi e burocrazia di cui parlavamo prima; preferiamo spiegare di persona le nostre scelte di coltivazione e la piccola dimensione ci consente questo rapporto diretto».

Brugnola 1932 è molto più di un B&B, è anche rifugio per animali abbandonati, maltrattati e sequestrati. Non solo cani e gatti ma anche conigli e cavie, topi, ratti e molti altri. Parliamo quindi di animali salvati dalla vivisezione. Vi va di parlarci di questo servizio?

«Più che di un servizio, si tratta a tutti gli effetti del cuore del nostro progetto, il punto di partenza intorno a cui abbiamo costruito tutto. Ci siamo conosciuti in contesto di volontariato e attivismo animalista e antispecista e abbiamo sempre dato ospitalità ad animali, anche non convenzionali, anche quando vivevamo in un appartamento. Collaboriamo da sempre con diverse associazioni che si occupano del recupero di animali che provengono da sequestri, maltrattamenti , laboratori di sperimentazione e offriamo un posto in cui collocare gli animali, in numero ridotto perché siamo solo in due e prendersene cura richiede tanto tempo, risorse e competenze. Qui abbiamo avuto finalmente lo spazio anche per grandi animali normalmente considerati da reddito, come asini e capre».

Quali sono le sfide principali nel gestire un bed and breakfast e un agriturismo vegano in un contesto rurale come Bardi?

«La sfida principale è attirare clienti da lontano. In 10 anni, pochissime persone del posto sono venute a mangiare da noi o hanno acquistato i nostri prodotti, perché c’è molta diffidenza, a volte anche pregiudizio, nei confronti della nostra cucina. Siamo soddisfatti perché questa sfida possiamo dire di averla vinta: tutti i weekend arrivano persone anche da molto lontano per mangiare da noi. Certo, questo comporta un enorme sforzo dal lato del marketing e dobbiamo inventarci sempre qualcosa che motivi le persone a percorrere strade impervie per arrivare fino a qui.

Dall’altro lato, un grande vantaggio è quello di essere circondati da persone che, per lavoro o per passione, allevano animali come bovini o cavalli e ci danno spesso supporto nel reperire prodotti e professionisti specifici, come trasportatori, maniscalchi, etc. E, diciamolo, ci troviamo a nostro agio con persone che badano poco al fatto che vai a fare la spesa con gli scarponi o la tuta da lavoro, piuttosto che da fighetti di città che si tirano a lucido per andare al centro commerciale!».

Quali sono i vostri piani per il futuro? Avete in programma di espandere l’attività o di intraprendere nuovi progetti legati all’agricoltura o al benessere degli animali?

«Per ora non abbiamo in programma cambiamenti di rilievo. Abbiamo capito quello che riusciamo a fare in due e preferiamo concentrarci su quello che ha dimostrato di garantirci entrate dignitose. Nel tempo, abbiamo sfoltito molto le attività e ora vogliamo concentrarci su aspetti della nostra vita che abbiamo un po’ trascurato: una vacanza ogni tanto, una pizza fuori, tornare più spesso dalle nostre famiglie di origine e rivedere gli amici lontani, un pomeriggio sul divano. Dobbiamo poi dedicarci a nostro figlio, che ha quasi dieci anni e a cui vogliamo far conoscere il mondo che c’è al di là di questa pur meravigliosa valle che ci ospita».

Mollano tutto per vivere in un borgo disabitato: Manuela e Gilberto e il loro b&b in Val Ceno

Un bilancio di questi primi 10 anni di attività?

«Siamo diventati più poveri! Scherzi a parte, ma nemmeno tanto, se dobbiamo fare un bilancio, possiamo dire che sono stati 10 anni belli e difficilissimi. I rientri economici sono stati estremamente lenti, molto più lenti di quello che ci saremmo aspettati. Non tanto per noi, nel senso che poi uno si guarda indietro e cerca di capire quali errori ha fatto, ma proprio perché è stato un momento economico disastroso un po’ per tutti. Questa valle purtroppo non ha ancora capito la potenzialità offerta del turismo: è una valle depressa economicamente e priva di creatività, per cui ti trovi a fare da solo quello che potrebbe essere un lavoro d’insieme. Per quanto riguarda l’incremento economico, siamo sempre stati in crescita e ci siamo fermati solo durante la pandemia. Questo non significa che ci siamo arricchiti, perché non è il posto giusto per farlo, ma riusciamo a vivere del nostro lavoro e non è poco, visto che siamo in un borgo disabitato! Da un paio di anni io (Manuela) ho pensato di monetizzare le nostre esperienze e ho aperto uno studio di consulenza come agronoma, in cui mi occupo, oltre alle attività tipiche della professione, di offrire servizi tarati su piccole imprese del settore, come piani di sicurezza alimentare, relazioni tecniche per agriturismi, piani di marketing etc.».

Come avete affrontato la transizione da una vita urbana a una più rurale? E come è cambiata la vostra vita da quando siete “scappati” dalla città?

«Ci siamo tuffati in pieno, era quello che abbiamo voluto e cercato per tanto tempo. Stiamo molto meglio, a nostro agio, l’ambiente naturale e lo stile di vita più rilassato aiutano tantissimo ad affrontare gli inevitabili problemi in modo costruttivo».

Per contattare Manuela e Gilberto ecco i loro recapiti:

Sito web: https://www.brugnola1932.com/

Facebook: https://www.facebook.com/Brugnola1932/

Instagram: https://www.instagram.com/brugnola1932_vegan_agriturismo/

Mail: info@brugnola1932.com