Si sono conosciuti venticinque anni fa a Praga: mio padre si era recato là con mio nonno per seguire seminari e convegni, dato che mio nonno lavorava all’Euratom a Ispra, mentre mia madre lavorava come interprete. Durante questi congressi e le relative cene si sono dunque conosciuti e sono rimasti amici. Mio padre successivamente l’ha aiutata a scappare e a varcare il confine, in modo illegale ovviamente, perché all’epoca vi era ancora il regime comunista dell’Unione Sovietica, e l’ha fatta entrare in Italia, dove ha ottenuto il permesso di soggiorno per rifugiati politici. È scappata attraverso la Jugoslavia, dov’era andata in vacanza, attraversando i monti a piedi. È stata coraggiosissima, ha deciso di scappare senza sapere quando avrebbe rivisto i suoi genitori, perché se il regime in quel momento iniziava a dare i primi segni di debolezza, in realtà non si sapeva se sarebbe davvero caduto o no, e quindi mia madre non poteva prevedere quando sarebbe riuscita a tornare a Praga. Tra l’altro la fuga di mia madre causò dei problemi ai miei nonni, i suoi genitori, poiché furono ovviamente visti dal regime come dei dissidenti.

È stata una fortuna per mia madre aver incontrato mio padre, perché da tempo aveva in mente di scappare, un po’ per desiderio di distacco dai suoi genitori e un po’ per sfuggire alla cappa opprimente del regime, ma il suo piano si è concretizzato solo grazie al suo aiuto.

PRAGA

Per fortuna il regime è caduto prima ancora che io nascessi, e così fin da piccolo sono potuto andare a Praga moltissimo volte. Essendo il primogenito della mia famiglia, mia mamma ha avuto tutto il tempo per insegnarmi tutto ciò che c’era da sapere riguardo la Repubblica Ceca, e in particolar modo la lingua. All’epoca ovviamente mi sembrava solo una rottura di scatole, perché finivo la scuola elementare il venerdì e subito dopo passavo due ore intere con mia madre che mi insegnava il ceco, con i libri di testo. Dal punto di vista di un bambino era pesante, vedevo i miei amici che giocavano e si divertivano mentre io stavo a casa a studiare, ma ovviamente col tempo mi sono accorto che ho avuto una grandissima fortuna. Ha sempre pensato che fosse fondamentale insegnarmi la sua lingua, e così mi ha sempre parlato in ceco. Dato che in Italia la scuola elementare finisce la prima settimana di Giugno e non è mai troppo impegnativa, all’inizio del mese volavo in Repubblica Ceca e vi restavo fino alla fine del mese, perché là le scuole chiudono a fine Giugno. Frequentavo le lezioni come un normale alunno e sostenevo degli esami di ceco, storia e geografia, perché se le materie come matematica e scienze erano uguali, quelle altre erano trattate da un punto di vista diverso. Passando gli esami risultavo uno studente normale, che aveva seguito le lezioni per l’intero anno, e mi veniva rilasciata una pagella uguale a qualsiasi altro alunno della Repubblica Ceca. Fino alla prima media sono andato avanti così, ma era piuttosto complicato e col passare degli anni ero sempre più insofferente, volevo godermi le vacanze in Italia con gli amici e non essere costretto a spostarmi continuamente. In prima media finalmente mi hanno lasciato la possibilità di decidere, e allora ho detto basta.”

Il sistema scolastico è diverso?

Sì, decisamente. Le “elementari” durano nove anni, ma si possono finire o a conclusione della quinta o della cosiddetta settima, sostenendo degli esami. Così gli alunni “migliori” possono iniziare prima il liceo, e non lo finiscono prima ma acquisiscono comunque più competenze poiché hanno la possibilità di studiare in una scuola migliore rispetto a quella elementare. Restando a scuola là vedevo la mia classe che si disgregava, persone che cambiavano scuola e andavano via, e quindi anche per questo motivo ho deciso di smettere.

Quindi ci possono essere persone della stessa età che fanno scuole diverse? Qualcuno che ancora frequenta le “elementari” e altri che invece sono al liceo?

Sì, è possibile che alla fine della nostra seconda media in Repubblica Ceca si inizi il liceo. Si fa ancora il programma delle medie, che deve essere necessariamente finito, ma con un’impostazione più liceale. Si viene più seguiti, le materie sono più corpose. Di solito chi fa un istituto tecnico o professionale resta alle “elementari” fino alla nona e poi fa quattro anni da un’altra parte, altrimenti si inizia prima in un liceo i cui posti sono limitati e per entrare bisogna avere ottimi voti a fine anno.

Col senno di poi, pensi sia stato utile aver passato in quel modo i primi anni di scuola?

È stata sicuramente una grande fortuna avere imparato la lingua ceca, e aver frequentato tutti gli anni almeno un mese di scuola a Praga, e aver inoltre partecipato a numerosi campi estivi. Dal punto di vista linguistico sono stati utilissimi. Infatti quando arrivavo dall’Italia avevo sempre bisogno di un po’ di tempo per riuscire ad ambientarmi e poi esprimermi senza problemi. Anche se a casa parlo sempre in ceco con mia madre, è sempre un problema arrivare là e parlare subito bene in lingua ceca, poiché non sono allenato per quanto riguarda espressioni dialettali o lo slang che si parla tra ragazzi. Quindi i campi estivi mi permettevano di allenarmi e perfezionare la lingua.

Tutto questo inoltre mi ha offerto una particolare apertura mentale, è stato fondamentale essere sempre a contatto con due mondi che, anche se entrambi occidentali, entrambi europei, sono molto diversi.

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Anche perché hanno avuto una storia diversa..

Di sicuro, la dittatura comunista ha molto influito e ancora se ne sentono le conseguenze. Per esempio, ho passato l’ultima estate a lavorare a Praga. Qua non è comunissimo che un ragazzo delle medie o delle superiori lavori e magari stia via di casa anche per due mesi. Là invece è una cosa perfettamente normale, ed è uno dei pochi aspetti positivi che il regime ha lasciato, in quanto all’epoca, d’estate, i ragazzi potevano essere spediti per esempio nelle fabbriche e così si rendevano conto di cos’era il lavoro vero. Questa cosa è rimasta ancora oggi. Moltissimi ragazzi anche durante l’anno scolastico hanno un lavoro. Qua in Italia è difficile ottenere un posto di lavoro solo per un mese o due, mentre là io mi sono fatto il mio curriculum, ho girato vari ristoranti puntando anche sul fatto che so bene due lingue più l’inglese, e dopo un giorno di prova sono stato preso per un mese e mezzo. È stato ovviamente molto pesante, lavoravo dalle dieci di mattina per preparare e mettere in ordine per l’apertura, fino alle due di notte. Ma almeno ho imparato un mestiere, e in quel periodo relativamente breve sono riuscito a guadagnare 750 euro, tra stipendio e mance.

Quanto ti davano?

50 corone all’ora, ossia 2 euro all’ora. Qua è pochissimo, ma bastavano.

Perché la vita in Repubblica Ceca costa meno?

Sì, sicuramente. Gli stipendi sono bassi rispetto ai nostri standard, ma anche perché tutto costa molto meno. La crisi ha colpito duramente anche i cechi, ma da quel che ho potuto notare i danni sono stati minori rispetto a quelli registrati in Italia, per esempio le opportunità di lavoro sono più numerose di quelle italiane e il sistema è molto più meritocratico. Fin dalla scuola elementare gli alunni vengono spronati a riuscire bene e prendere voti alti per poter entrare in scuole migliori, di livello più alto, e gli studenti universitari vengono visti come dei borsisti. Non pagano l’università in quanto è sufficiente aver passato gli esami per essere ammessi alla facoltà, e hanno sconti enormi su trasporti e simili. È un ambiente davvero stimolante.

Ma bisogna comunque fare delle distinzioni: Praga è un’isola felice, è una capitale enorme e uno stimolante crocevia di persone. Ci sono migliaia di italiani che si sono trasferiti là e che ora controllano una grossa fetta del mercato immobiliare, ci sono studenti di tutte le nazionalità che si sono trasferiti per Erasmus o persone in cerca di opportunità di lavoro. Il resto del Paese invece è molto diverso.

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Quali altre caratteristiche ha lasciato l’antica dominazione dell’Urss?

In Repubblica Ceca ora il comunismo è visto come da noi il fascismo, è una specie di specchio. Entrambi i paesi hanno conosciuto dei regimi dittatoriali, anche se diversi. Se in Italia si consiglia di non frequentare certi posti perché sono ritrovi di fascisti, là è lo stesso.

Per di più il comunismo non era un regime nazionale, ma veniva imposto dalla dominazione russa. Per esempio, gli studenti obbligatoriamente dovevano studiare il russo, e se sapere una lingua in più è una fortuna, all’epoca non poteva che essere vista come una cosa imposta dall’alto, e per questo mal sopportata.  I russi hanno sfruttato la Repubblica Ceca come stato cuscinetto, e ora è rimasto l’astio nei loro confronti. Il russo comunista è sinonimo di male, di qualcosa che porta dolore. Spesso succedeva che le case di campagna venissero suddivise in base alla metratura così da farci vivere un certo numero di persone, e poco importava se si conoscevano tra di loro. I campi venivano “aperti al pubblico” e i soldati russi o gli uomini del partito ne approfittavano. Dopo averli saccheggiati e deturpati li restituivano al contadino che cercava di farli tornare rigogliosi, per poi vederseli togliere di nuovo. Quegli anni sono stati molto duri per loro, anche perché la polizia esercitava un controllo capillare. Un mio zio americano mi ha raccontato che negli anni del comunismo quando si recava a Praga e chiedeva a mio nonno com’era la vita, questi cercava di farlo parlare a bassa voce e preferiva recarsi in posti più appartati. C’era la tremenda paura che in ogni luogo si stesse, ci fossero delle spie russe che mai avrebbero tollerato delle lamentele nei confronti del regime. Altri miei parenti si trovavano in vacanza negli Stati Uniti quando a Praga è salito al potere il regime, e quindi là sono dovuti rimanere e mia zia, sorella di mio nonno, ha potuto riabbracciare il fratello solo dopo una cinquantina d’anni.

Ma degli aspetti positivi nonostante tutto ci sono stati. Mia madre mi raccontava che era abbastanza comune che i ragazzi d’estate girassero in autostop anche tutta la Repubblica Ceca. Essendoci una cappa di controllo, la gente aveva paura di fare qualcosa di sbagliato e di conseguenza la criminalità era minima. Così anche le ragazze di, magari, solo 15 o 16 anni, non avevano problemi a spostarsi in questo modo, mentre adesso sarebbe impensabile. Il comunismo poi ha lasciato segni indelebili. Adesso la società ceca è atea, molto distaccata da una qualsiasi religiosità, soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla caduta del partito era una cosa stranissima andare in Chiesa o cose simili. Ma se anche ci sono stati degli aspetti minimamente positivi, nulla è comparabile alla perdita della libertà e ora si cerca in tutto il paese di tenere vivo il ricordo degli anni del comunismo per evitare una ricaduta, come da noi per il fascismo, perché alla fine i due estremi hanno finito per assomigliarsi.

Mi sembra assurdo che ci siano persone che ancora osannano Stalin e personaggi del genere. Magari gli ideali di fondo del comunismo sono giusti e condivisibili, l’idea di fondo era “buona”, ma per come è stata applicata non penso sia concepibile supportare ancora il comunismo.

Ci sono ancora nostalgici del periodo comunista?

Sono pochi, ma ci sono, come qua da noi ci sono ancora nostalgici dell’era fascista. A proposito di questo, qualche anno fa avevano fatto una sorta di esperimento. Avevano fatto votare, per finta, degli studenti delle superiori e una fetta rilevante dei voti era andata a favore della destra estrema, quasi fosse una reazione al precedente regime comunista. Se qui abbiamo i racconti dei nonni partigiani, i ragazzi cechi sentono dai genitori come il partito avesse rubato loro praticamente tutto, li avesse spostati da dove vivevano e quant’altro. Quindi l’astio è rimasto, anche nei ragazzi, e ciò ha ripercussioni anche sulla politica: la sinistra estrema è molto debole, anche più che da noi.

Michele Colombo

Hanno uno stile di vita completamente occidentalizzato ora, non è vero?

Certo, i ragazzi escono la sera come facciamo noi. Ma in fondo i ciechi hanno anche un forte desiderio d’indipendenza, per esempio non vogliono l’euro, perché stanno bene così e non vogliono complicazioni. L’aneddoto tipico di un ceco riguarda il fatto che fino a poco tempo fa erano i tedeschi vicini al confine che venivano a fare la spesa in Repubblica Ceca, perché gli risultava più conveniente. Piano piano la cosa si sta invertendo, ora sono i cechi che vanno in Germania a rifornirsi.

Hai visto altri posti oltre a Praga? I paesini più piccoli?

Certamente, tra campi estivi e simili ho visto anche altre realtà. I paesini sono quasi strani per certi versi, perché diversissimi. Sono posti piccoli e poveri, lontano da Praga ci sono ancora luoghi dove per 4 o 5 euro puoi avere un pranzo di lavoro completo.

Per quanto riguarda le relazioni umane, ti trovi meglio a Praga o qua in Italia?

Beh, dipende. Ho sempre avuto qualche amico a Praga e, per esempio, durante le ultime vacanze di Pasqua ho incontrato qualche mio vecchio compagno di classe che senza preavviso mi ha semplicemente informato che un’altra nostra ex compagna di classe delle elementari avrebbe festeggiato il diciottesimo la sera dopo. Allora sono andato, e a nessuno è parso strano. Sono sempre stato visto come una persona un po’ strana, quello che sbucava all’ultimo mese di giugno e parlava un’altra lingua, ma sono sempre stati aperti e amichevoli. Una cosa diversa è il loro rapporto verso minoranze, come per esempio gli zingari o le persone di colore. Ovviamente dipende dall’ambiente in cui si gira, ma è innegabile che c’è maggiore diffidenza, maggiore astio. O meglio: è meno forte che in certi ambienti qua in Italia, ma riguarda più persone, è più diffuso. La frase “non andiamo in quel posto perché lì girano loro” è quasi normale. Non è dettata dalla cattiveria, ma semplicemente da un sentimento tanto radicato quanto banale.

So che frequenti ambienti “politicizzati”: anche a Praga vi è la netta distinzione tra ragazzi di diverse parti politiche, come in certi ambienti qua in Italia?

Non l’ho potuto notare a scuola perché ho frequentato le lezioni solo fino alla prima media, e ancora non ci si interessa di politica a quell’età. Con i miei amici cechi non parlo di politica, ma vedo comunque che frequentano certi ambienti, fanno un certo tipo di vita, e si identificano poi con un preciso orientamento politico. A Praga ci sono centinaia di eventi di qualsiasi genere, e se anche ci sono per esempio gruppi politicizzati con il loro forte seguito, la differenza non è netta come in Italia.

Ho notato, fra la mia cerchia di amici, che persone bilingui finiscono per diventare molto amiche con altre persone bilingui, e mi chiedevo se ci fosse un collegamento..

Beh, io sono molto amico con un ragazzo mezzo americano, e frequento anche un polacco che abita in Italia da qualche anno e due arabi. Siamo amici, e parliamo tra di noi delle relative esperienze, dell’America e della Repubblica Ceca, di cosa significano per noi. Soprattutto nel primo ragazzo che ho nominato, ho notato un forte desiderio di tornare al suo “altro” paese o di continuare a spostarsi: è ciò che provo anche io. C’è in entrambi la voglia di partire, e questo secondo me è dovuto ai nostri genitori che necessariamente ci hanno fornito una formazione più internazionale. Perché restare chiusi qua? Il mondo è grande, possiamo anche spostarci. Sono conoscenze casuali ma con loro mi trovo bene, abbiamo la stessa visione delle cose.

VIVERE A PRAGA

Per quanto riguarda i tuoi progetti di studio?

Ho ovviamente valutato l’opzione di frequentare l’università a Praga perché la mia idea è di studiare all’estero, ma penso sia meglio studiare da un’altra parte e magari tornare a Praga in futuro, per lavorare. Il ceco lo so già e se riesco a potenziare il mio inglese studiando in un paese anglosassone potrò avere notevoli vantaggi. E magari non resterò nemmeno stabilmente in Repubblica Ceca, non cercherò contratti a tempo determinato ma continuerò a spostarmi, cosa che ritengo molto stimolante.

Ho viaggiato molto e questo mi ha permesso di aprire la mente, valutare ogni cosa sotto vari punti di vista. Non riesco a capire le persone che progettano di rimanere nella città dove sono sempre vissuti o al massimo fare la specialistica a Milano, per esempio. Non riesco a capire come facciano a non volersi staccare dal posto in cui sono, non necessariamente per cercare qualcosa di meglio, perché magari le università all’estero hanno lo stesso livello di quelle bresciane, ma bisogna cercare qualcosa di nuovo, un ambiente diverso che aiuta a crescere. Spostandosi, come ho sempre fatto io, si conoscono nuovi tipi di persone, altri stili di vita che potranno tornare utili in un prossimo futuro, quando si dovrà cercare lavoro. Ovviamente ha più peso una persona che si è spostata e ha avuto diverse esperienze perché ha una mente più aperta e riesce a svolgere meglio certi tipi di lavoro.

Quindi sei convinto che avere due genitori di diverse nazionalità ti dia un’impostazione mentale diversa.

Sicuramente. Per esempio, a me la cosa che sarebbe piaciuta di più, sarebbe stato avere i genitori di due nazionalità e poi vivere in un’altra nazione ancora, per conoscere perfettamente tre lingue. Ammiro le persone che conoscono tante lingue. Ritengo anche una fortuna che i miei genitori abbiano sempre deciso di trascorrere le vacanze alla larga da alberghi o villaggi vacanze: hanno comprato un camper e ci siamo sempre spostati con quello. Così siamo sempre stati radicalmente a contatto con le persone più diverse. Abbiamo girato l’America in macchina e oltre ad aver visto le cose che ci sono da vedere, abbiamo conosciuto le persone che abitano là, ed è stata un’esperienza. Forse anche perché sono di nazionalità diverse i miei genitori hanno sempre evitato i villaggi vacanze italiani, che sono uguali in tutto il mondo. Magari le spiagge sono di colore diverso, una ha i sassolini e un’altra la sabbia, ma non cambia nulla. Ma se si viaggia con anche l’intenzione di conoscere le persone del posto, magari fermandosi col camper in quei parcheggi che ti permettono di passare la notte accanto a persone straniere che come te sono in viaggio, allora grazie a quelle conversazioni impari qualcosa di nuovo, e ti arricchisci.Per scrivere a Michele:

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A cura di Giulia Rinchetti