Ci sono le caramelle, i chupa chups, le bibite nel frigorifero, gli alfajores al dulce de leche (la merenda nazionale) e le sigarette. E’ un continuo via vai di clienti, da mattina a mattina, perchè Marco non chiude mai. Di notte, quando i bambini dormono, i ragazzi vanno a comprare casse di birra per le feste in casa nel quartiere ormai semi-deserto, dove i commercianti hanno tirato giù la claire da alcuni mesi per gli aumenti stratosferici degli affitti. E lui, da buon italiano capace di reinventarsi e pensare agli affari, lavora senza sosta.

Lavorare a Buenos Aires chiosco

Come è finito a Buenos Aires?

“Ero venuto in vacanza con un’amica che è stata la causa della rottura del mio matrimonio a Bergamo, dove vivevo e sono nato. Lei è tornata in Italia, io sono rimasto qui”. In fuga dalle donne e a caccia di altre. E’ bergamasco ma sembra argentino: ha quattro figli da tre donne diverse.

Era il 1996. Marco lavorava per una grande azienda di Milano, in via Savona, esperto di robotica e automazione, sempre in viaggio da una nazione all’altra del mondo, fino a conoscere otto lingue. Divorziato dalla moglie e con la voglia di cambiare aria e vita, ha lasciato due figli, ha chiuso i conti in anticipo per il loro mantenimento e in tre mesi a Buenos Aires ha ottenuto il documento che gli ha permesso di lavorare. All’inizio si è messo a cercare nel suo settore:

“C’era la crisi economica a quel tempo e gli stipendi erano bassissimi. Mi avevano proposto 800 pesos al mese alla Osram di qui. Prendevo molto, ma molto di pìù in Italia per lo stesso lavoro e gli stessi orari. Ho rifiutato e ho deciso di sfruttare le lingue che sapevo, lavorando nella gastronomia”.

Marco riesce velocemente a trovare occupazione nei ristoranti delle zone più prestigiose della città, dove le lingue sono importanti per la clientela internazionale. E lui, da buon italiano, se la cava perfettamente, tanto da poter fare il direttore. “Guadagnavo 400 pesos al mese, cioè la metà di quello propostomi come ingegnere, ma con le mance arrivano a 4000 pesos”. Poi, il ristorante francese, a Recoleta, il quartiere delle ambasciate, ha dovuto chiudere i battenti e a dicembre Marco è rimasto senza lavoro.

Appena arrivato a Buenos Aires, senza più moglie né amante, aveva avuto una relazione con una donna argentina dalla quale ha avuto una bambina, ma si sono lasciati. Una nuova relazione e un’altra bambina e anche stavolta non ha funzionato. In Argentina, dove le situazioni familiari come la sua sono abbastanza frequenti, non ha sensi di colpa. “Qui ci si sente più liberi”. I due figli italiani l’hanno ormai dimenticato, una figlia argentina di 6 anni non la vede più, mentre con l’altra che oggi ne ha 9 invece vive, ormai da otto anni. La mamma della bambina era stata la sua prima donna e se l’è ripreso in casa anche dopo la scappatella di un anno con paternità annessa.

Nel caos della vita privata, però Marco non ha perso il carattere del bergamasco, il lumbard infaticabile e propositivo, capace di accettare il rischio di mettersi in proprio: “Mi sono buttato nel commercio. In questo chiosco ho investito 25 mila pesos, tutto quello che avevo”. Prima di lui c’era un peruviano che di notte vendeva droga e i vicini di casa sono riusciti a cacciarlo. E’ stata l’occasione giusta per prenderlo in affitto e i vicini gli sono grati. E’ gentile e cordiale con tutti. E chiama affettuosamente “principessa” le piccole clienti che escono da scuola e comprano adesivi per giocare. Vive nella Gran Buenos Aires dove tutto costa meno e per arrivare nel quartiere di Almagro della capitale impiega un’ora e mezza di viaggio sugli autobus sgangherati: “In Italia non uscivo senza l’auto, qui non me ne importa niente, uso solo i mezzi pubblici”. Avere l’auto in Argentina è un lusso che Marco non può permettersi, ma non si lamenta: “Non sono ricco e forse non lo diventerò, ma sto bene e non mi manca niente”.

I clienti lo chiamano “il tano”, i cartoneros (i poveri che raccolgono la spazzatura differenziata durante la notte) passano a chiedergli se ha cartone da regalare.

Vivere e lavorare a Buenos Aires chiosco

Paura della delinquenza?

“No. Di notte chiudo tutto. Guardi che inferriate robuste – fa segno con la mano – se mi puntano la pistola addosso consegno i soldi della cassa, ma non è ma successo niente”. Però nello sgabuzzino sul retro è pronta la difesa estrema.

Cosa le manca dell’Italia?

“San Siro – ride – vorrei andare a vedere una partita allo stadio. I film italiani li vedo in internet, sto collezionando tutti quelli di Totò”.

Frequenta altri italiani come lei qui?

“No. Sto persino dimenticando la lingua”.

Si lamenta del Consolato:“Aiutano più gli argentini di noi. Non riesco ad avere il certificato di cittadinanza italiana e mi sono stancato di chiederlo. Ho deciso di non votare più”.

Continuano ad entrare clienti, è andata via la luce per le strade, nei black out improvvisi cui i portenios sono abituati. Salutano e rispettosamente non vogliono interrompere la chacchierata tra connazionali, aspettando il turno per il loro acquisto.

“Da noi non è più così? Davvero è cambiata tanto l’Italia?”.

A cura di Bruna Bianchi

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