Gabriel Rosati, trombettista a Los Angeles

A cura di Maricla Pannocchia

Gabriel Rosati, trombettista, ha lasciato l’Italia negli anni Novanta, quando la scena musicale ha cominciato a decadere. Trasferirsi in America non è stato sinonimo di successo e immediata felicità bensì di duro lavoro, premiato anche da diverse soddisfazioni – una su tutte, suonare con Santana su grandi palchi internazionali .

Gabriel adesso ha un buon rapporto con il suo Paese natale, ma lo reputa musicalmente indietro. Purtroppo, la vita di un musicista al giorno d’oggi è difficile ovunque ma Gabriel, che nel frattempo ha messo su famiglia a Los Angeles, non si arrende e continua a lottare per la sua arte, la sua passione.

Ciao Gabriel, raccontaci qualcosa di te. Chi sei, da dove vieni…

Ciao a tutti, sono Gabriel, sono sempre stato una persona con i “piedi per terra” (grazie alla famiglia e forse al fatto di essere originario dell’Abruzzo). Al tempo stesso, sono sempre stato un selvaggio con una grande energia (forse troppa).

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Ho iniziato a suonare la tromba a 7 anni, per il mio bisogno esplosivo di sfogare energie e dar voce alla passione musicale dei Rosati che discendeva frustrata da generazioni. Sono cresciuto fino a 17 anni a Lanciano (CH), poi subito “fuggito” a Roma approfittando del periodo militare. Vi sono poi rimasto per 5 anni ( la capitale era un minimo ancora “viva” musicalmente).

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Cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia?

Purtroppo dopo aver lavorato in tv per alcuni mesi suonando in una tipica trasmissione di “varietà italiano” ho veramente capito che non era il caso di vivere facendo quel tipo di lavoro. Inoltre, proprio dai mondiali di calcio Italia ’90, ho notato un netto decadimento della città romana e del circuito della musica dal vivo. Ultimo particolare: volevo spezzare la “dipendenza” dall’insegnamento nelle scuole medie (unico appiglio economico per sopravvivere in Italia).

Quando sei andato in America era l’inizio degli anni Novanta. Cosa significava, anche dal punto di vista pratico, trasferirsi a quei tempi?

Per me è stato un vero incubo, innanzitutto non avevo agganci, familiari o contatti all’estero in generale. Il mio inglese o spagnolo erano pessimi e avendo la mia famiglia contraria ad un idea così malsana ho dovuto aspettare un paio d’anni prima di partire, mettendo da parte risparmi e vendendo tutto quello che potevo.

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Forse la mancanza di cellulari, smartphone, computer eccetera è stata un bene; ho veramente vissuto la “fuga” in modo cinematografico! Sono stati mesi e poi anni fantastici, di vera libertà.

Lavori come musicista. Cosa puoi raccontarci al riguardo?

Voglio essere preciso a questo riguardo: oggi, novembre 2022, non si vive più da nessuna parte del mondo come musicista (perlomeno un trombettista) tranne qualche “miracolato”.

Io ho fatto l’”equilibrista” per gli ultimi 30 anni rimanendo coerente e suonando tutto quello che ho ritenuto dignitoso; ho fatto qualche tournee’, registrando in studio, producendo lavori e libri musicali. Gli anni 90 sono stati ottimi, poi dall’11 settembre 2001 al 2009/2010 un po’ meno. Negli ultimi 10 anni la “tragedia”. Anche se muovendomi tra USA, Romania, Brasile e Messico situazione della musica dal vivo è scesa in generale.

Quali sono, secondo te, le principali differenze fra lo stile di vita americano e quello italiano?

Adesso mi chiedi la domanda più temuta da chi mi conosce… L’Italia, in un modo o l’altro, e’ un posto unico, fuori dal mondo, o la si ama o la si odia… Io da giovane l’ho amata, poi odiata, adesso, a 56 anni, siamo amici d’infanzia diciamo… né più né meno.

Il fattore più grave che persiste è che oggettivamente rimane una nazione troppo omertosa, disorganizzata e con un sistema clientelare che non accenna a diminuire.

Come hai affrontato le difficoltà?

Sicuramente sono stato abbastanza fortunato a “salvare la pelle”; mi è capitato di tutto, però un modo o l’altro bisogna imparare a trovarlo e bisogna imparare anche a essere pronti e svegli altrimenti meglio starsene a casa.

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Ecco come fare per andare a vivere in America: i documenti necessari e molto altro!

Quali sono i momenti più belli vissuti finora?

I momenti “magici” sono stati tanti. Dal suonare con Santana su palchi internazionali davanti a migliaia di persone alle nottate di salsa latino-americane a San Francisco nel famoso “Mission district” o nel centro ciudad di Tijuana in Messico. A Las Vegas negli show che si vedono nei film tipo “Casino” oppure i mesi in cui ho inaugurato con il mio gruppo il Ritz Carlton di Osaka. Suonando ai “Carnaval da Rua” di San Paolo in Brasile o le prime serate di blues con tutti musicisti di colore nei bar (malfamati come si dice in Italia) di El Paso in Texas. Ecc…

Hai pubblicato ben 16 libri, di cosa parlano?

Sono tutti libri musicali per trombettisti o fiatisti in generale pubblicati negli anni in cui non esisteva il “fai da te” (quel sistema che oggi permette a chiunque di pubblicarsi i libri in autonomia). Editi da grandi nomi quali MEL BAY, COLIN ed HAL LEONARD, CARISCH, CURCI. Certo non mi sono arricchito, i proventi di lavori del genere sono sempre stati limitati però il mio nome, grazie a queste pubblicazioni, gira tra gli “addetti ai lavori” dal 1995 (anno del mio primo libro).

Un titolo unico a cui tengo molto è “Le Musiche del Messico”, (edito dalleEdiz. Orient Express). Si tratta di un testo in italiano dove ho raccolto una specie di tributo informativo alla grande tradizione musicale messicana. Un argomento completamente ignorato , soprattutto in Europa.

Com’è la tua vita quotidiana?

Oggi, con moglie e un bimbo di 6 anni a Los Angeles, le cose sono molto cambiate. La famiglia occupa molto più spazio ed energie degli anni precedenti. Sono felice di questo cambiamento, diverso e unico.

La carriera musicale del resto non mi basta più.

La vita quotidiana di un musicista nella mia condizione e’ una “caccia” continua: procacciarsi lavori musicali, produzioni da musical director (ovvero aiuto artisti e cantanti a realizzare il loro cd con arrangiamenti, studio time, partiture), ingaggi, gigs (come si dice qui), purtroppo non è un divertimento però le soddisfazioni di tanto in tanto arrivano.

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Telefonate, email, creazione istantanea di progetti per un evento o semplici sostituzioni. Ecco, questo e’ un altro esempio interessante: i colleghi qui (trombettisti o trombonisti per me) sono quasi sempre degli alleati, ovvero ci si sente, ci si aiuta, si scambiano lavori e ci si aiuta molto. Cosa che in Italia proprio non esiste.

Come sei stato accolto dagli americani?

Generalizzare è semplicistico, inoltre l’ambiente musicale degli anni ’90 era nettamente diverso da oggi. Gli statunitensi sono in generale ben disposti e aperti verso gli italiani però vi assicuro che una volta rimasto qui sul territorio e nella “piazza” della competizione non si sono dimostrati certo di manica larga. Devo ringraziare al 90% gli “americani” di origine migrante.

Anzi il mercato accademico tende tuttora a prediligere gli anglofoni.

L’accoglienza comunque è stata sicuramente sempre positiva ed inclusiva.

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Hai viaggiato per mezzo mondo facendo delle tournée. Rivelaci qualcosa di cosa significa davvero vivere questo tipo di esperienza.

Occorre professionalità, farsi poche illusioni e tanta esperienza. Bisogna adattarsi a qualsiasi condizione. Alla fine, grazie a Di, si vivono momenti di grande soddisfazione.

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Quale, fra i Paesi che hai visitato, ti ha dato di più dal punto di vista musicale?

Il mio è un giudizio personale; sicuramente gli Stai Uniti al primo posto. Qui c’è la scuola di vita più dura per ogni musicante. Poi il Messico e il Brasile per l’intensità e la grande umanità.

Che consigli daresti a un aspirante musicista o a chi già suona a livello professionale ma fatica a trovare lavoro in Italia?

Io penso che per un jazzista o una personalità creativa la risposta sia fuggire, almeno provarci per alcuni mesi. Non bisogna necessariamente andare tanto lontano; trasferirsi in posti come Romania, Polonia, Ungheria, Austria, Svizzera, Rep. Ceca, Danimarca, Olanda. Si apre il cervello e musicalmente si cresce non poco.

Viaggiare per te è…

Sempre un gran gusto indispensabile.

Progetti per il futuro?

Crescere mio figlio in modo che sia cosmopolita, responsabile e indipendente.

Riguardo alla mia carriera: continuare a suonare, incidere e produrre musica vibrante e possibilmente più spesso in Italia (dove purtroppo non ho ancora una agenzia o promoter).

Per seguire e contattare Gabriel:

Tengo molto a promuovere il mio ultimo pseudo-documentario da poco terminato ancora disponibile su youtube:

Instagram: https://www.instagram.com/gabrielrosati/

Facebook: https://www.facebook.com/GabrielOscarRosati

Sito web: http://www.gabrielrosati.com/

Indirizzo e-mail: info@gabrielrosati.com