L’identità italiana in Argentina

“Cosa significa essere italiani nel mondo? Viaggio nell’identità delle seconde e delle terze generazioni di italiani emigrati in Argentina”

di Bernardo Bertenasco

Una mezcla di spagnolo e torinese nella quale il lunfardo sembra prendere forma fuori dai libri e dalle cogitazioni intellettuali di studiosi e linguisti. Una specie di cocoliche dove l’italiano è stato completamente rimosso, ma rimangono refusi dialettali, parole arcaiche, accenti assurdi. Nella discussione escono allusioni ai “classici” del nostro paese e poi i soliti: pasta, Vesuvio, Colosseo…

Non sono italiani, ma si sentono italiani.

Anzi, si sentono calabresi, veneti o marchigiani.

Qui nel Cuyo alcuni hanno avuto fortuna, con il vino o con il gelato; altri sono tornati a casa, si sono persi nell’oblio di chi non ce l’ha fatta.

Al sole, in fila, aspettano di conoscere il proprio destino. Hanno aumentato i turni e le ore, ma non basta. In Argentina sono in tanti, troppi a richiedere la nazionalità italiana.

Al consolato di Mendoza si accalcano accaldati gli ex italiani, nuovi argentini e infine ancora italiani. Furono genovesi, udinesi, palermitani, poi uomini di mondo e infine nostri concittadini; sempre se riescono a ottenere la cittadinanza, utile per andare in Europa e negli Stati Uniti.

Noi scappiamo dal nostro paese e loro, beffardi, rispondono con una contro-immigrazione quasi poetica: voluta, necessitata, identitaria.

Un susseguirsi di aneddoti antichi, di paesini sconosciuti a noi stessi, di storie di guerra e migrazioni. L’immagine del Paese che fu guerrafondaio, interventista, mafioso, fascista; ribelle, partigiano, anarchico, operaio. Un’Italia ferma nel tempo e nello spazio, lontana e idealizzata nella sua millenaria storia: il mondo nuovo ci guarda quasi come fossimo dinosauri, siamo l’upokeimenon di qualcosa che non esiste più.

A Cordoba un fiorire di scuole italiane e di corsi della Dante Alighieri alimenta l’interesse e la curiosità per il passato degli argentini; né europei, né americani, italiani chissà, forse bergamaschi o lucani.

La curiosità per le proprie origini è commovente; basta un bisnonno di Cuneo a risvegliare il demone identitario sopito nell’anima degli argentini. Forse non sanno bene chi sono o forse sanno che non possono irrigidirsi in una definizione precisa.

Il fiorire di associazioni regionali italiane in tutta l’Argentina è sorprendente. Solo a Mendoza ci sono gruppi di veneti, piemontesi, marchigiani, calabresi, siciliani. Può sembrare regionalismo, può sembrare un approccio arretrato alla questione nazionale, una forma di tradizionalismo o di ripiego; in realtà si tratta di un’operazione necessaria, siamo al cospetto di seconde o terze generazioni i cui avi vennero direttamente dai paesi e dalle città di una nazione giovane, unificata da poco, ancora divisa e priva di una lingua comune.

In Argentina ci furono tre grandi immigrazioni di italiani: la prima, immensa, alla fine del XIX secolo, poi quella tra la grande guerra e la seconda guerra mondiale, l’ultima nel dopoguerra. Si mischiano generazioni, idee, opinioni politiche, sociali, culinarie.

La presidentessa della Familia Piemontesa di Mendoza mi racconta di come fino a qualche decennio fa i calabresi e i piemontesi avessero difficoltà a comprendersi. Ecco perché esiste un barrio denominato Sicilia: gli isolani stavano là, senza volere, potere avere a che fare con i liguri o i friulani.

Così il prodotto tipico del Veneto a Mendoza non è né il risotto all’amarone, né la pastisada de caval, né il Valpolicella classico, ma il gelato!

Per non parlare del piatto tipico della Calabria che non è l’nduia, ma la pizza.

E ora non chiedetemi cosa resta a Napoli e alla Sicilia perché non lo so!

In quest’Italia sognata, immaginata, rivisitata non conta ciò che esiste veramente oltre oceano quanto piuttosto ciò che hanno saputo, voluto o potuto portare gli immigrati in Argentina.

Così, un po’ disorientato e un po’ divertito, mi avvicino verso l’uscita dove mi saluta la presidentessa del centro piemontese con un gioviale:

Anduma, anduma!”

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