Emidio e la sua nuova vita in Scozia

di Enza Petruzziello

Lasciare l’Italia? Emidio Dell’Isola lo ha fatto non per fuggire, ma per capire se fosse ancora possibile costruirsi un futuro. Trentasei anni, originario di Roma, Emidio oggi vive e lavora a Edimburgo, dove è arrivato con uno Skilled Worker Visa dopo anni trascorsi nel settore dell’architettura in Italia.

Dietro la sua scelta di trasferirsi ci sono anni di insoddisfazione professionale, la necessità di ritrovare un equilibrio tra lavoro e vita privata e la consapevolezza che, a un certo punto, fosse necessario cambiare strada.

In Scozia ha trovato un ambiente professionale che, nella sua esperienza, gli ha restituito maggiore rispetto e nuove possibilità, ma anche una realtà molto diversa da quella immaginata prima della partenza. Accanto al lavoro, Emidio sta riscoprendo interessi e passioni che per molto tempo erano rimasti sullo sfondo: dalla musica alla cultura dark, dalla motocicletta alla scrittura noir. Un percorso che rende la sua esperienza non solo una storia di espatrio, ma anche una storia di cambiamento personale.

Abbiamo cercato di capire con lui cosa significhi davvero lasciare l’Italia dopo i 30 anni, trasferirsi nel Regno Unito dopo la Brexit e provare a costruire una nuova vita senza idealizzare né il Paese che si lascia né quello in cui si arriva.

Emidio, quando hai capito che era arrivato il momento di lasciare l’Italia? E soprattutto: qual è stato il momento preciso, o magari l’episodio, che ti ha fatto pensare “così non posso più andare avanti”?

«Non c’è stato un unico episodio. La consapevolezza è arrivata per frammenti. Una volta trascorsi quasi due ore in automobile accanto al mio datore di lavoro. Guidava a circa 150 chilometri orari e mi urlava contro per un errore che, in seguito, scoprimmo essere suo. Mentre lo ascoltavo continuavo a domandarmi: “Voglio davvero trascorrere la mia vita così?”.

Durante un altro colloquio feci notare che la retribuzione proposta era inferiore alla soglia di povertà, soprattutto per un architetto abilitato con quattro anni di esperienza. Mi risposero: “Tanto vivi con i tuoi”. Senza pensarci replicai: “I miei genitori non fanno mica MacLeod di cognome”. Non erano immortali e non avrebbero potuto mantenermi per sempre. Soprattutto, se vivevo ancora con loro era proprio perché stipendi come quello che mi stavano proponendo rendevano impossibile costruirsi un’indipendenza».

Forse, però, il momento più chiaro arrivò quando un mio ex datore di lavoro accumulò quattro mesi di compensi arretrati. Io continuavo a lavorare mentre lui e sua sorella, davanti a me, organizzavano una vacanza in Giappone. Loro discutevano di voli e alberghi; io calcolavo quanti chilometri potessi ancora percorrere con la benzina rimasta.

Rischiavo di saltare la rata di un finanziamento e compromettere la mia affidabilità per un futuro mutuo. Per ricevere almeno una delle quattro mensilità dovute, dovetti annunciare che non sarei più andato in ufficio: non avevo più neanche il denaro necessario per raggiungere il luogo nel quale continuavo a lavorare senza essere pagato. Soltanto allora mi versarono una mensilità. Non sono partito perché avevo smesso di amare l’Italia. Sono partito perché avevo finalmente deciso di rispettare me stesso».

Parli di retribuzioni insufficienti e di esperienze con datori di lavoro scorretti. Puoi raccontarci concretamente che cosa significa, per un architetto in Italia, sentirsi professionalmente insoddisfatto?

«Non posso parlare a nome di tutti gli architetti italiani, ma nella mia esperienza non si trattava soltanto di sfruttamento economico. Era una forma di bullismo professionale. Non bastava svolgere bene il proprio lavoro: bisognava superare continuamente quanto richiesto, negli standard, nelle ore e nell’impegno. Eppure il traguardo veniva spostato ogni volta. Se il progetto riusciva, il merito apparteneva allo studio; se emergeva un solo errore dentro una mole enorme di lavoro, la responsabilità diventava esclusivamente mia, perché ero stato lasciato solo a sviluppare tutto.

Potevo trascorrere settimane su un progetto ed essere poi escluso dalla riunione con il cliente. A presentarlo erano persone che lo studio aveva deciso di mettere in evidenza, anche quando non avevano mai aperto quelle tavole. Se venivo chiamato nella sala, talvolta era soltanto per preparare e servire il caffè. Poi il cliente andava via e le stesse persone tornavano da me per chiedermi come funzionasse il progetto o per criticare ciò che non avevano compreso.

Il paradosso raggiungeva il culmine quando vincevo un concorso. Il mio nome compariva ufficialmente sul progetto, ma mi veniva riconosciuto il compenso più basso. Quote maggiori andavano a persone che non avevano contribuito o il cui lavoro aveva prodotto errori e voragini economiche che, alla fine, spettava a me correggere. Dopo una laurea, oltre sessanta esami, anni di notti sacrificate e un’abilitazione professionale, mi ritrovavo subordinato a chi proveniva da un percorso molto più breve, ma aveva bisogno del mio titolo e della mia firma per assumersi determinate responsabilità. La mia qualifica era indispensabile quando c’era da firmare; perdeva valore quando arrivava il momento di riconoscere il merito o stabilire il compenso.

È questa la forma più efficace di bullismo professionale: renderti indispensabile in privato e invisibile in pubblico. Sottrarti denaro e credito fino a convincerti che, senza chi ti sfrutta, non vali nulla.»

Perché hai scelto proprio la Scozia e, in particolare, Edimburgo?

«Sarò sincero: inizialmente la Scozia mi è capitata. Ma quando arrivò l’occasione, mi accorsi che somigliava molto a un luogo che cercavo da anni. La possibilità nacque grazie a un amico che viveva già qui e che mi suggerì di candidarmi presso la società per la quale lavoro attualmente. Fu allora che cominciai a osservare Edimburgo più attentamente e vi riconobbi molti elementi che sentivo già miei: l’architettura gotica, la pietra scura, il clima severo e, soprattutto, un patrimonio celtico che mi affascinava da sempre».

Che cosa ti attraeva maggiormente?

«Da architetto ero attratto da una città nella quale il paesaggio, la storia e gli edifici sembravano appartenere allo stesso racconto. Sul piano personale, invece, riconoscevo una cultura e un’estetica molto più vicine alla mia sensibilità. La Scozia non era la destinazione di un piano perfettamente costruito. Era stata la prima occasione concreta capace di parlare, nello stesso momento, al professionista che ero diventato e alla persona che avevo sempre cercato di essere».

Sei arrivato in Scozia con uno Skilled Worker Visa. Quanto è stato complicato trasferirsi nel Regno Unito dopo la Brexit?

«Sì, ho trovato lavoro prima di partire. In realtà, con lo Skilled Worker Visa non avrei potuto fare diversamente: per presentare la domanda è necessario avere già ricevuto un’offerta per una professione ammessa e soddisfare precisi requisiti. Nel mio caso, la società ha dovuto innanzitutto ottenere dal governo britannico la licenza per diventare sponsor. Ero il primo dipendente internazionale che assumevano attraverso questa procedura, quindi abbiamo affrontato e compreso insieme ogni passaggio. Una volta ottenuta la licenza, abbiamo predisposto un contratto conforme alla normativa britannica sull’immigrazione: mansione e relativo codice professionale, retribuzione prevista e numero di ore lavorative. L’azienda ha quindi emesso il Certificate of Sponsorship, un certificato elettronico associato specificamente al mio nome, ai miei dati e al lavoro che mi era stato offerto. Con quel documento ho potuto presentare personalmente la domanda per il visto, pagando le relative tariffe e anticipando il contributo per accedere al sistema sanitario pubblico britannico. Considerando l’intera durata del visto, nel mio caso il procedimento ha richiesto un investimento complessivo di circa 8.000 euro.

Dal punto di vista burocratico è stato un percorso impegnativo, ma lineare. La parte più difficile è arrivata dopo, quando ho dovuto trasformare un’autorizzazione su un documento in una vita reale. Il visto mi ha permesso di attraversare il confine. Tutto ciò che si trovava dall’altra parte, invece, dovevo ancora costruirlo».

Chi pensa di trasferirsi oggi nel Regno Unito spesso immagina che basti trovare un lavoro e partire. Com’è stata invece la realtà burocratica?

«Ho seguito l’intera procedura personalmente, senza affidarmi a un’agenzia. All’inizio può sembrare un labirinto burocratico, ma il sistema si regge essenzialmente su tre condizioni: trovare un lavoro compatibile con le proprie competenze, essere assunti da un’azienda autorizzata a sponsorizzare lavoratori stranieri e ottenere un contratto conforme ai requisiti previsti per quella professione. La difficoltà maggiore è che questi elementi dipendono l’uno dall’altro. Senza un’offerta di lavoro non puoi richiedere il visto; senza uno sponsor autorizzato, l’offerta non è sufficiente; senza il codice professionale e la retribuzione adeguati, neppure la sponsorizzazione basta. Una volta soddisfatte queste condizioni, la procedura è diventata più lineare. Ho raccolto personalmente i documenti, seguito le indicazioni ufficiali e coordinato ogni passaggio con l’azienda.

Più che la complessità di un singolo modulo, il vero ostacolo è riuscire ad allineare contemporaneamente lavoro, datore di lavoro, requisiti e risorse economiche. Il visto non si ottiene trovando una scorciatoia: si ottiene facendo combaciare perfettamente tutti i pezzi».

Oggi lavori nel settore dell’architettura e dell’ingegneria in Scozia. Qual è stata la prima grande differenza che hai percepito entrando in un ambiente professionale britannico?

«La prima differenza è stata scoprire di essere considerato una risorsa, non uno strumento da utilizzare fino a consumarlo. All’inizio mi sono stati affidati compiti circoscritti. Poi, mentre dimostravo ciò che sapevo fare, sono aumentate progressivamente la fiducia e le responsabilità. Nessuno pretendeva che sacrificassi salute, tempo e vita privata per provare di meritare il mio posto. Qui esiste uno standard professionale definito: fare bene il proprio lavoro significa rispettarlo, non superarlo ogni giorno fino a esaurirsi. Se dimostri di poter assumere maggiori responsabilità, queste ti vengono riconosciute.

Per anni avevo confuso la qualità con il sacrificio. Trasferirmi mi ha fatto capire che un lavoro può chiederti competenza senza pretendere, in cambio, che tu gli consegni anche la vita».

Quando dici che hai trovato “maggiore rispetto professionale”, che cosa intendi concretamente?

«Sì, e lo percepisco soprattutto nel modo in cui vengono considerate le mie competenze. La mia formazione mi permette di muovermi tra architettura e ingegneria: non mi limito a rappresentare un progetto, ma posso comprenderne la logica, individuarne i problemi e contribuire alla soluzione. Qui questa capacità viene riconosciuta. I colleghi mi coinvolgono, mi chiedono un parere e si aspettano che utilizzi il mio giudizio professionale. Talvolta scherzano dicendo di dimenticare che sono un architetto, perché ragiono anche come un ingegnere. Non lo considero un modo per sminuire la mia professione, ma il riconoscimento del fatto che il mio contributo supera i confini formali del ruolo indicato sul contratto. Essere rispettati professionalmente non significa ricevere continuamente complimenti. Significa che, quando nasce un problema, prima di decidere la soluzione qualcuno si volta verso di te e domanda: «Tu che cosa ne pensi?». Dopo anni trascorsi a dover dimostrare di meritare persino il diritto di parlare, scoprire che qualcuno desiderava davvero ascoltare la mia risposta è stata una forma silenziosa di riscatto».

Dal punto di vista economico, il trasferimento ha realmente migliorato la tua condizione?

«Sì, anche se Edimburgo è una città costosa e continuo a sostenere alcune spese fiscali legate alla mia precedente attività in Italia. La differenza economica, però, non consiste soltanto nel guadagnare di più. Consiste nel sapere che gli accordi verranno rispettati. Ricevo lo stipendio nel giorno previsto e le imposte vengono calcolate e trattenute direttamente, in maniera leggibile nella busta paga. Non devo aspettare l’anno successivo per scoprire quanto del mio compenso dovrò restituire, né temere che un errore burocratico trasformi improvvisamente il reddito in un debito. Questo mi permette di sapere quanto posso destinare all’affitto, quanto spendere e quanto risparmiare. Posso affrontare un imprevisto senza sentire che l’intero equilibrio rischia di crollare. La vera differenza economica non è poter comprare di più. È poter costruire la propria vita sulla certezza che, alla fine del mese, nessuno sposterà arbitrariamente le fondamenta».

Nella mail che ci hai inviato scrivi una frase molto interessante: “La mia non è una storia di successo già conclusa”. Che cosa significa per te?

«Chiamarla già una storia di successo significherebbe fingere di conoscerne il finale. Io sono arrivato in Scozia soltanto da pochi mesi, con una valigia, un contratto di lavoro e la speranza che questa volta la vita potesse somigliare un po’ di più a quella che avevo immaginato. Da allora ho trovato una casa, una stabilità economica e un ambiente professionale nel quale mi sento rispettato. Sono conquiste importanti, ma non cancellano la distanza, la solitudine né il peso di sapere che una parte della mia vita è rimasta in Italia, insieme alla mia famiglia e alle responsabilità che continuo a sentire. Sto ancora imparando ad abitare questa nuova esistenza: a costruire legami, a riconoscere una quotidianità come mia e a capire se Edimburgo sarà il luogo nel quale metterò radici oppure una tappa verso qualcosa che oggi non riesco ancora a vedere. La Scozia, quindi, non rappresenta il lieto fine della mia storia. È la prima pagina sulla quale, dopo molto tempo, ho potuto ricominciare a scrivere senza che fosse qualcun altro a decidere per me».

Qual è stata la parte più difficile del trasferimento che non avevi previsto?

«La difficoltà più grande è stata trovare casa. Quando sono arrivato in Scozia, un amico mi offrì ospitalità per sette giorni. Una settimana può sembrare sufficiente, finché non cominci a contarla al contrario. Ogni sera significava avere un giorno in meno per trovare un posto nel quale vivere, mentre ogni mattina dovevo presentarmi al lavoro come una persona che aveva già iniziato la propria nuova vita. In realtà, di quella vita possedevo ancora soltanto un contratto e una valigia. Gli Airbnb disponibili costavano quasi quanto il mio intero stipendio. Se non avessi trovato un’alternativa, avrei dovuto trasferirmi in ostello senza sapere per quanto tempo. Ma il prezzo era soltanto una parte del problema: agenzie e proprietari chiedevano referenze britanniche, uno storico degli affitti e garanzie che una persona appena arrivata, per definizione, non poteva avere.»

Ero prigioniero di un paradosso quasi perfetto: per ottenere la mia prima casa nel Regno Unito avrei dovuto dimostrare di averne già avuta una».

Che cosa è successo poi?

«Riuscii inizialmente a trovare un Airbnb fuori Edimburgo che potevo permettermi e dal quale raggiungere il lavoro. Non era ancora una casa, ma mi restituiva almeno del tempo. La svolta arrivò quando incontrai direttamente il proprietario della stanza nella quale vivo oggi. Non avevo referenze locali né uno storico britannico da mostrargli. Avevo però un lavoro stabile e la possibilità di raccontargli personalmente chi fossi. Davanti a lui non ero più soltanto uno straniero con alcuni documenti mancanti: ero una persona che aveva attraversato un Paese per lavorare e che cercava un luogo dal quale cominciare. Decise di fidarsi. Oggi vivo in una casa nella quale mi trovo bene, in una posizione strategica rispetto alle sedi dei miei uffici. Eppure ricordo ancora quei primi giorni: avevo attraversato un confine per costruire il mio futuro, ma non sapevo dove avrei appoggiato la valigia la settimana successiva».

Come si costruisce una vita sociale da adulto in un Paese nuovo?

«La solitudine in una città nuova non arriva quando sei davvero solo. Arriva il venerdì sera, quando la settimana lavorativa è finita, la città si accende e ti accorgi di non conoscere ancora nessuno abbastanza bene da poter dire: «Usciamo?». All’inizio sono stato fortunato: i miei coinquilini mi hanno mostrato una Edimburgo diversa dal semplice tragitto tra casa e ufficio. In seguito ho cominciato a frequentare speaking club e serate organizzate per incontrare persone che, come me, cercavano qualcuno con cui condividere una parte del proprio tempo. Da adulto, però, conoscere persone non significa automaticamente creare legami. Puoi parlare, ridere, scambiare un numero di telefono e tornare comunque a casa da solo. L’amicizia comincia più tardi: al secondo incontro, poi al terzo, quando la presenza dell’altro smette lentamente di essere casuale. Ho capito che una nuova vita sociale non si trova già pronta in una città. Si costruisce attraverso molte sere che sembrano non aver lasciato nulla, finché qualcuno non ti domanda più soltanto da dove vieni, ma quando tornerai. Ed è allora che una città straniera comincia a somigliare a casa».

Ti capita di sentirti “a casa” a Edimburgo oppure una parte di te è ancora inevitabilmente legata all’Italia?

«Tornare in Italia somiglia a rivedere una persona che hai amato e dalla quale hai scelto di separarti. Per qualche giorno ritrovi ciò che ti aveva fatto innamorare e dimentichi le ragioni che ti avevano costretto ad andare via. A Roma rivedo gli amici ai quali posso telefonare senza programmare tutto in anticipo. Ritrovo le sere d’estate, il rumore e quella spontaneità per cui una serata può cambiare direzione e continuare fino a tardi. Per qualche giorno vedo soltanto gli spicchi di cielo che la città sapeva offrirmi e dimentico l’inferno dal quale li osservavo. Poi torno a Edimburgo, dove tutto è più tranquillo, ordinato e sicuro. Ma quando non hai ancora costruito legami profondi, la pace può trasformarsi in un silenzio assordante. La verità è che oggi non sento completamente casa né Roma né Edimburgo. Roma custodisce la mia storia, ma non più la vita che desidero. Edimburgo custodisce il futuro che sto costruendo, ma non ancora abbastanza ricordi da appartenermi. Cominciano però a esistere piccole abitudini: strade che non richiedono più una mappa, luoghi nei quali ritorno, volti che riconosco. Forse casa nasce proprio così: ripetendo piccoli gesti, finché un giorno smetti di sentirti di passaggio».

Hai precisato di non voler raccontare una Scozia da cartolina. Qual è la differenza tra la Scozia che immaginavi e quella che hai trovato?

«La Scozia possiede una bellezza quasi irreale. Ci sono paesaggi che sembrano dipinti e città nelle quali la pietra, la nebbia e la luce compongono scenografie tanto perfette che viene quasi voglia di toccare un muro per assicurarsi che sia vero. Poi cominci a vivere dentro quella fotografia e scopri tutto ciò che era rimasto fuori dall’inquadratura. Scopri un clima capace di modificare i programmi e perfino l’umore, affitti molto alti, un mercato abitativo difficile e rapporti umani che richiedono più tempo per diventare profondi. Comprendi che anche qui esistono problemi, disuguaglianze e contraddizioni. Trasferirsi non significa raggiungere un luogo nel quale tutto funziona: significa sostituire alcune difficoltà con altre e capire quali si è disposti ad affrontare. La differenza, almeno nella mia esperienza, è che qui i problemi complicano la vita senza impedirti di immaginarne una. Posso lavorare, essere rispettato e credere che ciò che costruisco oggi conserverà un valore anche domani.

La Scozia non è il Paese perfetto che appare nelle fotografie. Ma è un luogo nel quale, quando la nebbia si solleva, riesco ancora a vedere un futuro».

Pensi che la Scozia offra davvero una qualità della vita migliore oppure dipende molto dalla situazione personale di chi si trasferisce?

«In Italia ero arrivato al paradosso di lavorare soprattutto per potermi permettere di continuare a lavorare. Ero una falsa partita IVA: formalmente un professionista autonomo, concretamente un dipendente senza le relative tutele. Utilizzavo il mio computer, pagavo tasse, contributi, assicurazione e spostamenti. Se lo studio chiudeva, il mio compenso poteva diminuire; se il computer si rompeva o non riuscivo a raggiungere l’ufficio, il problema economico diventava soltanto mio. Il rischio apparteneva sempre a me, mentre il controllo rimaneva nelle mani del datore di lavoro. Alla fine del mese non mi domandavo che cosa avrei potuto costruire con il denaro guadagnato, ma quale spesa avrei dovuto rinviare. Il lavoro occupava quasi tutto il mio tempo senza garantirmi neppure la possibilità di sostenermi davvero.

In Scozia ricevo uno stipendio che mi permette di pagare l’affitto, affrontare gli imprevisti e fare progetti. Gli strumenti vengono forniti dall’azienda, gli accordi vengono rispettati e il rischio non viene scaricato interamente sul dipendente. Ma la differenza più profonda si manifesta quando la giornata lavorativa finisce. Qui, uscendo dall’ufficio, mi rimangono ancora tempo, energia e possibilità. Posso incontrare persone, partecipare a un evento, scrivere oppure semplicemente tornare a casa senza sentirmi in colpa perché non sto lavorando. La qualità della vita non è soltanto ciò che puoi permetterti di comprare. È la parte di te che continua a esistere dopo aver svolto il tuo lavoro. In Italia quella parte stava scomparendo. In Scozia ho cominciato lentamente a ritrovarla».

Quanto contano oggi la musica, la cultura dark, la motocicletta, la scrittura noir e gli altri tuoi interessi nella tua nuova vita?

«Oggi questi interessi stanno tornando a occupare lo spazio che il lavoro aveva progressivamente sottratto loro. In Scozia la cultura dark e la musica non sono soltanto passioni da coltivare in privato. Posso terminare la giornata lavorativa ed entrare nei locali nei quali quella cultura viene vissuta, senza temere che il mio aspetto o i luoghi che frequento cambino il modo in cui vengo considerato professionalmente. Sul lavoro vengo giudicato per ciò che faccio; fuori posso finalmente essere tutto il resto.

La motocicletta, invece, rappresenta ancora un’assenza. Trasferire la mia dall’Italia è complicato e costoso, quindi sto cercando una soluzione direttamente nel Regno Unito. Quando osservo le strade e i paesaggi scozzesi, sento di non volerli soltanto guardare: vorrei attraversarli e sentire che, almeno per qualche ora, la direzione dipende esclusivamente da me.

Anche la scrittura noir ha ritrovato spazio. Da quando sono qui sono riuscito a partecipare a un concorso letterario italiano. Può sembrare un gesto piccolo, ma in Italia non riuscivo più a farlo: lavoravo fino a sera e tornavo a casa senza abbastanza energia per immaginare altre vite, perché faticavo già a sostenere la mia.

Ho impiegato del tempo prima di riprendere questi interessi. Non bastava avere improvvisamente delle ore libere: dovevo disimparare il senso di colpa che provavo ogni volta che non stavo lavorando. Ho capito che le passioni non sono ciò che rimane della vita dopo aver concluso tutte le cose importanti. Sono una delle cose che rendono la vita importante. La Scozia non mi ha restituito soltanto del tempo. Mi sta restituendo, un interesse alla volta, la persona che avevo lasciato indietro».

A chi oggi ha 30, 35 o 40 anni e pensa “ormai è troppo tardi per ricominciare”, cosa diresti?

«A trentasei anni non sono partito perché avessi smesso di avere paura. Sono partito perché avevo cominciato ad avere più paura della vita che mi aspettava restando. Per questo, a chi pensa «ormai è troppo tardi per ricominciare», direi di provare a sostituire quella frase con un’altra: «È troppo presto per rassegnarmi». Il cambiamento non garantisce una vita migliore. Porta perdite, imprevisti e giorni nei quali ti domandi se non sia stato tutto un errore. Non tutti, inoltre, possono prendere una valigia e partire. Chi ha una famiglia deve considerare anche il terreno che toglierebbe da sotto i piedi delle persone che ama; in alcuni casi, restare può essere una scelta coraggiosa. Ma restare soltanto per paura non significa evitare una decisione. Significa scegliere ogni giorno la stessa vita, compresi tutti gli aspetti che ci fanno soffrire. A trentacinque o quarant’anni non si ricomincia da zero. Si parte portando con sé gli errori, le competenze, le ferite e una consapevolezza che a vent’anni non potevamo ancora avere. Non siamo più leggeri, forse, ma conosciamo meglio ciò che non siamo più disposti a perdere.

«Il cambiamento non promette di salvarti. Ti restituisce però la possibilità di scegliere in quale direzione provare a salvarti da solo. Io non sapevo se in Scozia avrei trovato la vita che desideravo. Sapevo soltanto che, rimanendo dov’ero, avrei continuato a perdere quella che avevo vivendone una che non volevo».

Com’è cambiata la tua vita da quando ti sei trasferito?

«Il trasferimento ha cambiato soprattutto il modo in cui misuro il mio valore. In Italia cercavo di aiutare i miei genitori, ma le loro necessità stavano diventando troppo grandi per una sola persona. Quando la situazione è peggiorata improvvisamente, ho compreso una verità dolorosa: anche restando non avrei potuto proteggerli da tutto. Avrei continuato a fare rinunce enormi per mantenere un equilibrio destinato comunque a spezzarsi. Sul lavoro vivevo qualcosa di simile: sostenevo responsabilità enormi, ma i risultati non sembravano mai sufficienti. Qui, invece, un progetto non è più un peso che devo trascinare da solo, ma un risultato collettivo al quale contribuisco insieme agli altri. Posso vedere il mio lavoro diventare qualcosa di concreto e utile, senza che qualcuno lo utilizzi per farmi sentire inadeguato. Non ho smesso di preoccuparmi per la mia famiglia. Ho smesso, però, di credere che il mio valore dipenda dalla quantità di peso che riesco a sopportare da solo».

Progetti o sogni per il futuro?

«Non so ancora per quanto tempo rimarrò in Scozia. Per il momento voglio restare. Ho un lavoro che mi permette di vivere, alcune abitudini che cominciano ad appartenermi e persone che, lentamente, stanno smettendo di essere estranee. Sono cose piccole, ma per molto tempo non ho avuto neppure quelle. Forse Edimburgo diventerà il luogo nel quale metterò radici. Oppure, un giorno, qualcosa mi porterà altrove. Non posso saperlo e, stranamente, questa incertezza non mi spaventa più come prima. In Italia pensavo al futuro come a una stanza nella quale l’aria diminuiva lentamente. Sapevo che avrei dovuto uscire, anche se non conoscevo ciò che avrei trovato oltre la porta. Qui la porta è aperta. Non vedo ancora tutta la strada, ma posso scegliere se fermarmi o continuare. Per adesso rimango. Non perché creda di essere arrivato nel luogo definitivo, ma perché è il primo posto, dopo molto tempo, dal quale non sento il bisogno di scappare».

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