La storia di Daniele Folletto

Orgogliosamente siciliano, Daniele vive da 18 anni negli USA, dividendosi tra Miami e New York. Professionista della ristorazione di alto livello, il 46enne catanese conosce molto bene il Paese e le sue dinamiche. «In quanto a opportunità lavorative, stipendi e meritocrazia, gli USA sono anni luce avanti all’Italia – racconta –. Senza dimenticare l’assenza quasi totale di invidia sociale, un aspetto fondamentale». E su Trump? Daniele non ha dubbi: «In Italia le notizie su di lui sono spesso manipolate e distorte. La sua elezione è stata un vero plebiscito: l’America era stanca e ha risposto votandolo in massa. Il primo mandato lo ricordo come quattro anni di pace e prosperità, e ora, con il suo ritorno, mi aspetto un nuovo Rinascimento americano». Ecco la sua storia!

Di Enza Petruzziello

Nessuna invidia sociale, opportunità di lavoro e una politica trumpiana molto diversa da quella che viene descritta in Italia. A raccontarci i suoi “USA” è Daniele Folletto, 46enne di Catania che dal 2006 ha scelto di vivere negli Stati Uniti , costruendo la sua vita tra la Florida e New York City.

Con un’esperienza di oltre 18 anni oltreoceano, Daniele ha vissuto in diverse città americane, esplorato 49 Stati su 50 e sviluppato una conoscenza approfondita delle dinamiche di questo Paese.

Professionista della ristorazione di alto livello, Daniele ha saputo coniugare passione e lavoro in un settore altamente competitivo, raccogliendo esperienze preziose che oggi condivide con una grande comunità online. È infatti il ​​fondatore del gruppo Facebook “Italiani che sognano l’America” , una realtà che in soli 15 mesi ha superato i 10.000 membri, diventando un punto di riferimento per chi vuole conoscere e comprendere meglio gli USA.

Ma la sua storia non si ferma qui: Daniele è anche marito di Rosy che conosce dal 2009 e padre di un’adolescente cresciuta tra due culture, un aspetto che aggiunge un ulteriore tassello alla sua esperienza di vita americana.

«Da quando ho compiuto 20 anni ho quasi sempre vissuto all’estero, lavorando di solito nel campo della ristorazione di alto livello – spiega -. Ci tengo a precisare che sono un italiano in America piuttosto atipico: ho la moglie originaria della mia stessa città, non bevo caffè di filtro e guido solo auto col cambio manuale; combinazione rarissima per un italiano negli USA. Ho seguito il detto, per me assolutamente veritiero, del “moglie e buoi dei paesi tuoi!” Sono anche orgogliosamente cittadino americano dal 2013, ma non dimentico le mie origini al 100% siciliane». Ecco cos’altro ci ha raccontato.

Daniele, cosa ti ha spinto a trasferirti negli Stati Uniti nel 2006?

«Avevo sentito parlare molto bene di Miami, della Florida, del clima fenomenale di quei luoghi, di camerieri che guadagnavano 8 milioni di lire al mese, già quando vivevo a Londra agli inizi degli anni 2000. Quindi la cosa mi ha da subito incuriosito. Dovevo andare a visitare dei parenti a NYC nel settembre 2001 per dare un’occhiata alla situazione lavorativa, ma decisi invece di rimanere un altro anno a Londra. Nel 2006, quando lavoravo sulle navi da crociera, ho conosciuto una ragazza di Miami, e ho avuto anche il contatto di Luca, un ragazzo catanese che lavorava nella Magic City. Quindi diciamo che nel mio caso venire a vivere negli USA è stato un percorso naturale, quasi la mia storia, il mio destino».

Non deve essere stato facile mollare tutto, almeno al principio. Qual è stata la tua prima impressione del Paese quando sei arrivato?

«Onestamente, per me è stato molto facile partire per gli USA e cominciare una nuova avventura in Nord America. Nel 2006, avevo già fatto parecchie esperienze all’estero e sentivo che l’Europa stava cominciando a starmi stretta. Quindi gli Stati Uniti sono quasi stati un’evoluzione naturale del mio percorso di viaggiatore in giro per il mondo. Fortunatamente, la mia famiglia è sempre stata aperta alla mia voglia di partire continuamente per conoscere posti nuovi. Arrivare a Miami è stato quasi come tornare a casa, anche se ovviamente mi sono dovuto abituare alle profonde differenze con l’Italia, specialmente nella vita di tutti i giorni. Fossi arrivato in un paesino del Minnesota o dell’Idaho, magari gli USA non mi sarebbero piaciuti e sarei andato via dopo poco. Ma Miami è magica: infatti è soprannominata “Magic City”».

Come sono stati gli inizi qui? Penso a come sei riuscito a trovare una sistemazione, ambientarti, trovare un’occupazione, se c’è stato qualcuno ad aiutarti.

«Non ci crederete, ma anche se sembra pazzesco, gli inizi qui in Florida per me sono stati facilissimi. Sono andato da subito a convivere con la ragazza di Miami, ho preso la patente, ho acquistato un’auto usata (ovviamente col cambio manuale) e dopo poco ho fatto domanda in Italia per il visto F1 da studente, con cui ho potuto frequentare l’università. La mia fidanzata di allora mi aiutò parecchio ad inserirmi in Florida, e ad imparare quello che serviva per fronteggiare le piccole sfide di tutti i giorni. Il suo contributo per avere una vita comoda a Miami fu fondamentale. Successivamente, appena ho potuto farlo legalmente, sono andato a lavorare nel ristorante in cui Luca (il mio contatto catanese in Florida) lavorava da manager. C’è anche da dire che sono arrivato in America già con un ottimo inglese e con del denaro risparmiato lavorando sulle navi da crociera».

Dal punto di vista dei permessi di soggiorno quali sono i passaggi da seguire? Tu hai avuto difficoltà ad ottenere i visti?

«Nel mio caso, a livello di documenti ho sempre avuto vita facile fin dall’inizio; ho cominciato con i seguenti visti: C1/C2 per lavorare in crociera (compagnia americana), poi il B1/B2 da turista, successivamente il visto F1 da studente e via via Green Card e poi cittadinanza americana. Ma per molti italiani che conosco il percorso, a livello di documenti e visti, è stato lungo e tortuoso».

Hai vissuto 9 anni a Miami, 3 anni a Naples in Florida, 1 anno ad Aspen in Colorado ed a spezzoni 3-4 anni a NYC. Qual è, tra questi, il posto che senti più “casa” e perché? E viceversa, quello che ti rappresenta di meno?

«Miami e la Florida sono sicuramente casa, ho fatto anche un bel post nel mio gruppo per spiegarne i molteplici motivi: ho un rapporto molto forte con Miami, è stata il punto d’inizio della mia vita in America; ho tanti cari ricordi dei miei nove anni passati nella Magic City, di tanto in tanto riaffiorano. Inoltre, per me Miami è la città più bella e divertente degli USA. Adesso che sono più adulto mi piace tanto Naples, città americana molto elegante, sicura e pulita sul Golfo del Messico. Chiamo questo Stato il “Paradiso Florida”, stupendo da nord a sud, sicuramente il miglior posto in cui vivere negli USA sotto ogni punto di vista.

Ad Aspen, in Colorado ho vissuto due volte. È paragonabile a Cortina d’Ampezzo, si trova a 2.400m s.l.m. ed è un posto idilliaco. Ma per me, che non scio e preferisco il mare alla montagna, non è il luogo ideale. A NYC ho fatto un paio di esperienze lavorative di altissimo livello, e di ciò sono grato alla Grande Mela. Ma è sicuramente il luogo che meno mi rappresenta negli USA; se non fosse per mia moglie e mia figlia non ci vivrei affatto. Lo stile e la qualità della vita del posto e la mentalità dei suoi abitanti, infatti, non sono per niente in linea con i miei. E la trovo, a tutto tondo, una città molto squallida, arretrata, sporca, poco sicura ed in totale declino».

Daniele Folletto

Attualmente ti dividi tra la Florida e New York City, di cosa ti occupi? Parlaci un po’ del tuo lavoro.

«Ho sempre lavorato nella ristorazione di alto livello, anche in posti stellati e per aziende di tutto rispetto. Ho fatto il cameriere, il manager e anche lo chef privato. Ho avuto l’opportunità di interagire con tantissime celebrities, Lionel Ritchie, Kim Kardashian, David Beckham, Leonardo Di Caprio, Bruce Springsteen tanto per citarne alcuni. Per adesso lavoro nei ristoranti della Florida durante le stagioni invernali e poi torno dalla mia famiglia a NYC. La scorsa estate ho appunto lavorato come house manager/chef privato in una casa privata di lusso negli Hamptons, a New York. Vedremo cosa farò la prossima estate, ho diversi progetti in mente».

In generale come è vivere negli USA da residente? Penso alla qualità della vita, costo della vita, servizi, opportunità lavorative, ecc.).

«Per me, che amo gli USA, è molto piacevole vivere qui. Ho una pace mentale che non credo potrei godermi in altri posti. Ma in generale, la qualità della vita negli States varia molto a seconda dello Stato, della città, del contesto, del clima, dei governanti locali, del lavoro, del denaro, ecc. Può andare da ottima a mediocre. La burocrazia non è un peso ed i servizi sono di solito molto efficienti, specialmente se paragonati a quelli italiani. Il costo della vita è purtroppo aumentato di parecchio negli ultimi quattro anni. Prima era rapportato agli stipendi, adesso meno. In generale la maggior parte di beni e servizi costa circa il triplo che in Italia. Nonostante tutto, come opportunità lavorative, stipendi e meritocrazia, gli USA sono anni luce avanti all’Italia. Quello che qui viene considerato la norma in ambito professionale, nel Belpaese è di solito un miraggio. Negli States, se si vuole lavorare, il lavoro si trova facilmente, in tutti i campi; chi è disoccupato di solito lo è per mancanza di voglia di lavorare, oppure perché scarsamente qualificato nel suo campo. Importantissima poi l’assenza quasi assoluta di invidia sociale negli USA».

Crescere una figlia adolescente negli Stati Uniti è sicuramente un’esperienza unica. Quali differenze noti tra l’educazione e la cultura adolescenziale americana rispetto a quella italiana? E come bilanciare le due identità in famiglia?

«Abbiamo scelto di far nascere mia figlia in Italia, coccolata da familiari ed amici, e di farla crescere negli USA. Ha la cultura italiana, parla, scrive e legge l’italiano benissimo, ma anche un inglese madrelingua, e sta acquisendo anche i valori americani, oltre alle abitudini delle teenager locali. Noto che negli USA c’è ancora quel rispetto per la scuola e le istituzioni che invece in Italia è andato completamente perso ormai. Abbiamo provato a farle frequentare la scuola in Sicilia, ma ciò si è rivelato un disastro. Per fortuna era solo la seconda elementare, mentre ha svolto il resto delle classi qui negli USA. In generale la scuola in America è più semplice che in Italia. Mia figlia ha tanti amici sia in America che in Italia e tornando spesso a casa in Sicilia, dove ha anche tutti i nonni, gli zii ed i cugini, la abituiamo a mantenere i rapporti con la sua terra natale. Non comprendo le coppie di italiani negli USA i cui figli non parlano la nostra lingua: per me è assurdo, oltre che un vero peccato. In casa mia si parla solo l’italiano».

Da pochissimo Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca. Sua seconda volta come presidente degli Usa, molto discussa continua ad essere la sua politica nei confronti dell’immigrazione. Tu da “immigrato” cosa ne pensi?

«Su Trump il discorso è lungo e complesso, posso solo confermare in modo deciso che in Italia le notizie su di lui, e sugli USA in generale, sono manipolate e sfalsate, persino distorte fino a trasformarsi in vere e proprie fake news. I media italiani giocano anche sulla scarsa conoscenza dell’inglese della popolazione così da dargli in pasto bufale di ogni tipo ed alimentare un odio insensato per l’America molto diffuso tra una certa frangia della popolazione italiana. Un esempio su tutti: la parola dell’inglese americano “deportation”, che in italiano si traduce con “rimpatri” e non “deportazioni”. L’elezione di Donald Trump è stata un vero e proprio plebiscito, l’America era stanca e spaventata dall’inettitudine e dalla follia di chi è rimasto al comando per i 4 anni precedenti, e ha risposto votandolo in massa. Personalmente è stata la terza volta che gli ho dato il mio consenso al seggio e finora siamo tutti molto soddisfatti del suo operato in queste prime tre settimane da Presidente. Il “Donaldone”, come lo chiamiamo affettuosamente noi, ha immediatamente cominciato combattendo l’immigrazione illegale, arrestando ed espellendo dal territorio USA migliaia di criminali violenti, delinquenti con alle spalle i delitti più efferati. Gli immigrati come noi, regolari e che rispettano la legge non hanno nulla da temere. Per chi invece vive negli USA da illegale da tantissimi anni e non ha mai avuto voglia di regolarizzarsi anche potendolo fare, saranno tempi duri».

Come hai vissuto il primo mandato e cosa ti aspetti dal secondo?

«Il primo mandato di Trump lo riassumo semplicemente come “4 anni di pace e prosperità”, nonostante le accuse infamanti inventate dai suoi detrattori. Mentre nel corso del suo primo mandato Trump ha commesso errori, e non sempre i suoi collaboratori sono stati capaci e fedeli, stavolta credo proprio che con Trump 2 per l’America inizi un nuovo periodo di splendore, quasi un Rinascimento moderno. Da Trump ci aspettiamo la pace (relativa) nel mondo, la lotta contro l’inflazione e il carovita, causati dalle scellerate politiche economiche e dagli sprechi dell’amministrazione Biden, la fine delle odiose e pericolose politiche woke, e appunto una lotta al crimine fuori controllo causato anche dai delinquenti illegali arrivati e da un senso di impunità diffusosi nei precedenti quattro anni. Donald Trump è il Presidente del fare e, infatti, in pochissimo tempo ha già implementato moltissime riforme. È l’unico Presidente USA della storia, insieme a Grover, ad aver servito due mandati non consecutivi».

Conosci molto bene il Paese in quanto oltre ad aver vissuto in 3 Stati diversi, hai viaggiato tanto e hai visitato 49 Stati su 50. Quali sono le principali differenze che hai notato tra uno Stato e l’altro?

«Esattamente! Mi manca solo il Maine per completare la collezione, spero di andare ad esplorarlo la prossima estate. Molti americani si prefiggono di visitare tutti i 50 Stati americani entro i 50 anni di età: io sono arrivato a 49 Stati a 46 anni e non sono neanche nato qua! Gli Stati Uniti sono molto diversi al loro interno, sia ovviamente a livello geografico, sia a livello sociale, storico, politico, economico, culturale, demografico. È impossibile riassumere in poche righe le molteplici differenze tra gli Stati, ma se proprio devo evidenziare un aspetto, le differenze maggiori le ho notate durante la pandemia Covid: io e la mia famiglia abbiamo viaggiato tanto per gli USA nel 2020 e 2021, e a seconda dell’orientamento politico, in alcuni Stati la pandemia pareva non esistesse e in altri, invece, le restrizioni erano estreme e la popolazione terrorizzata».

Quale Stato ti ha sorpreso di più e perché?

«Lo Stato che mi ha sorpreso di più è stato sicuramente il North Dakota, poco popolato, con spazi enormi e praterie infinite, pieno di sculture strane e molto kitsch sparse tra le varie province, che io personalmente amo tanto. Sculture che a prima vista possono sembrare ridicole ed insensate, ma che alimentano un turismo domestico non indifferente. E qui entra in gioco la capacità di fare business degli americani».

C’è un luogo meno conosciuto che consiglieri assolutamente a chi visitare l’America per la prima volta?

«Se andate in Florida, oltre a Miami & Co., consiglierei un giro nella parte centro-nord dello Stato, pieno di bellissime sorgenti naturali in cui si può anche nuotare. Ne ho visitate alcune e sono straordinarie! Attenzione agli alligatori, però!».

Da qualche anno hai un gruppo privato su Facebook “Italiani che sognano l’America” con oltre 10.000 membri iscritti in 15 mesi. Come è nata l’idea di questo spazio social e che cosa racconti nei tuoi post?

«Ad inizio novembre del 2023 mi ero iscritto ad un grande gruppo di italiani in America: evidentemente, vivendo qui e conoscendo benissimo il Paese, agli admin ha dato fastidio che avessi acquisito un certo “potere” nei post che scrivevo. Dopo pochi giorni, infatti, mi hanno espulso ed io, quasi per ripicca, ho creato il mio di gruppo privato, che sta andando benissimo. 10.350 membri in un annetto sono moltissimi per un gruppo privato. Ho cominciato postando foto dei miei tanti road trip in giro per gli Stati Uniti, poi via via, acquisendo membri ho cominciato a dar spazio anche alle richieste e ai racconti dei membri del gruppo. Adesso ricevo anche parecchi inviti in ristoranti e locali vari, soprattutto in Florida. Oltre a collaborazioni e proposte di ogni tipo, non sempre interessanti.

Una differenza sostanziale rispetto a molti gruppi sugli USA, è che in “ITALIANI CHE SOGNANO L’AMERICA!” moltissimi membri vivono già in America. Cerco di bilanciare all’interno della community chi vive qui e chi vuole venirci dall’Italia. Riesco di solito a proporre contenuti simpatici, utili e mai banali, per coinvolgere i miei membri e renderli partecipi, stimolando il loro interesse, in un ambiente completamente apolitico. Il mio obiettivo è quello di ispirare le persone a visitare e ad esplorare gli USA tramite la condivisione di foto, video, esperienze che raccontano il mio amore per gli Stati Uniti. Non a caso mi reputo un “digital inspirer”. Odio la parola “influencer” – la considero troppo generica, oltre che banale ed inflazionata».

Quali sono le domande più frequenti che ricevi dagli italiani che vogliono trasferirsi negli USA?

«Una su tutte: come fare a trasferirsi negli Stati Uniti. Da un lato c’è chi magari ha il potenziale e si informa sui vari passaggi da fare, dall’altro ci sono tanti altri che chiedono consigli senza avere alcuna idea di come funziona qui, manifestando solo curiosità e poco altro, oppure contattandomi per disperazione. Ciò li espone ad avvoltoi che sorvolano il web in cerca di polli da attaccare. Oppure mi chiedono se possono trovare lavoro qui, spesso in modo non legale. E la mia risposta, infatti, è un “NO!” categorico».

A proposito di lavoro, gli Stati Uniti da sempre rappresentano per noi italiani, e non solo, quella terra promessa dove poter trovare fortuna e vivere bene. Ma è davvero ancora così? Ci sono ancora opportunità per gli italiani?

«Gli USA possono anche non essere più quelli di una volta, ma come ho già detto le opportunità per chiunque voglia e possa venire qui ci sono sempre. Si tratta pur sempre della più grande economia mondiale. Non a caso, gli Stati Uniti rappresentano la Terra Promessa per miliardi di persone nel mondo. Negli ultimi anni ho conosciuto tantissimi italiani, specialmente in Florida, che si sono trasferiti qui, investendo ed aprendo ristoranti, pizzerie, e gelaterie, oppure aziende, uffici, ecc. La facilità d’impresa, la burocrazia non invasiva, la tassazione bassa, la mentalità vincente e positiva, lo stile di vita incredibile attirano qui sempre più connazionali che, stanchi della stagnazione economica e della mentalità italiana, vengono in Florida a cercar fortuna. Gli Stati Uniti poi, a differenza dell’Italia, sono un Paese in cui regna la positività, e non la negatività e il disfattismo comuni nel Belpaese».

Qual è il consiglio più importante che daresti a un italiano che sogna di vivere negli Stati Uniti?

«Sicuramente di inseguire il proprio sogno con tutti i mezzi possibili, pur rimanendo sempre realisti. L’importante è pianificare un eventuale trasferimento usando il buon senso. Bisogna studiare, documentarsi, consultare professionisti seri, farsi due conti in tasca, confrontarsi con chi ha esperienza negli USA e prepararsi a tutte le evenienze, anche a quella di tornare a casa sconfitti. Sconsiglio assolutamente di venire in modo confuso ed affrettato, con la mente poco lucida e/o di rimanere nel Paese da illegali, specialmente in questo nuovo periodo storico appena iniziato per gli Stati Uniti. Inoltre, consiglio anche di partecipare alla lotteria gratuita della Green Card, che si tiene ogni anno a settembre/ottobre. Conosco personalmente persone che l’hanno vinta. Se non va bene, forse semplicemente vivere qui non è la propria storia, meglio forse scegliere un Paese diverso in cui trasferirsi. L’America non è per tutti».

Come è cambiata la tua vita da quando vivi negli USA?

«Sicuramente in meglio, ma non soltanto dal punto di vista professionale o economico. Gli USA mi hanno regalato benessere, sicurezza, tranquillità, senso civico, patriottismo, rispetto e maturità».

Ti manca l’Italia e un domani pensi di ritornarci stabilmente?

«Non mi manca l’Italia, principalmente perché torno spesso (3 volte nel 2024, 1-2 volte gli altri anni, mentre nel 2020 e 2021 ho passato 2 mesi di ogni anno in Italia). In 18 anni negli USA, sono tornato nel Belpaese ogni anno, ad eccezione del 2013 per motivi lavorativi. In generale, passo almeno un mese all’anno in Italia. Mi godo gli USA quando sono qui e l’Italia quando ci vado in vacanza a trovare la mia famiglia e i miei amici. A differenza mia invece, certi italiani che vivono negli USA disprezzano l’Italia e quando ci vanno non vedono l’ora di tornare in America. Non io. Non tornerò più a vivere in Italia stabilmente, ma nel tempo penso che probabilmente passerò 3-4 mesi all’anno in Sicilia. Ovviamente in estate, dato che non mi piace il freddo, altro motivo per cui non andrei mai a viverci d’inverno».

Progetti per il futuro?

«Per i prossimi 2-3 anni molto probabilmente farò quello che sto facendo adesso, ma spero, non appena mia figlia finisce le scuole superiori, di poter prendere un anno sabbatico o un bel po’ di mesi liberi e fare dei bei viaggi in Sudamerica, Asia e Oceania con le mie donne».

Per contattare Daniele ecco i suoi recapiti:

Instagram: https://www.instagram.com/italianichesognanolamerica

Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/1035550674307231

Facebook: https://www.facebook.com/daniele.folletto

YouTube: https://www.youtube.com/@ItalianiCheSognanoLAmerica

E-mail: daniele.folletto@gmail.com