La nuova vita di Christian Pasti in Texas

«All’estero siamo più uniti e ci miglioriamo a vicenda. In Italia c’è più astio tra i colleghi». Parola di Christian Pasti, software e firmware engineer originario di Grosseto. Dopo diverse esperienze lavorative in Inghilterra e Olanda, nel 2021 si stabilisce definitivamente ad Austin, Texas. Qui lavora per un’importante azienda dell’IT. Le principali differenze lavorative tra Italia e Stati Uniti? «Le prime due sono, ovviamente, i contratti e il salario – racconta -. All’estero ho sempre avuto contratti a tempo indeterminato con paga competitiva e aumentata annualmente per il carovita. Ogni volta che ho chiesto un aumento, mi è stato dato. In Italia lavoravo tutto il giorno, con contratti a progetto, per racimolare appena mille euro al mese!». Ecco la sua storia.

Di Enza Petruzziello

«All’estero mi sono state date opportunità che in Italia avrei solo potuto sognare». A parlare è Christian Pasti, quarantenne di Grosseto. Software e firmware engineer, dopo vari periodi di studio all’estero – in Germania e Finlandia – decide di lasciare definitivamente l’Italia nel 2010. Si stabilisce prima in Inghilterra e poi in Olanda.

Oggi vive a Round Rock, in Texas, nell’area urbana di Austin, insieme a sua moglie Elizabeth e il loro bimbo di 4 anni, Roger William. Lavora come programmatore per un’azienda IT ad Austin.

Le differenze, di vita ma soprattutto lavorative, tra le esperienze italiane e quelle estere sono tangibili. Qualche esempio? «All’estero sono pagato bene, i miei consigli vengono ascoltati e non c’è giorno in cui i miei manager non mi ringraziano per il mio lavoro. In Italia, invece, dovevo ringraziare io, nonostante fossi pagato pochissimo e con contratti a progetto». Ecco la sua storia, una testimonianza che racconta di un percorso di crescita professionale e personale significativo.

CHRISTIAN PASTI IN TEXAS

Christian partiamo dall’inizio. Quando e perché hai deciso di andare via dall’Italia? Che cosa non ti piaceva della tua vecchia vita?

«Volevo solo programmare. Mi piace da morire tramutare idee in codice, da script in linguaggi low-level come assembly fino a complesse API usando la tecnologia più adatta per ogni progetto. Volevo fare della programmazione il mio lavoro. In Italia vivevo vicino a Roma, lavoravo per due aziende dalle 9 fino alle 19 (con contratti a progetto), poi prendevo qualche lavoretto freelance la sera per mettere insieme meno di mille euro al mese, lavorando in pratica tutto il giorno. Dovevo capire se fossi io ad essere incompetente per essere pagato così poco o se le condizioni lavorative erano uguali anche all’estero. Cosi mi decisi a partire: se fossi tornato dopo pochi mesi senza un lavoro e senza soldi, avrebbe voluto dire che il problema ero io».

E invece non sei tornato. Anzi sei andato prima in Inghilterra e poi in Olanda. Che tipo di esperienze sono state per te dal punto di vista umano e lavorativo?

«Esatto. Partii direzione Plymouth, mi pareva il posto giusto per cominciare la mia carriera all’estero. Rispetto a Londra mi sembrava meno caotica, con meno concorrenza e costo della vita minore. Feci qualche colloquio e trovai un’azienda interessata; gli mostrai i lavori che avevo fatto in Italia e mi assunsero: guadagnavo il doppio che in Italia e lavoravo ad orari normali. Da lì ho cambiato varie aziende e, dopo il referendum per la Brexit nel 2016, trovai qualche problema nel cambiare lavoro, mi sentivo dire: “Non sappiamo cosa succederà, preferiamo assumere solo britannici al momento”. Molti programmatori decisero di rimanere in Inghilterra mentre altri si trasferirono altrove, specialmente in Irlanda, Olanda e Svezia. Io fui tra quelli che si trasferì in Olanda, a L’Aia, che, come Plymouth, era meno caotica e più economica di Amsterdam. Non parlavo una parola di olandese. Dopo 33 giorni ero stato già assunto da un’azienda che creava software per i lettori di luce e gas per mezza Europa. Dal punto di vista lavorativo, a parte qualche raro caso, ho trovato molta professionalità e molta competenza. Se parliamo di rapporti umani, beh, ho conosciuto moltissime persone in questi anni, di tante nazionalità diverse con cui sono ancora in contatto».

Da qualche anno vivi ad Austin in Texas? Come mai la scelta di vivere negli Stati Uniti?

«In Olanda ho sposato Elizabeth, una ragazza di Austin, che conobbi molti anni prima all’università in Italia. Vivevamo insieme a L’Aia. Le promisi che nel momento in cui avesse voluto tornare in America, io avrei chiesto il visto e mi sarei trasferito con lei. Cosi fu e ricordo che, durante il Covid, il presidente Trump mise un ban su tutti i visti, ma non quelli familiari: in meno di 6 mesi mi ritrovai in America! Valutammo varie città dove trasferisci, al top c’erano ad esempio Indianapolis, Chattanooga e Raleigh, ma alla fine scegliemmo Austin, sia per la presenza della sua famiglia che per un discorso lavorativo. Molte aziende nel campo dell’IT, negli ultimi anni, hanno lasciato la California e New York o hanno comunque aperto ulteriori sedi qui. Parlo di colossi come Dell, Microsoft, Google, Apple, Electronic Arts e potrei continuare a lungo. Il costo più basso degli affitti rispetto alla California e la tassa statale dello 0% sul reddito hanno attratto molto. Insomma, Austin era il posto giusto non solo per continuare la mia carriera lavorativa, ma anche per passare al livello successivo».

Come è stato l’impatto con la nuova realtà? Raccontaci i tuoi inizi.

«In Inghilterra all’inizio avevo una stanza in una casa condivisa, per poi affittare un appartamento intero. Come dicevo, Plymouth era meno caotica di Londra, se vedevi un appartamento in affitto, bastava andare a visionarlo, lasciavi un assegno con la caparra ed era fatta! In Olanda la situazione era diversa, ancora oggi c’è una differenza abissale tra richiesta e offerta, trovare un posto dove stare è al limite dell’impossibile. In quel periodo ho dormito per quasi due mesi in ostello, condividevo la camera con altre 7 persone, poi sono riuscito a trovare un appartamento. Per quanto riguarda l’occupazione, appena arrivato in ogni posto, inviavo una media di 300 curriculum al giorno. Come dico sempre, su 1000 curriculum inviati, 100 aziende ti ricontattano, 10 ti chiamano per un colloquio e una ti offre un contratto. Se sei più esperto, le probabilità si alzano, ma è anche vero che un’azienda vorrà farti più di un colloquio perché, ovviamente, dovrà pagarti di più (l’azienda dove lavoro ora mi ha fatto 8 colloqui prima di assumermi ma il record è di una mia amica: 28 colloqui, ma era anche un posto come VP of Engineering). L’importante è persistere, il rifiuto esiste ed è parte del job hunting».

Alla luce di queste tue esperienze, che consigli daresti a chi cerca lavoro all’estero?

«I consigli che posso dare a chi cerca lavoro all’estero, alla domanda: “Quanti soldi vuoi?”, potete rispondere in due modi. Innanzitutto definite un range più che una cifra secca, cercate online delle offerte simili in cui viene specificato il salario e cercate di venire fuori con una cifra minima e massima, ma attenzione… se non chiedete non vi verrà dato, quindi non abbiate paura alzare un po’ l’asticella. In secondo luogo date degli ultimatum all’azienda in questo modo: “Se mi pagate 10, vi terrò in considerazione, per 11 finisco i colloqui che ho già stabilito ma per 12 firmo non appena mi inviate il contratto e blocco tutti gli altri colloqui!”. Molte volte funziona. Considerate sempre che non state cercando lavoro, ma state offrendo il vostro tempo in cambio di denaro, quindi non accontentatevi mai».

Dal punto di vista dei permessi di soggiorno gli americani sono piuttosto rigidi riguardo le leggi sull’immigrazione. Quali sono i passaggi da seguire? Tu hai avuto difficoltà ad ottenere i visti?

«Personalmente sono stato fortunato perché ho ottenuto una Green Card come marito di cittadina americana, ma tengo a precisare che mi sono sposato per vero amore e non per una Green Card! La parte più difficile del visto è stato richiedere dall’estero documenti ai vari uffici di Grosseto durante il Covid. Le leggi sui visti per l’America cambiano in continuazione. Ad esempio tutti i miei colleghi stranieri che si sono laureati qui in America, dopo la laurea, hanno avuto un certo periodo di tempo per trovare lavoro e convertire il visto da studentesco a lavorativo. Ci sono altri modi per ottenere un visto ma conviene parlare con un buon immigration lawyer per comprendere bene tutte le dinamiche. Consiglio di non venire negli USA e lavorare illegalmente solo perché avete letto su internet qualche storia o perché il cugino di un vostro amico lo ha fatto, non conoscete i singoli casi ed essere espulsi è molto semplice. Date retta solamente ad informazioni ufficiali sul sito uscis.org».

Come si vive negli Stati Uniti e in particolare in Texas?

«Il costo della vita è sicuramente più alto rispetto a molte città europee, per questo consiglio sempre di venire qua solo per fare un lavoro specializzato che, di solito, è pagato molto bene. In tutti questi anni ho inventato un metodo per misurare il costo della vita: se il tuo affitto o mutuo più le spese per andare a lavoro superano un terzo dello stipendio netto significa che stai vivendo una vita troppo lussuosa o che sei sottopagato o che la città dove vivi è diventata troppo cara. Questa equazione finora per me ha funzionato benissimo. Lo stipendio mi permette non solo di pagare il mutuo ma anche di risparmiare e di investire. A proposito della casa, accendere un mutuo in Italia, con i contratti che avevo, era impossibile. Qui è stato tutto semplice e veloce».

Per quanto riguarda la sanità e le infrastrutture, invece, come funzionano le cose?

«La sanità è la principale diversità tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma in genere le grandi aziende passano degli ottimi pacchetti di assicurazione sanitaria per tutta la famiglia. La sanità qui è veloce, efficiente e moderna, ma ad un costo. Qualche mese fa sono dovuto andare al pronto soccorso per un dolore al cuore. Dopo un’ora era fuori con tutti gli esami fatti e le analisi già pronte. Scherzando ho detto che in Italia, molto probabilmente, sarei stato ancora lì ad aspettare. Il conto è stato di 8.400 dollari su cui la mia assicurazione ha ottenuto uno sconto di 6.200 dollari. Il resto l’ho pagato di tasca mia, ma l’azienda, oltre all’assicurazione, ci passa anche una cifra forfettaria annuale da poter spendere per le spese mediche che, se non usata, viene investita in pacchetti azionari. Per la cronaca, avevo solo un’infiammazione ad un muscolo, niente di più.

Per le infrastrutture, vi dico che una volta scrissi una e-mail al consiglio comunale di Round Rock, chiedendogli come mai non installassero rotatorie invece dei semafori. Mi hanno risposto dopo una settimana allegandomi i piani di sviluppo della strada nei prossimi anni. Parlare con i propri rappresentanti è molto facile e tutta la burocrazia in generale è molto semplice».

Hai un bimbo di 4 anni. Come è crescerlo in Texas? Quali sono i servizi, gli incentivi e gli aiuti che è possibile trovare per i genitori e i ragazzi, e com’è il sistema scolastico americano?

«Mio figlio va ancora all’asilo, dove bisogna prenotarsi con largo anticipo. Non ho ancora avuto modo di esplorare il mondo della scuola, però posso dire che sono stato in una scuola superiore per una mostra di fumetto e, sì, è proprio come nei film! Scordatevi gli incentivi olandesi che sono molto alti ma la tassa sul reddito può arrivare vicino al 50%. Qui in America gli incentivi statali sono pochi».

Sei un software e firmware engineer. Ti va di parlarci della tua professione e di cosa ti occupi nello specifico?

«Lavoro per un’azienda chiamata ZT Systems. Sviluppiamo e produciamo server per grandi aziende (non posso rivelare alcun nome, ma pensate in grande). È anche normale che non ne abbiate sentito parlare perché vogliamo tenere un margine di riservatezza. Con il mio team produciamo software per testare server e componenti. Da contratto, non posso dire di più, né posso mostrarvi foto dei nostri laboratori, anche se potrei descriverveli per ore, ogni singola macchina o ogni singolo componente. Per restare qui, ho rinunciato ad un’offerta da parte di Google. Avrò fatto la scelta giusta? Ai posteri l’ardua sentenza».

CHRISTIAN PASTI IN TEXAS

Quali sono le principali differenze sia dal punto di vista lavorativo che di vita tra Italia e Stati Uniti?

«Le prime due differenze sono, ovviamente, i contratti e il salario. All’estero ho sempre avuto contratti a tempo indeterminato con paga competitiva e aumentata ogni anno per il carovita. Ogni volta che ho chiesto un aumento, mi è stato dato, perché, ovviamente, è meglio spendere qualcosa di più ma tenere un buon ingegnere invece di avviare la macchina delle assunzioni: tra colloqui e formazione un’azienda rischia di spendere molto di più. Un’altra differenza è relativa al sistema pensionistico. In America l’azienda ti consente di investire una parte del tuo stipendio in pacchetti azionari e, se ben gestiti, ti possono rendere molto nel corso di una carriera. Non è raro trovare ragazzi sotto i 30 anni che, specialmente lavorando in IT, hanno già investito e accumulato un bel gruzzolo. Parlando sempre di contratti, in Europa in generale sei più tutelato, per esempio ci sono sempre uno o due mesi di preavviso da dare da ambo le parti per terminare un contratto di lavoro, in America puoi essere licenziato il giorno stesso senza un motivo. Ciò è capitato a molti lavoratori di grandi aziende nel campo dell’IT, ma, tranquilli, se si perde un lavoro, tempo un paio di mesi (o anche giorni) e se trova un altro».

Puoi farci degli esempi specifici?

«Per l’Italia, beh, vi posso raccontare un aneddoto divertente: feci un colloquio vicino Roma per un’azienda di software; verso la fine del colloquio mi dissero che sarei stato pagato a nero e mi fecero vedere uno scantinato nascosto in cui mi sarei dovuto infilare in fretta se fosse arrivato un controllo. Ovviamente me ne andai senza salutare. Parlando sempre di aneddoti negativi, questa volta per gli Stati Uniti (perché anche all’estero ci sono casi di poca professionalità), ho lavorato per un’azienda che produceva app in ambito medico. Come principal engineer, il mio primo compito fu quello di analizzare il codice che l’azienda produceva. Trovai una falla che, in poco tempo, avrebbe portato ad un leak dei dati degli utenti e stimai una perdita di 2 miliardi di dollari al mese se il problema non fosse stato risolto. Risultato? Fui licenziato in tronco perché avevo fatto piangere i programmatori che avevano scritto quel codice e, testuali parole, “Stavo creando troppo casino”. L’azienda, ovviamente, fallì pochi mesi dopo, lo scoprii per caso quando incontrai un mio ex collega al parco dove avevamo portato i nostri figli».

Puoi raccontarci, invece, un momento specifico che ti abbia fatto percepire in modo chiaro le differenze culturali nel contesto lavorativo tra Italia e gli altri paesi in cui hai lavorato?

«Sì, ricordo che ero in Inghilterra e, non ricordo bene il motivo, penso problemi con la banca dell’azienda, la paga arrivò con un giorno di ritardo. Ricevemmo una e-mail di scuse e 20 sterline in più per il disturbo causato. In Italia un mese capitò che il mio manager mi disse: “Ho dovuto paga’ l’IVA e le tasse, non so’ rimasti soldi per te ‘sto mese…”».

A proposito di manager, hai notato differenze significative nella mentalità imprenditoriale e nell’approccio alla tecnologia tra l’Italia e gli altri paesi in cui hai lavorato?

«In Italia vedo molto astio tra programmatori. Provate a commentare un post di un programmatore italiano su Linkedin suggerendogli una soluzione migliore o un’idea differente: aprirete un ginepraio di polemiche. All’estero siamo più uniti, discutiamo di tecnologia in modo molto rilassato, anzi, ci miglioriamo a vicenda. Per quanto riguarda la tecnologia nella vita di tutti i giorni, in Italia vedo ancora molta riluttanza, soprattutto tra le persone di mezza età e in particolare nei metodi di pagamento elettronici. Vedo anche però una nuova generazione di ragazzi italiani che sanno usare a pieno la tecnologia a disposizione e ciò mi fa piacere (l’importante è convivere con la tecnologia e non essere dipendenti da essa). Per la mentalità imprenditoriale, apprezzo chi prova a mettersi in proprio, ma purtroppo in Italia le tasse sono altissime e ti scoraggiano. Questo, secondo me, è colpa di ogni governo che basa la propria politica sull’incolpare, per i propri fallimenti, il governo precedente. In Italia mancano progetti a lungo termine, è molto difficile pensare ad un piano che possa rilanciare l’economia a distanza di 10/15 anni, nel frattempo la gente si stanca e darà il voto a qualcun’altro, che annullerà subito tutti i progressi fatti dal governo precedente».

Qual è stata la tua più grande realizzazione professionale durante la tua carriera all’estero e come si confronta con le tue esperienze lavorative in Italia?

«Per un periodo di tempo, ho lavorato come principal engineer a Leiden per l’associazione mondiale dei donatori di midollo osseo. Collaborando con vari team sparsi per il mondo, abbiamo creato un algoritmo che analizza il DNA e combacia donatori di midollo in tutto il mondo con pazienti in attesa di un trapianto. Sapere che qualcuno e` guarito dalla leucemia o qualunque altra malattia avendo trovato un donatore con questo algoritmo mi riempie di gioia ancora oggi».

Tornando alla tua vita da expat, quando si pensa agli USA, nell’immaginario collettivo del mollo tutto e vado a vivere in America, vengono in mente altre città: New York, Los Angeles, Miami. Austin non è esattamente una destinazione da expat. Ci sono altri connazionali qui? E se sì hai modo di frequentarli? Insomma com’è il rapporto con la comunità italiana americana?

«Austin è una città moderna, piena di locali di food truck, birrerie artigianali e musica dal vivo (dagli artisti che suonano in ogni locale fino ai festival SXSW e Austin City Limits). Per farvi un esempio per capire come Austin è differente dal resto del Texas, pensate agli slogan tipo “Austin is a soccer city”, riferendosi alla squadra di calcio Austin FC, mentre nel resto del Texas si predilige, ovviamente, il football americano o il baseball oppure “Keep Austin Weird”, riferendosi alla cultura hipster di Austin (si dice che se vedi qualcuno vestito male e con la barba lunga, probabilmente è il CEO di una startup). È così in crescita che molte persone da NY e Los Angeles si stanno trasferendo qui (la popolazione nell’area di Austin-Round Rock-Georgetown aumenta di circa 130.000 persone ogni 2 anni – fonte austintexas.gov). Di italiani siamo un centinaio, una volta all’anno ci riuniamo e facciamo una festa tutti insieme, e ogni tanto organizziamo qualche altra uscita, ma non li frequento abitualmente. Il tempo è quello che è, magari vivono in un’altra zona della città (si dice che per andare da Austin a Austin ci voglia un’ora)».

Qual è l’aspetto che apprezzi di più della vita americana?

«Mi piace moltissimo l’approccio alla scuola superiore e alle attività extrascolastiche. Un esempio, può essere il cosiddetto “homecoming”, dove la squadra di football di una scuola superiore gioca una partita amichevole contro un’altra squadra locale. Se ne vedono di tutti i colori, dai giocatori che escono dalla testa di un drago gigante, alla coreografia della banda della scuola durante l’intervallo, all’incoronazione della reginetta della scuola, a ragazzi che corrono con le bandiere in mano dopo ogni touchdown, senza dimenticare le cheerleaders che sostengono la squadra. È un evento che consiglio a tutti di vedere se venite in America. Un’altra cosa, vedo che le aziende organizzano molte attività extra-lavorative alle quali si può prendere parte a spese dell’azienda. Poche settimane abbiamo gareggiato su go-kart, la prossima settimana andiamo a fare “axe-throwing”, una sorta di lancio con i coltelli, ma con un’ascia, senza contare tutti i pranzi, le feste, gli eventi e le attività di beneficienza. Di recente abbiamo organizzato un torneo di biliardino, sono arrivato secondo (è stata dura!)».

Qual è, al contrario, quello che proprio non ti piace?

«In Texas manca molto la spontaneità che avevo, per esempio, in Olanda, quando le persone mi mandavano un Whatsapp con scritto: “20 minuti in centro per una birra!”, per poi prendere la bicicletta e trovarci in centro. Austin è vasta e non ha né metropolitana né tram, ogni famiglia ha un’auto a testa e parlo di pickup o SUV giganteschi. Molte cose devono essere programmate in anticipo, per andare in centro o in qualunque altra zona, devi prima consultare il traffico su Google Maps, poi trovare un parcheggio, per fare tutto può volerci più di un’ora. Un altro aspetto che non mi piace della società americana è la regola per il quale un ragazzo deve frequentare la scuola superiore del proprio distretto (a meno che non sia una scuola privata). Ne consegue che molti vogliono vivere nei quartieri con le scuole migliori e ciò fa aumentare i prezzi delle case di quel quartiere. Per comprare una casa in quel quartiere devi avere un buon lavoro e per avere un buon lavoro devi andare in una buona università, nel quale hai possibilità di essere accettato se vieni da una buona scuola superiore. Un cerchio in cui è difficile entrare, ma, una volta entrati, basta qualche scelta finanziaria sbagliata o un licenziamento improvviso che ne rende facile e improvvisa l’uscita».

Gli Stati Uniti da sempre rappresentano per noi italiani, e non solo, quella terra promessa dove poter trovare fortuna e vivere bene. Ma è davvero ancora così? Ci sono ancora opportunità per gli italiani?A chi come te sta pensando a un trasferimento definitivo che consigli daresti?

«Secondo me sì, ci sono moltissime possibilità di carriera in qualsiasi campo, anche per gli artisti (non vi sentirete mai dire: “ahhh ma di lavoro vero cosa fai?”). In genere una possibilità viene data a tutti. Se state pensando ad un trasferimento, scegliete bene la vostra strategia per ottenere un visto, consultate sempre un immigration lawyer se avete domande e non credete a tutti consigli che trovate online, soprattutto a chi vi dice di emigrare illegalmente, ricordate che le leggi cambiano molto spesso, potreste trovare consigli che non sono più validi».

In tanti pensano che chi espatria sia un ingrato. Cosa pensi al riguardo?

«Sì, molte persone mi hanno detto che, se qualcosa non funziona in un paese, bisogna restare e cercare di cambiarlo. Però, quando vedi che il tuo lavoro non viene valutato come dovrebbe, penso sia giusto prendere baracca e burattini e tentare altrove. Inoltre, io l’ho sempre vista così: mi sento cittadino europeo, è mio diritto poter lavorare ovunque nell’Unione Europea; questo è un diritto di ogni cittadino europeo. Capisco chi non può trasferirsi per vari motivi, ma chi può e non vuole, vuol dire che accetta tacitamente le regole che vengono imposte dal proprio governo, accetta l’uso che il governo fa dei soldi delle sue tasse e, se proprio vuole cambiare le cose, nulla vieta di candidarsi ed essere eletto democraticamente. Fare politica non è mai stato lo scopo principale nella mia vita. Io sono solo un programmatore».

Come è cambiata la tua vita da quando sei negli Stati Uniti?

«Sono un tipo semplice, la mia vita non è cambiata poi molto, nel tempo libero mi piace ascoltare musica su vinile, bere birra artigianale e leggere manga in lingua originale. Ciò che facevo in Olanda, lo faccio anche qui. Ogni tanto vado a qualche concerto di qualche artista famoso e ogni tanto vado a vedere la squadra di calcio locale, l’Austin FC».

Ti manca l’Italia e hai mai pensato di ritornarci stabilmente?

«Più che l’Italia, mi mancano i miei amici. Ci sono persone con cui mi tengo in contatto anche quotidianamente. Guardo sempre le partite delle due squadre di baseball di Grosseto e le partite della mia squadra del cuore di calcio (il Bologna FC) su internet. Ogni tanto guardo qualche film o serie italiana in streaming, ma nulla di più. Mia moglie vorrebbe andare in pensione in Italia, io sono un po’ scettico a riguardo. Non capitemi male, l’Italia è bellissima, con i suoi monumenti, i suoi paesaggi e il suo cibo, ma se ripenso a come è gestita male, mi viene la pelle d’oca”. Se tornerò, comunque, sarà solamente dopo la pensione e per rivedere e stare con i miei amici, ma, prima di ciò, in Italia, forse e solamente in vacanza».

In che modo possono contattarti i nostri lettori?

«Mi potete trovare su Facebook e Linkedin (Christian Pasti) e, se avete qualunque cosa da dire e passare un’oretta come ospiti del podcast che conduco su YouTube insieme ad un mio amico di Grosseto, chiamato Platipo Podcast, non esitate a scrivermi!».