L’incredibile storia di Carlo, da carabiniere in Italia ad attore a Hollywood

Ci sono storie che sanno quasi di favola: e quella che raccontiamo oggi è una di quelle. Los Angeles, Hollywood, gli studios, il cinema. Chi, facendo l’attore, non ha accarezzato almeno una volta, il sogno di lavorare qui? Di approdare in questa città, rutilante e colorata, per avere un’opportunità? Carlo Carere ce l’ha fatta. E non per magia certo. Determinazione, costanza, volontà lo hanno portato due anni fa a sbarcare in quello che lui stesso definisce “un enorme set a cielo aperto”. E la sua è la storia di un cambiamento davvero radicale, in termini di professione e di vita, di impostazione mentale e rimessa in gioco. Carlo infatti in Italia era ufficiale dei carabinieri. Ora ha trovato le condizioni per vivere di due sue grandi passioni: la scrittura e la recitazione. Un percorso certo fatto di duro lavoro personale ma che, a Los Angeles, ha trovato di sicuro un terreno più fertile che in patria. Questa è la sua storia e un quadro davvero ben raccontato, di una città.

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Da ufficiale dei carabinieri ad attore, scrittore e sceneggiatore. Un cambiamento piuttosto radicale. Ce ne vuoi parlare?

È vero. È un cambiamento radicale. La differenza maggiore risiede nelle fase di preparazione. In accademia, durante l’addestramento, mi era stato insegnato a contenere le emozioni, i sentimenti. Cosa sacrosanta, perché quando ci si trova a gestire situazioni difficili, potenzialmente rischiose per sé e per chi è alle tue dipendenze, non ci si può permettere di mostrare il lato sensibile. Sarebbe dannoso, si perderebbe automaticamente credibilità. Nessuno è privo di sentimenti, ovviamente. Viene solo insegnato a controllarli, trattenerli. Alla scuola di recitazione, invece, ho dovuto imparare l’esatto opposto. Liberare e manifestare le emozioni sono la chiave dell’interpretazione. Quanto lo sono per la scrittura. Fu un grande traguardo vedermi piangere in scena davanti al pubblico. Una cosa impensabile pochi mesi prima.

Due attività praticamente agli antipodi: perché avevi scelto la carriera militare? Quasi ci fosse, inconsciamente già in quella scelta, un desiderio di ricoprire un ruolo. È una domanda provocatoria, non è un giudizio di valore. Me ne parli un po’?

Sai, agli inizi della mia seconda vita, come talvolta la definisco, sono stato quasi costretto a tenere nascosto il mio passato. Come fosse un problema rivelarlo, perché quando lo facevo, sovente non venivo preso sul serio dagli addetti ai lavori. Quando non lo dicevano apertamente, mi guardavano in modo strano, con un pregiudizio stampato negli occhi: “Ma quale attore? Eri carabiniere”. Devo dire che qui in America è molto diverso. Certe esperienze conferiscono punteggio invece che toglierlo. Fu a 14 anni che decisi di andare via di casa e finire il triennio del liceo in una scuola militare. Anche se il mio obiettivo non era la carriera militare in quanto tale ma diventare un investigatore e fare cose importanti. Hai ragione, volevo ricoprire un ruolo, sin da giovanissimo, per appagare la mia persona, (sono un pò narcisista lo ammetto), ma anche un desiderio innato di rendermi utile agli altri e difendere i più deboli. È un fuoco che ho dentro. E credo che qualsiasi cosa farò continuerà a divampare.

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Cosa ti ha spinto ad abbandonare una carriera così promettente per l’incertezza? Quando, come e perché hai capito che era arrivato il momento di seguire i tuoi veri talenti, le tue aspirazioni?

Permettimi una precisazione. Avevo talento anche come capitano. Lavoravo senza sosta. Amavo quel lavoro e non vedevo le inclinazioni artistiche incompatibili con esso. Anzi, per me ne rappresentavano un arricchimento. Erano due facce della stessa medaglia, in grado di coesistere in armonia. Ma a causa di una serie di esperienze, le cose sono cambiate. Esperienze che gradualmente, una dopo l’altra, mi delusero, facendomi maturare la certezza che non valeva la pena continuare a darsi in modo tanto generoso in quel settore e di riservare ad altro le mie energie. Parlo di situazioni di ingiustizie che non riconoscevano il talento di cui ho parlato, né le intenzioni genuine o l’impegno con cui si lavorava. Sovente, si respirava l’aria del “tutto dovuto” e il modo più efficace per non venire scavalcati ed essere trattati alla pari con gli altri era avere le spalle coperte. Credo sappia a cosa mi riferisco. C’e un episodio in particolare che merita menzione. Perché emblematico e segnò il giorno in cui mi convinsi una volta per tutte che avrei dovuto perseguire altrove la mia felicità. A quei tempi facevo servizio in Sardegna dove si ricercava un latitante, condannato per omicidio e sequestro di persona. Definito la primula rossa, per più di trent’anni avevano provato invano a prenderlo svariati reparti di polizia e carabinieri. Un giorno, con i miei uomini, riuscimmo ad individuare una persona sospetta che si nascondeva in un ovile. La spiavamo da lontanissimo e non era facile fare la comparazione con il superlatitante dato che l’unica foto in nostro possesso lo ritraeva di trenta anni più giovane. Quando maturammo una quasi certezza, basata più sull’istinto che l’oggettività, pianificai l’operazione di cattura. La situazione era complicata. Il soggetto andava in giro armato, l’ovile era circondato da cani sentinella e lui vi tornava solo la notte dopo aver trascorro il giorno nei boschi.

Studiai l’operazione nei minimi dettagli e prevedetti l’impiego di circa 70 uomini, consapevole che qualora le cose fossero andate storte sarei stato l’unico a pagarne le conseguenze. Anche perché il mio diretto superiore, un pò incredulo che si trattasse davvero della primula rossa, lasciò fare a me. L’operazione andò bene, la persona fu arrestata e quando constatammo che si trattava proprio del latitante, il mio superiore riprese le redini della situazione, intrattenendo i rapporti con i media. Giornali e telegiornali diedero la notizia e l’artefice dell’operazione, colui il quale aveva reso possibile l’arresto, divenne magicamente il mio superiore. Io scomparvi. Letteralmente. Arrivò persino un generale per la premiazione il quale in pubblico si complimentò con lui, per la sapienza con cui aveva diretto la cattura. Non potevo dire nulla perché se lo avessi fatto, in qualche modo, ne avrei pagato le conseguenze. L’evento è stato riportato in questi termini persino in un libro pubblicato di recente. Ormai il dato è così passato alla storia. A fare giustizia ci pensarono i miei dipendenti che mi regalarono una bellissima targa su cui incisero i fatti per come erano davvero andati. Fu un modo per reclamare la verità inter nos. Questo è solo un esempio. Potrei citarne altri ma non lo faccio perché so, e ci tengo a sottolinearlo, che certe cose avvengono perché il sistema Italia è fatto così. L’Arma dei Carabinieri ne rimane comunque una delle migliori istituzioni e sono fiero di averne fatto parte. Ognuno reagisce in modo diverso. Personalmente, trovandomi in situazioni del genere, mi è risultato difficile continuare a credere che quella fosse la strada giusta. Tutto qui.

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Come è stata accolta, all’inizio la tua decisione di cambiare così radicalmente la tua vita?

Non bene. I miei genitori, la mia famiglia, non erano contenti. Neanche gli amici più cari. Avevano tutta la ragione del mondo. Il mio è stato un salto nel buio che dall’esterno non poteva non essere visto come incosciente. Ma io, dentro di me, sapevo che se mi fossi aggrappato ai miei sogni e avessi continuato a perseguirli con perseveranza non avrei avuto nulla da temere.

L’America, Los Angeles, gli studios cinematografici: sembra quasi la trama di un film. Come ci sei arrivato? Quanta fatica e impegno ci sono dietro questo percorso?

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Vorrei precisare che io non mi sento affatto arrivato. La strada da fare è tanta e gli ostacoli molti. Mi considero ancora ai blocchi di partenza in una pista lunga quanto la vita. Se mi guardo indietro mi dico “ma come ho fatto a capire da dove cominciare?”. Ho dovuto imparare due nuovi mestieri. Intraprendere una seconda gavetta, e la prima, credimi, era stata assai tosta. L’impegno fu totale. Non passava giorno in cui non lavorassi per migliorarmi sia come attore sia come sceneggiatore. Ho fatto teatro, interpretato qualche ruolo in fiction televisive e ho una sceneggiatura tuttora opzionata da un validissimo produttore e regista italiano. A marzo uscirà anche il romanzo tratto dalla sceneggiatura.

Cercare di emergere o farsi notare in Italia è spesso una fatica ingrata, a causa di un sistema chiuso, clientelare e nepotistico. Sono venuto in America due anni fa, spinto dalla volontà di confrontarmi con una realtà meritocratica. L’America, terra delle opportunità, non è leggenda ma una cosa concreta. Lo si respira nell’aria. Qui, chi ha talento, le chance le ha per davvero. Forse non conquista una stella sulla Walk of Fame ma con la perseveranza si riesce sempre a fare qualcosa di buono. Sono arrivato a Los Angeles senza conoscere nessuno e con un inglese poco adeguato per uno scrittore. Dopo alcuni mesi ho firmato un contratto per scrivere una sceneggiatura. Cosa che in Italia avevo cercato di conseguire per anni, invano.

Che cos’è per te la scrittura?

Un modo per raccontare ciò che sento, levarmi le maschere ed essere me stesso senza veline, filtri e infingimenti. Il mezzo migliore per ascoltare la mia anima e far parlare il mio amore.

Parlaci di cosa significa fare il tuo mestiere in una città e in un paese in cui ciò che ha a che fare con il cinema gode di rispetto e considerazione. Un paese in cui il tuo mestiere è considerato tale a tutti gli effetti, con tutta la professionalità che richiede.

Los Angeles è un grande set a cielo aperto. Il cinema e la televisione sono ovunque. Negli occhi della gente, nelle speranze, nei loro discorsi. Dovunque vai, per strada, nei bar, nei locali trovi qualcuno che sta girando, recitando, scrivendo sceneggiature o pianificando progetti futuri. E’ la capitale mondiale dello show business e farne parte, a qualsiasi titolo, è quasi il requisito minimo per non sentirsi un estraneo…

Lo so che ci vorrebbe un libro solo per questo ma parlaci un po’ della “tua” Los Angeles.

È il luogo delle diversità. La cosa che più mi ha colpito appena sono arrivato qui è che le differenze vengono viste come una ricchezza. Sia che si vada in giro in giacca e cravatta sia in pantaloncini corti con piercing e tatuaggi dappertutto, nessuno commenta, nessuno giudica. Tutto, o quasi, è normale. Ed è anche una città che non dorme mai, piena di attività, luci, cose da fare, supermercati aperti 24 ore. La gioventù pullula così come la voglia di divertimento, che rappresenta il “pericolo” più grande per chi cerca di concentrarsi sulle sue cose. Se non si sta attenti, si viene risucchiati dal vortice, ed è difficile uscirne.

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Com’è l’ambiente del cinema di Los Angeles, dal punto di vista umano?

Molto competitivo. Talvolta risulta difficile creare legami umani autentici. Questo è forse l’aspetto più negativo della città, che fa soffrire un italiano abituato a certi valori. Qui arrivano persone da tutte le parti d’America e del mondo con l’obiettivo di realizzare i propri sogni. Molti tendono a rimanere nella loro ombra, con il loro focus, e ogni legame personale rischia di essere, in un modo o nell’altro, funzionale al perseguimento di un obbiettivo professionale. Per fortuna, ci sono splendide eccezioni.

Cosa ti piace di più di quella città?

Certamente il clima. Asciutto, pieno di sole e di luce. Spesso si va in spiaggia anche d’inverno. E poi la movida e la voglia di divertirsi. Per non parlare della positività e dell’ottimismo che caratterizza, tendenzialmente, il popolo americano. Qui per strada, soprattutto in alcuni quartieri, è usanza sorridere e salutare anche chi non si conosce. Per me è stato uno degli aspetti più sorprendenti e piacevoli a cui adattarmi. Ti dico anche una cosa che può sembrare frivola. Ma rientra tra quelle che più mi piacciono della città e dell’America: un senso innato del rispetto delle regole. Fatta eccezione per alcuni quartieri, ci sono persone che lasciano la porta di casa aperta durante il giorno, negozi incustoditi o la macchina accesa quando prelevano al bancomat. Quando quattro macchine giungono ad un incrocio con quattro stop, avviene qualcosa di automatico, come parte di una cultura innata o addirittura codificata nei geni. Chi arriva per primo passa per primo, il secondo per secondo e così via. Non mi è mai successo, in due anni, di assistere a una singola infrazione a questa regola. Pensa a quello che accadrebbe a Roma o nella mia Napoli in una situazione simile.

Hai avuto qualche particolare difficoltà all’inizio?

All’inizio non conoscevo quasi nessuno e mi sono sentito un pò solo. In pochi giorni però ho avuto la fortuna di incontrare persone eccezionali che mi hanno accolto come un familiare. La difficoltà più grande è stata, e in parte lo è ancora, la lingua. Una cosa è doversi far capire per sopravvivere. Altro è cercare di affermarsi. Soprattutto quando la lingua è lo strumento da cui dipende la vita o la morte di un’aspirazione come nel mio caso nella duplice veste di sceneggiatore e attore. Ho dovuto fare un velocissimo full immersion per compensare il gap e raggiungere un livello che consentisse di esprimere il mio talento in misura accettabile. Ovviamente c’è la lontananza dalla famiglia. Mi mancano mia madre e i miei fratelli che ho visto poco negli ultimi tempi. Skype è la manna dal cielo.

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Los Angeles, come New York, è una città che è entrata nell’immaginario collettivo, grazie a film e telefilm. In cosa invece è molto diversa da come viene rappresentata sul piccolo e grande schermo?

La cosa che meno si vede nei film è lo stress. La città è una delle più, se non la più, stressata d’America. Tutto si collega a quello che ho detto prima. Chi viene qui lo fa con la determinazione di realizzare i propri sogni. Qualche volta sembra di essere in un’olimpiade dove ci si allena e poi si va in pista per gareggiare. Ti faccio un esempio. Si dice che in media ogni mille sceneggiature scritte solo una riesca ad essere prodotta. Bisogna essere più bravi e fortunati di 999 persone. Beh, se non genera stress questo. Ringraziando Iddio, ci sono l’oceano, panorami mozzafiato, oasi naturali e tanti luoghi spirituali che frequento appena posso. Basta percorrere poche miglia ed è come arrivare in paradiso.

Ci puoi dire a cosa stai lavorando ora?

A marzo uscirà in Italia “Acque Letali” (Ciesse Edizioni) un romanzo ispirato a fatti veri concernenti il devastante traffico internazionale di scorie radioattive. E’ tratto da una sceneggiatura scritta nel 2006 e opzionata dal regista e produttore Fabio Segatori il quale, a causa del tema trattato, sta incontrando diverse difficoltà nella realizzazione del film. Trattando il romanzo di malattie e morti derivate dal losco business, abbiamo optato di devolvere tutti i proventi dei diritti d’autore del romanzo all’AIRC – Associazione Italiana per la ricerca sul Cancro. Ho scritto inoltre due sceneggiature che dovrebbero essere prodotte a breve in USA, delle quali purtroppo non posso parlare, in quanto vincolato per contratto a non rivelare informazioni. Posso dire che sono due thriller. Uno di essi è un thriller d’azione con leggere sfumature fantascientifiche. Un misto tra Minority Report, Nemico Pubblico e Bourne Identity.

La mail di Carlo Carere:

[email protected]

 

A cura di Geraldine Meyer