Voglio vivere così, senza espatriare

“Non smetteremo di esplorare

E alla fine di tutto il nostro andare

Ritorneremo al punto di partenza

Per conoscerlo per la prima volta.”

T.S Eliot

Hai 15 anni, siedi alla tua scrivania, guardi fuori dalla finestra e pensi di avere il mondo in mano. O meglio, pensi che potresti averlo il mondo in mano, che te lo meriteresti, se solo: i tuoi genitori capissero cosa davvero ti sta a cuore, non dovessi studiare materie inutili per il tuo futuro, gli altri non si aspettassero da te cose che tu sei certo di non volere e potessi comprare un biglietto di sola andata per la libertà.

Hai 25 anni, siedi davanti alla commissione di laurea e pensi di avere il mondo in mano. O meglio, pensi che potresti averlo in mondo in mano, che te lo meriteresti, se solo: il mercato del lavoro non fosse così incerto, la competizione degli studenti stranieri così alta, il posto fisso un miraggio e potessi essere libero di costruire il tuo futuro altrove.

Hai 35 anni, siedi di fronte al tuo pc in ufficio, guardi fuori dalla finestra e pensi di avere il mondo in mano. O meglio, pensi che potresti averlo il mondo in mano, che te lo meriteresti, se solo: non ci fossero le bollette da pagare, il mutuo che comunque è un investimento, la pensione che non arriverà mai, il matrimonio che alla fine s’ha da fare e potessi startene su una spiaggia assolata a bere mojito e sventolarti con una palma.

Bene, ti dirò un paio di cose, e ti avviso che da principio appariranno fastidiose.

Tecnicamente puoi andare in capo al mondo in cerca della realizzazione, ma non esiste correlazione provata tra una spiaggia bianca e la felicità. Non solo, l’Italia non è il paese peggiore in cui ti sarebbe potuto capitare di nascere, così come non è il migliore. E soprattutto, non esiste il lavoro ideale, né la vita perfetta, e l’unico che può davvero decidere di avere il mondo in mano sei tu.

Le nostre abitudini, le convinzioni, l’approccio che abbiamo nei confronti della vita, sono un bagaglio a mano: continuiamo a portarceli dietro nel corso di ogni spostamento. Ergo, non importa quanti chilometri mettiamo tra noi e un capo molesto, o tra noi e quel fedifrago del nostro ex, ci sono buone probabilità che se non cambiamo qualcosa dentro di noi torneremo a reiterare gli stessi comportamenti, innescando gli stessi meccanismi e raggiungendo quindi risultati analoghi a quelli da cui siamo fuggiti.

Un uomo saggio una volta mi ha detto che la fonte della felicità si trova un metro sotto i nostri piedi. All’epoca lamentavo una forte insofferenza lavorativa, non era un vero e proprio disagio, era più un prurito interiore, un fastidio, una sensazione di mancanza incolmabile che mi portava a voler fuggire il più lontano possibile. Quel metro di terra che avevo sotto i piedi, in cui ero stata invitata a scavare, mi sembrava arido e inutile.

Il saggio, per nulla contrariato dalle mie lagne, mi ha esposto una teoria. Lui riteneva che non esistesse un bacino inesauribile di entusiasmo da cui attingere, se non quello che ci portiamo dentro, e se fossi voluta partire a cercarlo probabilmente avrei potuto lasciare a casa il passaporto.

È stato allora che qualcosa in me è cambiato. Prima mi sono infastidita e ho inveito contro il saggio ottuso, ovviamente. Dopo però, dopo parecchio, ho iniziato a capire.

Il punto non è tanto trovare un posto dove possiamo finalmente diventare felici, il punto è acquisire la consapevolezza di poterlo essere ovunque.

cambiare vita

Orgogliosa di questa scoperta ho iniziato a raccogliere teorie ed esperienze, mie e di personaggi ben più illustri, e ad accorparle. Quel che ne ho ricavato è un percorso da fare insieme, che ho chiamato I Love My Job – Risveglia la passione per il tuo lavoro. Il corso rappresenta un insieme di teorie economiche, modelli di crescita personale, un po’ di visione olistica e qualche minima deriva spirituale.

La formula della felicità non esiste, esistono però numerosi strumenti che possono aiutarci a riscoprire il valore della nostra quotidianità e a cambiare la nostra vita, credo che valga la pena provarci prima di gridare alla panacea dell’espatrio, anche perché nonostante l’apparente complessità e gli impedimenti finanziari o burocratici, cambiare nazionalità rimane comunque la strada più semplice. La più soddisfacente a priori, questo no, non mi sento di garantirlo.

Veronica Dolce

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