Il suo destino di “giramondo” ce l’ha stampato nel suo nome di battesimo. Si chiama Vaifra Melchiorri. Vaifra è un mix. Suo padre ha messo insieme quello delle nonne, Afra, che deriva da Afer, Africa e quello di una tipografia. Trentotto anni, di Imola, in provincia di Bologna, da alcuni anni voleva chiudere baracca e burattini, dimettersi dal lavoro ed emigrare. Alla fine ce l’ha fatta.

girare il mondo

Ha parlato di nausea da routine! Ma sa che poi viene a noia anche la novità? Ci racconti la sua storia

Ho sempre amato e desiderato viaggiare, ma non avevo i mezzi per farlo. Mi sono accontentata di un diploma di operatore turistico per viaggiare almeno con la fantasia. Quando ho iniziato ad avere uno stipendio decente ho comprato casa e la vita sembrava finita lì.

In che senso?

Un lavoro fisso in un’azienda a tre chilometri da casa, tanto che ci andavo in bicicletta. Una vacanza due volte l’anno e frequenti week end in giro per l’Europa con l’obiettivo di soddisfare almeno in parte la voglia di girare il mondo. Ma non ero contenta.

Perché?

Non ero certo infelice. Al contrario, avevo una vita piena e tutt’altro che monotona, ma non era sufficiente. Pur amando il mio lavoro, mi mancava qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco. Mi sentivo solo imbottigliata. Compressa. Tutti mi dicevano che era ora di mettere su famiglia e placare così la mia irrequietezza, ma non ero convinta che questa fosse la soluzione. E mi dicevo: ‘Perché mettere il freno ad un desiderio che si può esaudire? Così per anni ho continuato a blaterare, parlare con molti del mio desiderio di partire. Ma non avevo in mente una destinazione E alla fine mi scoraggiavo.

C’erano altri fattori che la bloccavano?

Avevo comunque bisogno di un reddito per pagare il mutuo. Il futuro un po’ mi spaventava. E poi pensavo che mi sarei ritrovata a provare noia anche per una casa, un posto ed un lavoro nuovi. Poi, però, mi consolavo pensando ad ambienti in cui si può essere se stessi senza sentirsi sfigati.

Cioè?

Da noi non puoi uscire se non sei perfettamente agghindato. Se non hai jeans firmati sei tagliato fuori, se non hai l’automobile giusta sei un perdente, se non hai l’orologio di marca non sei nessuno. Non ho mai capito queste cose e sono sempre passata per una specie di disadattata. Le mie amiche à la page non facevano altro che deridermi. Ora, penso, abbiano capito. Certo, anche a me fa piacere esser vestita bene, ma non voglio sentirmi obbligata ad uscire tutte le mattine come per andare ad una sfilata di moda. Non ci devono essere problemi se non mi trucco, se non metto lo smalto non significa che sono una sfigata, se nella borsetta non ho il rossetto non vuol dire che sia una sciattona! Tutte queste cose mi spingevano ad andare via. A cercare altro, l’essenza delle cose. Ed ero sicura di trovarla al di fuori del mio mondo. Ma come arrivarci? Era questa la mia preoccupazione.

Poi?

Alla fine ho deciso, di punto in bianco ho pensato ora o mai più, devo tagliarmi il cordone ombelicale per costringermi a muovere il sedere, se no mi ritrovo vecchia a guardarmi indietro e a vedere solo le cose che volevo fare e non ho mai fatto per mancanza di coraggio.

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Cosa è successo?

Ho dato le dimissioni dal lavoro, tre mesi e mezzo di tempo per trovare un’idea. E’ stato durante il periodo di preavviso che per puro caso mi è stata lanciata l’idea di lavorare su una barca. Non sapevo nemmeno cosa fosse. Detto fatto. Ho pubblicato un annuncio su Internet. Ho scritto che non sapevo fare niente, non avevo esperienza ma mi proponevo come hostess alla pari durante il mese di agosto. Sono stata chiamata da una grossa Compagnia italiana per un charter di due settimane alle Grenadine. Ignoravo la loro esistenza. Ma ho accettato. Quando ho scoperto che erano ai Caraibi non stavo più in me dalla gioia, non ci potevo credere: andare ai Caraibi senza pagare un soldo! A novembre sono partita ufficialmente per imbarcarmi su un catamarano sul quale sono stata un anno. Non sapevo fare veramente niente di niente, era tutto così nuovo e stimolante, ero gasata ed entusiasta come non mai, e ho iniziato a scrivere a casa lunghe mail in cui raccontavo le mie (dis)avventure. Un amico mi ha consigliato di aprire un blog, http://vaifra.blogspot.com/ , altra sfida per me che con la tecnologia non ho mai avuto troppo feeling.

Com’è andata?

Il blog ha avuto un successo inaspettato, tanto che, seguendo i suggerimenti di alcuni amici, ora sto scrivendo un libro. Il progetto è in cantiere, quasi ultimato, mancano gli ultimi ritocchi e sarà in vendita tra breve.

Cosa si prova lavorando su una barca?

Ho trovato la mia dimensione. In barca è fantastico, perché si azzerano certe differenze sociali che a terra sono troppo evidenti e fastidiose. Ovviamente parlo delle piccole barche a vela. Il mondo degli yacht al contrario esalta queste differenze, ma è una cosa tanto differente che nel suo genere non guasta! D’estate lavoro soprattutto sugli yacht a motore, e quello è lavoro. D’inverno lavoro sulle piccole barche a vela, e quella è vita. Mi piacciono entrambe le situazioni, anche e soprattutto perché sono una gemelli al cento per cento e mi annoio facilmente. In questo modo alterno periodi di lavori differenti e non mi scoccio mai. Non c’è routine.

Perché?

E’ vero, alla fine vedo sempre gli stessi posti e faccio le stesse cose, ma ogni settimana lo faccio con persone diverse, ed è questo che continua a darmi l’entusiasmo e la carica che non mi fanno ancora annoiare di questo lavoro. Sono le persone che fanno la mia vita. Ogni crociera ha un suo carattere, conosco sempre gente nuova, ci vivo insieme per una settimana o più, 24 ore su 24 in uno spazio tutto sommato ristretto, e in barca non esistono maschere. Viene fuori quello che sei davvero. In questi bareboat un avvocato di grido e l’ultimo degli operai mangiano le stesse cose alla stessa tavola, sono trattati allo stesso modo, ed entrambi stanno in costume da bagno. Cessano di essere due ranghi sociali per divenire semplicemente due persone, e tra di loro è solo il carattere a fare la differenza, non certo il vestito o l’automobile o la villa. Non è fantastico tutto ciò?

C’è altro?

Nel mio lavoro ho a che fare con persone in vacanza, che chiedono solo di rilassarsi e divertirsi. Non è difficile! E’ per questo che ad ogni crociera ci metto l’anima. Dopo un anno di lavoro e stress chi viene qui in vacanza ha il sacrosanto diritto di vivere un sogno. Dò tutta me stessa e lo leggo negli occhi dei miei ospiti, sempre entusiasti. Questo mi regala soddisfazioni che, penso, nessun altro lavoro sia in grado di offrire.

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E’ sempre tutto semplice?

A volte è dura, soprattutto dal punto di vista fisico. Quando sono in charter lavoro 24 ore su 24, non c’è riposo, non c’è pausa. Non ci sono né Natale, né Capodanno. Ma sto molto bene. Quando sono esausta, prendo un minimo di riposo e mi riprendo. Sono più di cinque anni che non faccio una vacanza: non ne sento proprio il bisogno. Sono assolutamente innamorata delle Grenadine. I primi anni consideravo la Martinica solo una buona base logistica. Negli ultimi tre anni l’ho conosciuta meglio e ho scoperto che mi piace davvero tanto. Mi sono ripromessa di conoscerla meglio. Non sono stata ancora nella parte settentrionale dell’isola: dicono sia stupenda.

E le persone come sono?

Mi piacciono, perché sono sorridenti. La vita è un po’ cara, ma tutto sommato, facendo un po’ di attenzione, si campa bene.

Ci sono tanti italiani?

Sì. A parte il periodo di Natale, in cui si sente parlare più italiano che francese, anche gli italiani che vivono sempre qui, e più o meno ci si conosce tutti.

Cosa farà tra qualche anno?

E chi lo sa? Mi piacerebbe tanto anche riuscire a stabilirmi qui, ma poi ho paura degli attacchi di nostalgia per la mia famiglia. Anche se a casa non ci sono mai, un conto è sapere che sto qui per sette mesi l’anno e gli altri cinque in giro per il Mediterraneo. Un altro conto è sapere di spostare la mia vita a dieci mila chilometri da casa. Di fatto non cambierebbe nulla, ma le mie radici le sento ancora in Italia. La mia casa è ad Imola. Ci sono ancora tanti posti che voglio vedere, ma poi ho paura che la vita sia troppo breve. Non voglio andare in un posto e starci una settimana da turista, mi piace vivere i luoghi. Chissà. Magari domani trovo una barca che fa il giro del mondo, l’equipaggio che mi va a genio e parto, o forse no.  Forse apro un bar a Miami. Forse vado a fare l’insegnante di Italiano in Cina. Oppure in Alaska a vendere il gelato. Come in tutte le cose il primo passo è sempre il più difficile, il resto è discesa. Il primo passo, quello di partire, l’ho fatto, e ora non mi spaventa più nulla. Non penso neanche troppo al futuro, prendo quel che viene quando viene, il resto vien sempre da sè.

Arrivata a questo punto cosa dice?

Penso di esser stata fortunata nella vita, ho trovato quel che mi serviva senza neanche sapere che lo cercavo. Non vorrei dire una fesseria, ma penso che questo fenomeno abbia un nome: serendipity.

[email protected]rvista a cura di Cinzia Ficco