Dove andiamo? Una domanda consueta per chi si appresta a fare la valigia e a lasciare pensieri e preoccupazioni chiusi dietro la porta di casa per un periodo ragionevolmente lungo. Meno consueta è invece la domanda: da dove veniamo? A porsela, in rapida successione rispetto alla precedente, sono quanti – sempre più – decidono di investire il loro tempo libero nella ricerca delle loro origini.

Si tratta di un fenomeno in rapida ascesa, al punto tale che gli esperti di tendenze hanno già elaborato una definizione: genealogy tourism. Si tratta, molto banalmente, di una tipologia di turismo legata al desiderio di molti di scoprire le radici della propria famiglia. Un desiderio per soddisfare il quale non pochi sono disposti a viaggiare in lungo e in largo per il pianeta a caccia delle tracce esistenziali lasciate dai loro progenitori.

Di solito si parte da qualche fotografia sbiadita conservata in vecchi album o da certificati di nascita o matrimonio a cui seguono affannose ricerche sul web. Prima una pista labile, poi qualche sospetto, infine prove certe che impongono l’acquisto del biglietto aereo. Secondo gli analisti della storia del costume, i primi a sentire l’esigenza di partire per seguire come segugi le vestigia di vite antiche e ormai sprofondate nell’oblio sono stati gli statunitensi. Una storia di forte immigrazione, la loro, che gli ultimi discendenti hanno voluto provare a seguire a ritroso.

alla ricerca delle proprie origini

Irlanda la meta privilegiata, ma non solo: molti di essi, convinti di trovare nel Vecchio Mondo una risposta ai loro perché, sono rimasti sorpresi nello scoprire che alcuni rami familiari hanno poi preso strade divergenti e si sono sviluppati lungo direttrici geografiche ben diverse, complicando il viaggio di ricerca e ampliando per forza di cose le risorse da investire nel progetto. Giusto per dare un’idea della portata del fenomeno, basti ricordare che nel 2009 la Scozia diede vita ad un festival (poi iterato sotto forme e modalità differenti nel 2014) specificamente dedicato a quanti speravano di trovare tra le verdi brughiere un segnale, anche minuscolo, che parlasse la lingua della loro famiglia.

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Molti altri hanno invece seguito itinerari diversi, com’è ovvio: la storia dell’antropizzazione del pianeta pullula di migrazioni, movimenti e spostamenti più o meno massicci ed ora che percorrere terre e superare montagne non è più un problema, numerosi sono stati e sono coloro che hanno pensato di completare la conoscenza di sé aggiungendovi quella dei loro antenati.

Secondo la professoressa Carla Santos dell’Università dell’Illinois quello del genealogy tourism è uno dei settori del marketing turistico dalle più ampie prospettive di crescita: un parere suffragato da numeri in rapida ascesa di anno in anno, che coinvolgono non solo cittadini americani, ma anche europei, come quelli che cercano in Europa centrale tracce del movimento di nonni e bisnonni, o israeliani, desiderosi di capire le tragiche conseguenze delle deportazioni naziste.

Inevitabilmente la ricostruzione del proprio albero genealogico è diventato punto di interesse anche per alcune agenzie di viaggio, che oggi sono in grado di offrire ai loro potenziali clienti una serie di servizi volti ad agevolare il loro lavoro di ricerca. Voli, noleggi, sistemazioni, certo, ma anche contatti, biblioteche, esperti: nuovi pacchetti per trasformare il viaggio di piacere in qualcosa di più significativo e pregnante. Ai più pigri viene invece offerta l’opportunità di viaggiare nella rete e di provare a rimettere insieme i pezzi della propria famiglia via pc, anche se non è la stessa cosa. Il viaggio è di per sé conoscenza: partendo alla ricerca delle proprie radici diventa allora possibile provare a chiudere il cerchio. Dove andiamo, da dove veniamo, ma, soprattutto, chi siamo: una risposta, in questo caso, è davvero possibile.

Gianluca Ricci