Compassione

La vera compassione nasce osservando la sofferenza dell’altra persona. Sperimentando un senso di responsabilità, desiderando fare qualcosa per questa persona. Esistono 3 categorie di compassione. La prima è il desiderio spontaneo che altri esseri senzienti si liberino della sofferenza. La loro sofferenza ci sembra insopportabile e desideriamo aiutarli.

La seconda, non è solo desiderare il loro benessere, bensì assumere un vero senso di responsabilità, un compromesso ad alleggerire la sofferenza di tutti gli esseri senzienti e a liberarli dalle loro circostanze indesiderabili. Questa classe di compassione si consolida comprendendo que gli esseri senzienti sono impermanenti, tuttavia attaccandosi alla prorpia identità come se fosse permanente, sperimentano gran confusione e sofferenza.

Un autentico senso di compassione, genera uno spontaneo senso di responsabilità a lavorare in beneficio degli altri; questo ci invita a comprometterci. La terza categoria di compassione si consolida riconoscendo que sebbene gli esseri senzienti abbiano una natura interdipendente e manchino di una esistenza indipendente, continuano ad afferrarsi all’idea che la propria esistenza sia indipendente per natura.

La compassione accompagnata a questa classe di percezione rappresenta il livello di compassione più alto che esiste”.

Dalai Lama

Il Dalai Lama descrive un vero e proprio cammino verso la compassione. Credo che prima ancora di iniziare a cimentarsi con il primo livello di compassione descritto, sia necessario “preparare il terreno”.

Come possiamo sperare di ottenere una pianta sana e forte, capace di darci frutti genuini e durevoli, se prima di seminare non abbiamo preparato il terreno. In questo caso bisognerà smuovere la terra, in modo che possa ossigenarsi bene, liberarla dalla presenza di altre piantine che potrebbero togliere nutrienti a ciò che desideriamo seminare, quindi concimare (possibilmente naturalmente) la terra e infine lasciare che l’acqua e il sole bendicano la semina e la crescita.

Più o meno allo stesso modo, prima ancora di avvicinarsi a lavorare con la compassione, abbiamo bisogno di smuovere le nostre strutture e credenze, far tremare i pilastri che sostengono il nostro Ego, essere consapevoli dei numerosi “Io” che abitano la nostra casa interiore, osservarli, ed iniziare ad allontanare quelli più artificiali di altri, che abbiamo creato per difendere e conquistare status sociale e pseudo-sicurezze, soddisfacendo un impulso inconscio di sopravvivenza sociale, familiare ecc.

Quindi concimare il nostro “Io guida” (quell’”IO” tra tutti quelli che abitano la nostra casa interiore, che risulta essere colui che organizza le attività, dirige i lavori ed ha un legame più stabile e frequente con il capo supremo, la nostra vera natura: l’essenza) con buona dose di umiltà, sincerità, unione, integrità, accettazione, cooperazione, fratellanza, allegria, onestà, rettitudine, moralità, ecc.

Preparato il terreno, possiamo quindi contattare il vivaio o un conoscente che ci fornisca i semi: stiamo per piantare il primo livello di compassione (descritto dal Dalai Lama).

Molti saltano la parte di preparazione del terreno (perchè non ne vedono la necessità o perchè ignorano l’importanza) e si recano direttamente dal venditore di semi. Capita così che si iscrivono, ad esempio, ad un corso di meditazione, che incominciano a frequentare il Tempio buddista X o la terapia Y.

Tuttavia, passato un tempo, si rendono conto che non sono in grado di portare nella vita di tutti i giorni quello che credevano aver imparato.

Al primo qui pro quo con Mr. X, cadono vittima dell’Ira, ovvero, le piantine che stavano incominciando a crescere, non hanno la forza sufficiente per resistere ad una prima tormenta, muoiono tutte e bye bye compassione.

La cosa peggiore è che, non rendendosi conto di aver fallito per la mancanza di preparazione del terreno, rinunciano per mancanza di motivazione, abbandonando così il campo, e il cammino della compassione.

vivere il cambio

…Incluso un nostro nemico ci è molto utile, perchè per praticare la compassione abbiamo bisogno di praticare la tolleranza, il perdono, e la pazienza, gli antitodi contro la Ira.

E per poter praticarli, abbiamo bisogno che qualcuno ci crei un problema. Sotto questo punto di vista, non c’è ragione di sentirsi furiosi con il nostro nemico, o verso colui che ci ha creato un problema. In realtà dobbiamo sentirci grati per l’opportunità che ci offre.

Al di là del fatto che abbia o meno tentato di beneficiarci oppure no, tutte le volte che ci ritroviamo con qualcuno che ci aiuta, possiamo approfittare di questa opportunità.

Potremmo, come sarebbe naturale, affermare che il nemico non voleva aiutarci, al contrario, che aveva intenzione di danneggiarci e che per questo, la ira che sentiamo è giustificata. Questo è certo.

Cataloghiamo a qualcuno come nemico perchè ha l’intenzione di danneggiarci. Tuttavia, se un chirurgo deve amputarci una parte del corpo, poichè generalmente non ha l’intenzione di danneggiarci, non lo qualifichiamo come nemico.

Tuttavia, poichè il nostro nemico ha l’intenzione di farci del male, lo qualifichiamo e identifichiamo come un nemico e per questo ci offre l’opportunità di praticare la pazienza e la tolleranza. Per poter praticare la compassione verso tutti gli esseri, è importante essere capaci di generare un autentico sentimento di pazienza e tolleranza verso i nostri nemici.

E per imparare a coltivare una pazienza genuina verso i nostri nemici, c’è un certo tipo di esercizio mentale. Ad esempio se siamo stati feriti con una pistola e ci sentiamo furiosi, dobbiamo analizzare la situazione e pensare: “perchè sto arrabbiato?”.

Se sto furioso con ciò che mi ha ferito, dovrei esserlo con la causa diretta della mia ferita, in questo caso il proiettile. Tuttavia, se devo sentirmi furioso con la causa ultima che mi ha ferito, dovrei esserlo con la Ira dell’individuo che mi ha sparato. Tuttavia non è così.

Io non sto furioso con il proiettile o con la ira di questa persona, ma con questa persona, che è stato semplicemente il mezzo. In altre circostanze, questa persona potrebbe essere stato un buon amico.

Cosi, allo stesso modo con cui vediamo quanto può essere distruttiva la ira generata dentro di noi, come distrugge la pace della nostra mente, il nostro equilibrio mentale, ecc., scopriamo che lo stesso accade con la ira generata nella mente del nostro nemico, poichè incide sulla sua mente e la sua felicità.

In conseguenza, quando qualcuno dominato dalla ira ci ferisce, al posto di sentirci furiosi con lui, dovremmo sentire compassione e pietà perchè questa persona sta soffrendo. Il fatto di riflettere in questo modo ci aiuta a diminuire la forza della nostra ira.

Quando eserciteremo la nostra mente in questo modo, un pò alla volta, saremo capaci di estendere la nostra compassione verso tutte le creature viventi, inclusi ai nostri nemici…” Dalai Lama

Quante volte ci capita di sorprenderci irritati con qualcuno? Un buon esercizio per trarre tesoro da questa situazione conflittiva di stress è acquisire consapevolezza; la causa dell’irritazione non è fuori bensì dentro di noi.

Supponiamo che conversando tranquillamente con un amico, sentiamo irritazione quando, iniziando a lamentarsi del costo della vita, augura il male alla classe politica dirigente. A questo punto vale la pena osservarci perchè una cosa è certa: possiamo essere in accordo oppure no, però se sentiamo irritazione per quello che dice, questa irritazione è nostra e soltanto nostra.

In fisica del suono si dice che quando 2 punti hanno la stessa frequenza, allora accade la comunicazione. In questo caso, la dimostrazione che qui c’è comunicazione è la nostra reazione emozionale. Quello che accade non ci lascia indifferenti.

E se accade la comunicazione, vuol dire che dentro di noi, probabilmente nell’incosciente (ovvero in quella parte di noi di cui ignoriamo completamente l’esistenza e il funzionamento) c’è un piccolo “Io” che la pensa esattamente come lui.

E’ probabile che questa piccola parte di noi non desideri il male della classe politica dirigente, tuttavia che lo abbia o lo stia augurando a terzi (che nella nostra vita simbolicamente rappresenta la “nostra” personale classe politica dirigente) è più che certo; per l’incosciente il padre reale e simbolico è lo stesso. Stiamo parlando dell’ombra personale, che a giudizio di Jung rapprensenta il tesoro scomparso di ciascuno di noi, che una volta sanato e integrato, ci renderà completi. Tornando all’esempio, l’esercizio che propongo è molto semplice.

Ci domandiamo con chi siamo in conflitto e perchè, ad esempio “sono irritato con Tizio perchè augura il male ad altri esseri viventi e questo non va bene”. A questo punto giriamo la domanda verso noi stessi “in che situazione, in che momento io sto augurande il male ad un altra persona?”.

Il comportamento, la frase, il pensiero ecc, che ci da fastidio in una persona è nostro e soltanto nostro. Se ci da fastidio, ovvero produce un qualche tipo di emozione (letteralmente e-movere: alterare il nostro stato attuale e invitarci a muovere verso un’altra direzione), ovvero produce una comunicazione, è perchè dentro di noi c’è, seppur in piccola parte, esattamente quel pensiero, comportamento, parola che ci sta dando fastidio nell’altro.

Se invece ci capita di non essere daccordo con una posizione presa da un’altra persona senza che questo ci “muova” dal nostro stato del momento, ovvero senza che avvertiamo la carica emozionale, allora significa che non si tratta di una ombra personale.

Se vogliamo avvicinarsi alla compassione è auspicabile iniziare ad integrare l’ombra personale. Stando in auto osservazione e applicando questa semplice tecnica ci renderemo conto della quantità di persone e situazione che ci irritano durante il solo trascorrere di una giornata.

Bisogna, certo, aguzzare i nostri sensi e ben presto osserveremo tutto ciò che normalmente non vediamo. Una volta individuata un’ombra personale, quello è il punto di inizio per un lavoro. Osservare come funziona, perchè si attiva ecc.

Infine acquisire consapevolezza della sua esistenza e integrarla.

Si tratta di un lavoro a tempo pieno, tuttavia a mio avviso, si tratta del “lavoro” principale che siamo chiamati a svolgere. Onorare la nostra vita è onorare la vita dell’umanità, attraverso l’auto-conoscenza e la consapevolezza. Infine, l’inizio della compassione.

Pierluigi Giarrusso

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