Da uno scambio di e-mail a una nuova vita insieme in Australia. Non è la trama di una commedia americana, ma quello che è successo a Flavia e Scott. Italiana lei, americano lui. Flavia vuole perfezionare il suo inglese, Scott imparare la lingua di Dante. È così che iniziano a conoscersi in uno dei tanti siti dove persone di tutto il mondo possono parlare tra di loro. Si scambiano lunghe lettere, chiacchierando e raccontandosi. Il risultato? Dopo pochi mesi si innamorano, e tra una lezione e l’altra, un messaggio e una chat, decidono di passare la vita insieme, sposandosi. In poco tempo si ritrovano catapultati in una nuova realtà. Lui, che già aveva lasciato Miami e la costa occidentale degli Stati Uniti, vive negli Emirati Arabi dove lavora per il ministero dell’Educazione. Lei, appena può, lascia la Liguria e il suo lavoro da infermiera e lo raggiunge senza pensarci due volte, per passare con lui il resto della sua vita. Dopo tre anni nel deserto, dal gennaio del 20015 risiedono in Western Australia, a 300 chilometri da Perth.

Scott continua a occuparsi di educazione, mentre Flavia lavora in ambito sanitario come “assistant in nursing”. Laureata in Italia con lode sta cercando di farsi riconoscere il titolo di studio che in Australia non viene automaticamente accettato. Nel frattempo, con lo pseudonimo di Phaedra, cura un blog dove racconta la sua vita di tutti i giorni nel bush australiano, l’immensa e sconfinata prateria tipica della terra dei canguri. Terra che Flavia ama profondamente, come lei stessa racconta nel suo “From another point of view – Diario di una farfalla curiosa”. Così come ama l’odore del bush di notte, le corse su “Torcina”, la sua macchina ventiduenne. E ancora: il colore dell’acqua dell’oceano sulla costa sud, quel celeste cristallino che contrasta con la sabbia bianchissima. Nel corso della sua vita ha frequentato tre diversi corsi universitari, molte lezioni di lingua e uno stage di calligrafia cinese che «non mi servirà mai ma che è stato bellissimo». Ha due gatti con problemi di identità: Fluffy e Chai. Il primo è convinto di essere un uomo d’affari vegetariano e si ritiene intellettualmente superiore alla sorella adottiva.

Flavia, come vi siete conosciuti con tuo marito Scott?

«Ci siamo conosciuti online, su un sito per trovare amici di penna. Abbiamo iniziato con una e-mail alla settimana, ma dopo un paio di mesi ci scrivevamo già tutti i giorni. Infine Scott è venuto a trovarmi in Italia».

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Un lungo scambio di e-mail, dunque, prima dell’atteso e fatidico incontro. Raccontaci come e quando vi siete incontrati di persona e che sensazioni avete provato. Vi eravate già visti, non so penso a Skype?

«Era una serata di fine ottobre, verso le 21 ed ero all’aeroporto ad aspettarlo. Ricordo che ero nervosissima e preoccupata. Via mail andavamo d’accordissimo, ma dal vivo è un’altra cosa. Non avevamo mai parlato su Skype, perché Scott aveva un vecchio computer senza videocamera. Io ero anche molto preoccupata che il mio inglese non fosse abbastanza buono: non riuscire a capire subito quello che mi avrebbe detto, non avere le parole per rispondere. Ci eravamo però scambiati delle foto. Mentre aspettavo agli arrivi non riuscivo a capacitarmi del fatto che questo ragazzo americano conosciuto online stesse venendo a trovarmi. Sembrava troppo bello per essere vero e avevo il terrore di cacciarmi in qualche terribile guaio. Poi le porte si sono aperte e lui è apparso con la sua valigia. E prima ancora di riuscire a pensare lo stavo già abbracciando. Ricordo di aver pensato: “E’ lui. E’ qui” e poi basta. Ero troppo emozionata!».

E poi il matrimonio. Una decisione presa di getto, ma vincente. Lui ti ha chiesto di sposarti una settimana dopo averti incontrata di persona. Che cosa ti ha spinto ad accettare?

«Non ho avuto il minimo dubbio. In tanti hanno provato a scoraggiarmi, mi hanno detto che era troppo presto, che non ci conoscevamo, che sarebbe stato un passo avventato. Io però lo amavo e ho sempre pensato che se si crede in qualcosa bisogna andare fino in fondo, senza timore. Meglio rimorsi che rimpianti. Oltre a questo, all’epoca Scott lavorava già negli Emirati Arabi, e sposarci era l’unico modo per poter stare insieme. Negli Emirati, infatti, per legge le coppie non sposate non possono convivere».

Da allora inizia la tua vita da expat. Per tre anni siete stati nel deserto, negli Emirati Arabi? Precisamente dove? Di cosa vi occupavate lì?

«Scott all’epoca lavorava per il ministero dell’Educazione nell’emirato di Abu Dhabi, nell’immensa regione ad ovest della capitale. Abitavamo in un paesino in mezzo al deserto a metà strada tra la città e il confine con l’Arabia Saudita. Per alcune ragioni io non potevo lavorare, per cui facevo la casalinga a tempo pieno».

Clima tipicamente desertico, economia in forte espansione dove sempre più italiani decidono di investire e trasferirsi, paesaggi suggestivi ma anche una cultura completamente diversa da quella occidentale. Come era la vita lì? È stato difficile ambientarsi?

«La vita era sicuramente diversa da quella a cui ero abituata. Prima di tutto il clima, la temperatura che d’estate superava i 50°C già a giugno, le tempeste di sabbia, la terribile nebbia invernale. L’appartamento in cui abitavamo era poi alquanto problematico, strapieno di scarafaggi enormi, con grossi problemi di muffa e perdite d’acqua. Il paesino, infine, non offriva nulla eccetto un piccolissimo supermercato con pochi articoli. Andavamo due volte alla settimana ad Abu Dhabi a fare la spesa. Nonostante questo, vivere lì è stata un’esperienza bellissima. Dico davvero. Avevamo un sacco di amici, i nostri vicini di appartamento americani e poi varie famiglie egiziane e giordane che abitavano anche loro nel palazzo. Un’altra cosa determinante per la mia integrazione è stato decidere di indossare l’abito tradizionale delle donne arabe, l’abaya, completo di shayla, il velo che copre i capelli. Non ero obbligata, è stata una mia scelta, ma grazie a questa ho potuto integrarmi e fare esperienze bellissime. Ho ancora abaya e shayla, li ho portati con me qui in Australia e li tengo in un cassetto come un ricordo prezioso».

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Dopo tre anni, nel gennaio 2015 ancora un trasferimento. Questa volta per una terra ancora più lontana: l’Australia. Che cosa vi ha spinti fino all’altra parte del mondo?

«Sapevamo fin da subito che non saremmo rimasti a lungo nel deserto. Io desideravo fortemente lavorare e anche Scott cominciava a pensare ad altri lidi. L’Australia attirava tutti e due, se non come residenza definitiva almeno per un soggiorno di qualche anno. Così abbiamo provato a fare domanda per il visto di residenza permanente e in pochissimo l’abbiamo ottenuto».

Vivete nel bush australiano, lontano dalle metropoli e dai grandi centri. Un ambiente selvaggio e naturale. Cosa si intende per bush? E cosa vedi dalla tua finestra in questo momento?

«Genericamente con la parola “bush” si intende la campagna australiana, quello che c’è fuori dalle grandi metropoli. Quando il bush diventa davvero remoto e lontano allora si parla di “outback”. Siamo appena ritornati da un viaggio di due settimane nell’outback, quello sì, è davvero naturale e selvaggio. Il bush è più “addomesticato”: ci sono più infrastrutture, le strade sono asfaltate e la posta arriva regolarmente. Certo, vivere qui comporta dei disagi. Per farti un esempio, dopo un inverno gelido finalmente sta arrivando l’estate. Oggi ci sono 40°C e un vento terribile e siamo in allerta bushfire. I Parchi nazionali e le scuole sono chiuse. Non si scherza con gli incendi, da queste parti. Dalla mia finestra vedo il giardino sul retro della casa, lo steccato che delimita la proprietà e l’eucalipto in fondo al giardino».

E’ stato difficile allontanarsi così tanto dall’Italia e ricominciare più volte tutto dal principio?

«E’ stato difficile ricominciare più volte tutto dal principio, sì. Conoscere persone, trovare i negozi, individuare un buon medico di famiglia, informarsi sulle utenze, trovare casa, questo è davvero stressante».

Come è cambiata la tua vita da quando vivi qui? E quali i vantaggi e gli svantaggi di vivere in Australia?

«Quando vivevo in Italia ero una persona molto timida e chiusa, con pochi amici e avevo il terrore di guidare. Andare a vivere all’estero è servito anche per uscire dal mio guscio e migliorare il mio carattere: oggi sono piena di impegni, lavoro a tempo pieno e faccio molto volontariato. Mi sento molto più felice e “completa”. Oltre a questo, lavoro in un paesino a 55 km da qui, quindi guido 110 km ogni giorno. Tra i vantaggi dell’Australia metterei sicuramente la situazione economica: qui il lavoro c’è, si trova ed è ben retribuito. Oltre a questo, le università sono molto buone. Una volta ottenuto il riconoscimento della laurea vorrei ottenere una specializzazione. Per me lo svantaggio principale è dato dalla distanza con l’Italia. Sento i miei genitori su Skype e via e-mail, ma per forza di cose possiamo stare insieme solo un paio di settimane ogni anno, e so che sono poche. Questo è forse lo svantaggio maggiore dell’espatrio».

Dal punto di vista burocratico l’iter è piuttosto rigoroso. Gli australiani sono severi per quanto riguarda i nuovi ingressi nel Paese e hanno leggi ferree. A voi come è andata?

«Benissimo. Abbiamo fatto richiesta per lo Skilled Residence Visa 189. Ci siamo affidati a un avvocato specializzato in immigrazione, che ci ha aiutato soprattutto per districarci tra la giungla di documenti da reperire. I titoli di studio di Scott qui sono riconosciuti e la sua professione è tra quelle richieste, quindi ci hanno accordato il visto, che è arrivato dopo tre mesi. Nel 2018 saremo in grado di ottenere la cittadinanza australiana».

Tra le altre cose curi un blog – “From another point of view – Diario di una farfalla curiosa”. Una passione la tua. Parlaci di questo spazio dedicato alle tue avventure in Australia.

«Avevo aperto il blog prima di trasferirmi all’estero, ma ho iniziato a scriverci davvero solo quando mi sono trasferita in Medio Oriente. Era uno sfogo, uno spazio per me. Oggi è la cronaca della mia vita qui in Western Australia, tra il lavoro, il volontariato e tutto il resto. Sto lavorando ad una sezione download, per inserire nel blog le cronache dei nostri viaggi in pdf».

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Ti sei mai pentita di essere andata via dall’Italia e ci torneresti?

«Non mi sono mai pentita. Finché non sono partita non me ne rendevo conto, ma il Paese mi stava stretto. Intendiamoci, l’Italia è la mia patria e la amo con l’amore di una figlia. La nostra arte, il nostro cibo, i nostri paesaggi mi mancano tantissimo. Quello che non amo del nostro paese è, come dire, la mentalità, le idee di alcuni politici, il ripiegarsi su se stessa. Non vedevo un futuro. Quanto alla seconda domanda, no, non ci tornerei. Vivendo all’estero, dove le vicende italiane arrivano lontane e sfumate, succede una cosa strana: perdi un po’ del senso di appartenenza. Quando torno, da un lato tutto mi sembra uguale a prima. Dall’altro, mi sento estranea. Perché in realtà le cose sono cambiate, ma io non vivo più lì e non ho più ben chiara la situazione politica e sociale del paese».

Raccontaci una tua giornata tipo da italiana in Australia.

«Sveglia alle 4, alle 5 sono in macchina, alle 5.40 arrivo sul luogo di lavoro. Il mio turno inizia alle sei, ma arrivo sempre prima per organizzarmi meglio. Torno a casa alle due e preparo il pranzo. Nel pomeriggio studio, oppure ci sono le associazioni che frequentiamo. Mio marito ed io facciamo volontariato sulle ambulanze e presso la bushfire brigade locale (i vigili del fuoco nel bush sono solo volontari). Il giovedì pomeriggio lo passo a cucinare: contribuisco alla colazione gratuita del venerdì per i bambini aborigeni, un’iniziativa di un’associazione locale. Cena verso le 18.30 e alle 20.30 vado a letto».

Come vedi il tuo futuro?

«Dal punto di vista professionale, una volta ottenuto il riconoscimento della laurea voglio conseguire una specializzazione per lavorare in salute mentale con i bambini aborigeni. In Western Australia il tasso dei suicidi infantili tra gli Aborigeni è allarmante. Per il resto voglio solo stare con Scott. Magari potremmo anche allargare la famiglia. Chissà».

Per leggere le avventure australiane di Flavia questo è il suo blog http://farfallacuriosa.blogspot.it/

Per scriverle invece, questa è la sua pagina Fb:

www.facebook.com/pages/from-another-point-of-view/455624297851519?fref=ts.

Di Enza Petruzziello