Gabriele: la mia vita da expat

Quando abitavo in Scozia la vita sembrava scorrere molto più lentamente. Arrivato a Hong Kong, mi sono scontrato con la frenesia di una metropoli sempre in movimento, senza sosta. Il costo della vita è alto ma se conosci bene l’inglese e hai una specializzazione è facile trovare lavoro. Il Covid-19? Solo adesso stiamo tornando alla quasi normalità.

di Enza Petruzziello

Da una piccola realtà di provincia alla frenetica vita di una metropoli come Hong Kong. Trentasette anni, originario della Toscana, Gabriele è cresciuto in un paesino sperso nella zona appenninica della Lunigiana, in provincia di Massa Carrara.

Dopo il diploma, a 19 anni si trasferisce a Bologna per conseguire una laurea breve in Scienze della Comunicazione. Qui ha modo di conoscere tante persone e di provare la “vita cittadina” con i suoi pro e i suoi contro, immergendosi in una realtà sociale che il suo paesino natale non gli avrebbe mai potuto dare.

Svolge qualche stage formativo in un paio di redazioni giornalistiche locali, ma dopo un anno dal conseguimento della laurea decide di tornare a casa per motivi famigliari. È in questo periodo che matura in lui la decisione di guardare oltreconfine e cambiare vita, trasferendosi all’estero. Prima in Regno Unito, dove rimane 5 anni, e poi ad Hong Kong.

Gabriele, quando ha deciso di partire dall’Italia e perché?

«Quando sono tornato nel mio paesino natale, dopo un anno in cui lavoravo in un locale megastore di attrezzi per la casa e il fai da te – mestiere che ancor oggi ritengo il meno adatto per me -, ho deciso di guardare al di fuori dell’Italia. Un mio amico d’infanzia si era infatti trasferito da pochi mesi nella città di Manchester e mi ha offerto ospitalità nella sua casa assicurandomi che “lavoro a Manchester si trova”, perlomeno nella ristorazione. Mi imbarcai quindi su un cargo battente bandiera inglese nel lontano novembre 2013».

Una volta arrivato nel Regno Unito che è successo?

«Trovai lavoro in ristorante della città di Warrington, a mezz’ora di treno da Manchester, dove presi subito casa e mi immersi nella realtà della periferia inglese. Fu un bello shock perché a differenza della più grande e poliglotta città di Manchester, Warrington aveva un’esigua comunità straniera, specialmente italiana. Di fatto, per un anno non vidi mai, o quasi mai, una singola persona italiana. Incontravo qualche connazionale soltanto quando, nei giorni di riposo, prendevo il treno e andavo ad esplorare le città di Manchester o Liverpool. Questo anno formò tantissimo il mio inglese (che ritenevo fosse già molto buono quando sbarcai in Inghilterra all’inizio) e la mia conoscenza della cultura inglese. I primi amici nacquero lì, passavamo le serate dopo il lavoro nei vari pub e club locali, oppure a casa a vedere le partite dei Mondiali».

Dopo un anno decidi che è arrivato il momento di trasferirti a Manchester. Come è stato vivere qui?

«Una volta arrivato a Manchester cercai lavoro in uno dei tanti ristoranti legati alla compagnia. A Warrington lavoravo per una catena di ristoranti italiani, che si trovano su tutto il territorio nazionale, praticamente chiesi un trasferimento e mi presero subito. Manchester è da sempre ritenuta una della città più influenti nell’ambito della scena musicale britannica ed io mi persi volentieri in questo ambiente. Con i suoi club, i suoi quartieri di tendenza, la moda e il suo slang, mi sentivo al centro del mondo. Allacciai rapporti con nuovi amici e nuovi colleghi che durano tuttora. Ormai quasi due anni erano passati e io non avevo fatto altro che lavorare tutto il tempo, senza visitare veramente il Regno Unito, a parte quando la compagnia mi mandava a fare le trasferte in altri branch, altri ristoranti sparsi ovunque. La compagnia mi pagava biglietto del treno ed albergo, utilizzai questa opportunità per girare un po’ l’Inghilterra del centro e del nord. Prenotai quindi una gita di 5 giorni nella Città di Edimburgo (Scozia) assieme alla mia cara coinquilina lituana, con cui si era instaurata una solida amicizia, e un simpaticissimo collega spagnolo».

E così hai scoperto e ti sei innamorato di Edimburgo, tanto da volerci rimanere. Che cosa ti ha conquistato della città?

«Edimburgo ci si presentò come qualcosa che non avevo/avevamo mai visto nel Regno Unito: l’architettura dei palazzi, il colore stesso degli edifici (principalmente di un grigio verdastro, che scoprii in seguito essere un carattere distintivo della Scozia), i mille pub storici, le famose bagpipes che si sentivano suonare in lontananza a qualsiasi ora del giorno, il famoso Castello che scrutava tutta la città dal suo piedistallo naturale (un’altura di origine vulcanica), gli scozzesi stessi che non riuscivamo a capire a causa del loro fortissimo accento, ma che sembravano molto cordiali e “friendly”. Mi innamorai subito di questa città e mi promisi che, se avessi deciso di tornare nel Regno Unito (all’epoca avevo in testa di lasciare il Paese, forse in via definitiva), mi sarei trasferito ad Edimburgo. E così feci. Dopo 4-5 mesi trascorsi nel paesino natale sperso nell’alta Toscana, decisi di andare in Scozia».

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Come sono stati gli inizi ad Edimburgo?

«Trovai subito lavoro in uno dei tanti branch della solita compagnia per cui avevo già lavorato. Trovare casa non fu così facile invece. La prima casa era un appartamento condiviso con altre 5 persone, di nazionalità mista. La cosa assurda di questa casa era che aveva come delle specie di “contatori a gettoni” per ogni tipo di elettrodomestico e/o presa elettrica: per utilizzare infatti il fornello della cucina (grande un metro per un metro) bisognava infatti utilizzare monete da 50Cents e la si poteva utilizzare per all’incirca mezz’ora. Stessa cosa per la luce in camera propria, o le prese elettriche per caricare il telefono e il computer. Ogni sera al lavoro chiedevo alla cassa di cambiarmi 5 pounds per poter tornare a casa ed avere corrente. Una sera me ne dimenticai, e passai quasi 12 ore nel buio più completo».

Immagino tu abbia cambiato casa…

«Esattamente. Dopo circa 2 mesi, o poco meno, decisi di trovarmi un’altra abitazione. Finii a poche centinaia di metri dal primo appartamento, in una bellissima casa stile vittoriano. In realtà quasi tutte le città di Edimburgo sono in stile vittoriano, per lo meno in centro. Hanno soffitti altissimi, veramente alti, e altrettanto alte finestre per catturare più sole possibile. Dopo una settimana dal mio trasloco dovetti assistere alle visite per un potenziale nuovo coinquilino. Fu così che conobbi Sam, un ragazzo di Hong Kong che si presentò alla porta con una macchina fotografica, un paio di Dr Martens e i capelli lunghi. Legammo subito e la camera ovviamente la diedi a lui. Sam lavorava in un negozio di tessuti scozzesi sulla famosa Royal Mile (la via che collega il Castello di Edimburgo alla sede del Parlamento e la Villa Reale, da qui il nome ROYAL e Mile, lunga all’incirca un miglio per l’appunto) mentre io continuavo a lavorare come cuoco. Cambiai però ristorante perché ormai stufo di cucinare sempre le solite cose. Dopo qualche tentativo in 4-5 posti differenti, approdai in un risto-pub dove rimasi per il restante anno e mezzo fino a quando nel 2018 decisi di andare a Hong Kong».

Come mai la scelta di trasferirti proprio ad Hong Kong? Conoscevi già la città?

«Ho avuto modo di conoscere Hong Kong dai racconti del mio amico Sam, con il quale ascoltavo tanta musica, bevevo birre IPA nei pub locali e nutrivo ormai un legame quasi fraterno. Tramite lui, ospitammo diverse sue conoscenze hongkonghesi venute a visitarlo dalla vicina Londra, dove stavano in genere per un paio d’anni come previsto dai loro visti. Tra di loro c’era anche quella che ora è la mia attuale compagna. Ci conoscemmo a casa mia e di Sam una sera di marzo, durante la quale lei cucinò pietanze tipiche di Hong Kong. A giugno dovette però lasciare il Regno Unito dato che i suoi due anni di visto erano terminati. Io rimasi in Scozia lavorando come cuoco e lei ad Hong Kong, ma siamo riusciti a vederci 4-5 volte. Andai infatti ad Hong Kong un paio di volte (per la prima volta nella mia vita, ero molto emozionato) e lei venne a sua volta a trovarmi in Scozia un paio di volte. In una di queste occasioni, noleggiammo una macchina e andammo a visitare le famose Highlands e l’isola di Skye, posti stupendi. Il mio collega Michael, allo stesso tempo mio capo e ormai caro amico, mi spinse lui stesso a trasferirmi ad Hong Kong. “So di perderti, ma non ti voglio qui a lavorare con il pensiero di non aver fatto questa scelta. If you don’t go, you’ll never know”. Così dopo quasi due anni di Long Distance Relationship, decisi che era il momento di congiungermi con la mia dolce metà, lasciai quindi la mia casa in Scozia e mi trasferii ad Hong Kong».

Molto diversa dall’Italia e dal Regno Unito, per lingua, usanze e cultura. Come sono stati i primi tempi ad Hong Kong?

«I primi tempi ad Hong Kong furono duri, ma non durissimi. Ebbi (ed ho tuttora) la fortuna di avere una ragazza che è originaria di qui, quindi diciamo che sono sempre stato avvantaggiato rispetto ai miei connazionali che arrivano qui da soli, almeno questa è la sensazione che ho avuto. La lingua è una forte barriera, ma ad Hong Kong con l’inglese “puoi viverci”. È infatti una città molto poliglotta, ci sono tantissime etnie e nazionalità, e parlare il cantonese non è obbligatorio. I genitori della mia compagna non parlano inglese, quando ci vediamo è in genere lei a fare da tramite. Ho ovviamente imparato qualche frase e le parole di base che ogni tanto utilizzo, con grande gioia dei locali che apprezzano tantissimo. La città di Hong Kong è una delle più popolate al mondo, quindi quando si viene qui bisogna essere “preparati”. Essendo venuto in visita almeno un paio di volte prima del mio trasferimento, sapevo già a cosa andavo incontro».

Come è stata l’accoglienza della gente e l’adattamento alla nuova cultura?

«Gli hongkonghesi stessi (compresa la mia ragazza) dicono che la gente di Hong Kong è chiusa e un po’ fredda, ma non ho avuto questo riscontro, tutt’altro. Ho avuto modo di lavorare con molte persone locali, abbiamo molti amici hongkonghesi, e devo sfatare questo mito. La gente di Hong Kong è molto socievole a parer mio. Essendo fortemente legata alla cultura cinese, in questa città si possono vedere distintamente cultura occidentale e asiatica fondersi insieme e dare vita alla realtà urbana di Hong Kong. A pochi metri l’uno dall’altro è possibile trovare tradizionali negozi di tè cinese e McDonalds, ristoranti francesi e/o italiani e antiche farmacie della tradizione cinese, quelle che vendono radici e animali essiccati».

Qual è stato uno degli aspetti più tradizionali che ti ha colpito di Hong Kong?

«Probabilmente le scarpe lasciate fuori dalla porta di casa. Spesso si pensa che questa sia un’usanza tipica del Giappone, ma in realtà è diffusa in tutta l’Asia. Quando diamo feste o cene tra amici, fuori dalla nostra porta di casa ci sono fino a 13-14 paia di scarpe. Sembriamo un negozio!».

Sei uno chef, a livello lavorativo è stato difficile inserirti?

«Per quanto riguarda il cibo Hong Kong è praticamente come un Luna Park. Questa città è meta ambita di talentuosi chef che arrivano da ogni parte del mondo per trovare fortuna e i cittadini di HK sono abituati da sempre a standard molto alti, conoscono ormai molto bene anche la cucina occidentale (anche loro sanno che la panna nella carbonara non ci va, per intenderci) e la varietà di cucine che si può trovare qui è praticamente illimitata. Gli standard sono molto alti e ho trovato sinceramente difficoltà ad inserirmi inizialmente.

Quando abitavo in Scozia la vita sembrava scorrere molto più lentamente, la città di Edimburgo è ritenuta “un paesone” proprio per la ridotta estensione e una popolazione inferiore al mezzo milione di abitanti. Arrivato qui, mi sono scontrato con la frenesia di una metropoli sempre in movimento, senza sosta. Spendiamo un sacco di tempo sui mezzi pubblici (tutti noi residenti), almeno un paio di ore della nostra giornata le trascorriamo su bus, metropolitana, taxi o tram che sia. Sono una persona che ama camminare molto e il dover attendere sempre un mezzo pubblico per potermi muovere alle volte mi annichilisce. D’altro canto, le opportunità di lavoro e di conoscere nuove realtà ad Hong Kong sono tantissime».

Ex colonia britannica, considerata la città più influente del sud-est Asiatico, Hong Kong è una delle località più moderne del Paese. Ma come vivere qui?

«Il costo della vita è molto alto, gli affitti delle case sono tra i più alti al mondo. Non essendoci materialmente lo spazio per estendersi in largo, Hong Kong si sviluppa in altezza: esistono dozzine di grattacieli e condomini altissimi. C’è una struttura di tre condomini a Kowloon che ospita 10.000 persone, 10.000! È l’equivalente di 5 volte il mio paese natale. Gli appartamenti sono piccoli, tutto è misurato al centimetro, persino i letti. Sono una persona abbastanza alta (1,85m) perlomeno per gli standard asiatici, e quando cercavamo casa faticavamo a trovare camere da letto nelle quali inserire il nostro letto a due piazze (lungo 1,90) perché troppo piccole. Abbiamo dovuto scartare molti posti. Se all’inizio è stato un forte shock per me, dopo qualche mese ho cominciato ad abituarmi ed oggi non credo di aver particolari problemi con gli spazi ridotti di questa città. Ho imparato dalla gente di HK che basta organizzarsi nel giusto modo. Quando racconto tutto questo ai miei amici in Italia, rimangono sbigottiti e commentano: “Io non potrei mai vivere ad HK”. Come biasimarli».

Per quanto riguarda i salari, invece?

«Posso parlare in merito alla ristorazione confermando che sì sono più alti rispetto all’Europa anche se non così alti. Ho imparato (e questa è una lezione che sanno tutti qui, locali e stranieri) che ad HK contano molto “le conoscenze”, ovvero avere tanti contatti può essere molto utile soprattutto se stai cercando lavoro. Altrimenti ti toccherà cominciare da zero, cosa successa a me».

Com’è la qualità della vita ad Hong Kong?

«Hong Kong offre molti spazi aperti, parchi e giardini. È circondata da molte isole e isolette (più di 200!) E le attività all’aperto sono molto popolari. Ogni scusa è buona per scappare dal tran tran quotidiano del traffico urbano ed andare a rigenerarsi sulle verdi colline dell’entroterra o qualche spiaggetta nascosta. Tutti sono sempre molto attivi. Essendo un’ex colonia britannica ed avendo io vissuto per cinque anni nel Regno Unito, ho notato una forte impronta british. Il legame con la Corona è ancora forte per certi versi, molto inglesi che vengono a HK hanno ancora una mentalità “colonialista”, quasi fossero ancora i padroni qui. Per via delle proteste di ormai 3 anni fa, il Governo Britannico ha agevolato la situazione dei visti per i cittadini di HK che volessero trasferirsi in Gran Bretagna. Molti nostri amici (almeno 4-5 coppie, con figli a carico) hanno lasciato il Paese per cercare fortuna in Inghilterra. I primi due anni a HK andavo spesso nel quartiere di Wan Chai (polmone di HK Island, frequentato da tantissimi Gwei-Lo) alla ricerca di occidentali, perlopiù britannici, per scambiare qualche parola e sentirmi un po’ a casa. Da praticamente l’inizio della pandemia gli eventi sono stati tutti cancellati, stiamo tornando proprio adesso alla quasi normalità, ma ci vorrà ancora tempo. Le mascherine sono ancora obbligatorie, e la quarantena obbligatoria per chi arriva a HK è stata rimossa proprio pochi giorni fa. I confini sono stati riaperti da poco anche ai non residenti, e la città si prepara a ri-ospitare ondate di turisti».

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Hong Kong è anche conosciuta per essere uno dei principali motori dell’economia della Cina. È davvero così?

«Decisamente, anche se non è l’unica. La frenesia che si respira qui è anche economica: tantissimi locali aprono e chiudono in un batter d’occhio, fare fortuna è possibile se si hanno i mezzi e le conoscenze giuste. Ma sono tante le persone che ho visto arrivare e ripartire dopo poco. Ho tanti amici che sono tornati in Italia dopo un’esperienza di appena un anno o due. Personalmente penso di rimanere ancora qualche anno e poi decideremo dove andare. Anche noi stiamo considerando un ritorno nel Regno Unito. Il mio legame con il Regno Unito è infatti ancora forte anche se in misura minore, dopo quasi 4 anni. Alcune persone ancora mi prendono in giro perché dicono che ogni tanto parlo con accento scozzese».

Quali sono le principali differenze con l’Italia?

«Una è sicuramente la velocità della vita. Qui tutto scorre veramente veloce, non c’è tempo di fermarsi e crogiolarsi nel far niente (attività che rimane tra la mie preferite). Ad Hong Kong tutto ha un orario, una scadenza da rispettare. Esempio forse un po’ stupido: quando sono in Italia in vacanza e mi devo mettere d’accordo con amici e parenti per una cena o un aperitivo, ci diamo degli orari “indicativi”, che puntualmente nessuno rispetta. Si arriva quando si arriva, molto spesso si aspetta o ci si fa aspettare. Qui tutto questo non succede, forse perché spostarsi da punto A ad un punto B comporta l’uso di mezzi pubblici e quindi bisogna rispettare una tabella di marcia (qui i treni arrivano veramente in orario). Ho sentito spesso questo modo di dire da parte di molti inglesi: “Voi italiani sapete godervi la vita, in Italia il tempo scorre più lentamente perché ve lo volete gustare”. Niente di più vero. Quando ho portato la mia compagna in Italia l’ultima volta, dopo qualche settimana ha cominciato ad accusare il “dolce far niente” lamentandosi di annoiarsi. Comprensibile. Ma l’Italia è stupenda anche per questo e tante altre cose. Il clima ne è un altro esempio: qui non esistono esattamente le stagioni, HK è in una zona tropicale, in estate abbiamo la stagione dei monsoni che comporta improvvisi acquazzoni e tifoni duranti i quali non si può uscire di casa (è stato di allerta). C’è un caldo umido che non lascia respirare per la maggior parte dell’anno, un po’ dovuto anche alla presenza di edifici che non lasciano passare le correnti d’aria. Viviamo costantemente con l’aria condizionata accesa, anche quando dormiamo, riusciamo a vivere un pochino nei mesi di novembre, dicembre e gennaio, altrimenti vestiamo costantemente in pantaloncini e Birkenstock per il resto dell’anno».

Da un punto di vista burocratico, quali sono i passaggi da compiere per chi vuole trasferirsi ad Hong Kong?

«La procedura è sempre la stessa: per potersi trasferire in pianta stabile ad HK bisogna avere un visto, di solito di almeno un anno. Il mio era di due, adesso rinnovato di altri 3. Bisogna quindi avere una compagnia o un datore di lavoro disposto a darvi uno “sponsor” ovvero garantire per voi. Ad esempio nella ristorazione, il datore compilerà le varie pratiche da inviare all’Ufficio dell’Immigrazione di HK, e se tutto sarà corretto, potrete ottenere un visto nel giro di un mese o poco più. È da tenere presente che molto spesso l’Immigrazione non accetta richieste di visti per posizioni “basse”. Ad esempio un semplice Chef di linea non verrà accettato perché il Governo di HK non ritiene giusto assumere stranieri per lavori che possono tranquillamente fare i loro cittadini. In genere, infatti, le richieste di visto vengono formulate per posizioni medio-alte. Una volta ottenuto il visto, dovrete “attivarlo” uscendo dal Paese e rientrandovi, serve infatti passare dalla dogana. Di solito chi deve attivare il visto prende il battello e va a Macao che dista ad appena 40 minuti di barca da HK, e rientra immediatamente. Potrete quindi richiedere la vostra Hong Kong ID Card (carta d’identità di HK) e andarla a ritirare all’Ufficio immigrazione. Sarà l’unico documento che vi servirà per girare ad HK».

A proposito del tuo lavoro, da dove nasce la tua passione per la cucina?

«Sono sempre stato un foodie, amante della cucina e una buona forchetta, come si dice di solito. Mi sono ritrovato a cucinare professionalmente per puro caso. Come già detto, mi trasferii a Manchester nel 2013 e la ristorazione era il modo più facile per inserirmi e fondamentalmente pagarmi affitto e bollette. Ho cominciato però ad apprezzare il lavoro nelle cucine, sotto ritmi stressanti ma appaganti, ed allora ho continuato in questa direzione. Mi piaceva cucinare quando ero all’Università a Bologna, facevamo tante cene tra amici e feste. Ho iniziato lì a fare pratica, anche se a dirla tutta ricordo che cucinavamo molte paste al tonno, classico piatto da universitario squattrinato».

Gabriele expat Hong Kong

Parlaci della tua cucina, quali piatti proponi nel ristorante? I clienti apprezzano?

«Lavoro come dipendente quindi non ho molta carta bianca, anche se a seconda della posizione che ricopro ho modo di proporre piatti e menu. Ad Indigo ad esempio, facevo io il menu. Era un ristorante italiano, o presunto tale (il proprietario era canadese), quindi dovevo adattare un po’ il menu ai palati asiatici. In genere lavoro per ristoranti italiani o comunque occidentali. Ora lavoro in un ristorante di un collega, ormai diventato amico, e facciamo cucina mediterranea: un po’ italiana, un po’ francese e un po’ greca. Se però mi dovessi ritrovare a fare pizze con l’ananas mi rifiuterei categoricamente e mi licenzierei seduta stante».

Qual è il cibo che va per la maggiore qui?

«HK è la città dello street food: è possibile trovare cibo da asporto ad ogni angolo della città, se sei un amante del cibo è il posto perfetto. Io mi diverto a provare ogni volta cose diverse, anche se il mio street food preferito rimangono i SIU-MAE, piccoli ravioli cotti al vapore ripieni di carne di maiale o pesce, in genere costano l’equivalente di uno e due euro per una coppetta con una decina di ravioli. Avendo una compagna asiatica mi sono dovuto sbizzarrire nell’imparare ricette locali, che ho imparato osservando sua madre o i vari colleghi nei ristoranti. Adoro cucinare cibo asiatico e imparare nuove ricette».

Sei ad Hong Kong da 4 anni, quindi ti sei trovato nel periodo peggiore della pandemia del Covid-19, nel Paese dove tutto ha avuto inizio. Come hai vissuto quel periodo?

«Ricordo che già verso novembre 2019 a HK cominciavano a girare voci su un ipotetico virus cinese, me ne parlò la mia ragazza, che ovviamente era ed è sempre molto informata su ciò che succede qui. Dicevano che la Cina voleva tenerlo nascosto o qualcosa del genere. Non ci diedi molto peso. Poi a gennaio è successo quello che tutti sappiamo. All’inizio i miei parenti e i miei amici erano preoccupati per noi, perché il virus circolava solo in Cina. Mi ricordo che postai una foto di noi due con una mascherina mentre giravamo per HK rassicurando pubblicamente tutti “Stiamo bene”. Dopo neanche un mese le parti si invertirono, ed ero io ad essere preoccupato per i miei cari. Ad HK non abbiamo mai avuto un lockdown, leggevo le notizie dall’Italia con molta apprensione. Noi abbiamo continuato a lavorare ed andare avanti senza mai fermarci. Ovviamente c’erano delle restrizioni».

Che tipo di restrizioni?

«Il Governo impose mascherina obbligatoria, chiusura di ristoranti e locali alle 6 del pomeriggio, molti locali chiusero, tutti adottarono il Take Away per rimanere a galla. HK ha chiuso i confini ai non residenti per almeno 2 anni, e imposto una quarantena obbligatoria per chi rientrava: dapprima di due settimane da effettuare a casa, poi fu cambiata in due settimane in Hotel predisposti dal Governo (a spese proprie), ridotta a una settimana lo scorso maggio e a tre giorni a giugno (sono tornato dall’Italia 2 settimane fa ed ho fatto 3 giorni di quarantena in hotel), e finalmente 0 giorni di quarantena dallo scorso 26 settembre».

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Com’è invece la situazione attuale?

«È più rilassata ma non completamente. Forse perché questi Paesi hanno già avuto la SARS (questo il pensiero comune) e sono “più abituati” a questo genere di situazioni. La mascherina infatti non è una grossa novità come lo è stata in Italia o in Europa. Qui la mascherina veniva indossata anche prima, specialmente se una persona è malata, ha l’influenza o un semplice raffreddore. È normale indossare una mascherina in pubblico, per tutelare se stessi ma soprattutto gli altri. Abbiamo tuttora anche noi un Green Pass, e un’app per telefonino (esattamente come Immuni) dove è registrata la nostra vaccinazione e a seconda del numero di dosi si ha un colore specifico. Per entrare nei locali e negozi bisogna ancora scannerizzare il QR code altrimenti si rischia la multa.

Siamo stati in Italia anche l’inverno scorso e quando siamo rientrati ad HK abbiamo dovuto fare la quarantena di due settimane in hotel a marzo. Abbiamo speso più di hotel che di volo aereo. Ogni 2 giorni, tre infermieri venivano alla porta della camera per farci un test molecolare, ovviamente bardati dalla testa ai piedi con tute guanti e quant’altro. Non si poteva lasciare la stanza per nessun motivo, pena multa e arresto fino a 6 mesi».

Oltre al tuo lavoro da chef curi anche una pagina Facebook “An Italian Man in Hong Kong” in cui parli della tua vita qui, dando anche informazioni sul Paese. Come è nata l’idea di aprire uno spazio social e quali sono le richieste che ricevi maggiormente?

«La pagina è nata perché mi piace documentare i posti che visito e il cibo che provo. Non credo sia una voglia di visibilità, ma più che altro un desiderio di condividere le mie esperienze. Difatti, la pagina ha poco seguito e mi va bene così. Mi piace seguire persone che viaggiano ed esplorano cose nuove, cibi e culture diverse. Credo sia qualcosa che dovremmo fare tutti. Mi sembra sia il comico sudafricano Trevor Noah che dica spesso ai suoi spettacoli: “Non abbiate paura di spendere soldi in viaggi, non sono mai soldi buttati”».

Tanti i giovani che come te decidono di partire e trovare fortuna all’estero. Quali opportunità possono trovare a Hong Kong e che consigli daresti loro?

«Le opportunità lavorative a Hong Kong sono davvero infinite, in qualsiasi ramo. Ma HK non è l’Europa, è letteralmente dall’altra parte del globo, per cui prima di venire qui consiglierei di informarsi bene sulla realtà del posto, così da arrivare “prepared”. La conoscenza dell’inglese è obbligatoria, se non perfetta perlomeno sufficiente. Arrivare qui parlando soltanto l’italiano è sconsigliato, potreste fare affidamento soltanto sui vostri connazionali e vi precludereste un sacco di opportunità. Quando decidete di trasferivi in qualche posto all’estero considerate tutte le eventualità, anche il fatto che la vostra meta potrebbe non piacervi a lungo termine, il che è del tutto normale. Quando ero nel Regno Unito sentivo un sacco di italiani lamentarsi del clima (piovoso e freddo), del cibo etc. Il che è del tutto legittimo, ma siate pronti ad affrontare anche aspetti meno piacevoli».

Ormai sei lontano dall’Italia da anni. Come è cambiata la tua vita da quando sei un expat?

«Credo il fattore linguistico sia quello che avverto di più. La questione della lingua è molto importante, almeno per me. Ho scoperto che molti pregiudizi si formano quasi immediatamente ascoltando l’inglese che una persona parla, perlomeno nel Regno Unito, qui ad HK decisamente meno. Per questo motivo, da quando ho cominciato il mio viaggio in Inghilterra, cerco quotidianamente di migliorare il mio inglese. Altro fattore è forse un po’ di alienazione: stando all’estero ti perdi tante cose che succedono nei posti da cui provieni. Quello di cui non ci si accorge stando via, è che “la vita va avanti” al paese natio, quindi ogni volta che torno a casa devo farmi fare un aggiornamento generale da parenti e amici su ciò che è successo durante la mia assenza. I social networks aiutano molto in questo: Facebook ed Instagram sono diventati per me uno strumento per rimanere aggiornato».

Progetti per il futuro? Ti manca l’Italia e ci torneresti?

«Credo che per ora la mia vita continuerà ad Hong Kong per almeno un altro paio di anni, o forse di più. Non abbiamo ancora programmato niente, anche se consideriamo il Regno Unito come un potenziale luogo in cui vivere in futuro. Ad essere sincero mi piacerebbe trovare un mestiere più “da ufficio”. La vita della ristorazione è infatti molto dura, e comincio a sentire il bisogno di una professione più stabile che mi permetta di passare più tempo con la mia compagna e la mia famiglia. “Never say never” come dicono gli inglesi».

Per contattare Gabriele ecco i suoi recapiti:

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