Il ruolo della donna nell’emigrazione

La lingua, il lavoro, i progetti di una vita e i sogni

Diletta Sani, Psicologa Clinica

 

In questo istante, un miliardo di abitanti del pianeta vive lesperienza della migrazione. Un essere umano su sette. Altre 630 milioni di persone sognano di trasferirsi in un altro paese in modo permanente. Insomma, un terzo dell’umanità si sente sul piede di partenza. Gli italiani nel mondo sono quasi 5 milioni, più di 2 milioni in Europa, ed il resto diviso tra Stati Uniti, America latina e Australia. Circa 7 italiani, su 100 rimasti in patria.

E per quanto riguarda le donne?…Circa la metà dei migranti nel mondo, sono donne.

Ma vediamone la storia…

Alla fine dell’ottocento e i primi del novecento, le donne italiane partivano verso le americhe con tutta la famiglia o da sole. A quel tempo la donna non aveva la possibilità di decidere; doveva accettare e seguire la volontà del marito, del padre o dei fratelli. La traversata oceanica su navi a vapore era spesso rocambolesca: gli emigranti venivano ammassati sulle stive delle navi. Le donne e i bambini venivano separate dagli uomini.

In balia di tempeste, epidemie, naufragi e imbrogli di tutti i tipi, non tutti riuscivano ad arrivare a destinazione. I bambini e gli adulti che non sopravvivevano venivano gettati in mare.

Nel dopo guerra molte connazionali espatriarono per raggiungere i mariti o i fidanzati in attesa di matrimonio. Nei paesi europei arrivarono a decine di migliaia, anche giovani sole, spesso minorenni, per cercare un lavoro. Non appena conoscevano il futuro marito, avviavano una famiglia lontano da casa.

In ogni situazione, esse subivano uno sradicamento doloroso dall’unico mondo che conoscevano, fatto di affetti,  legami con i parenti e la tranquilla vita di paese.

cambiare vita

Eppure in ogni luogo di emigrazione, l’arrivo della donna é stato un fattore determinante per l’equilibrio e la permanenza dignitosa all’estero dell’intera comunità.

La donna ha cambiato definitivamente la composizione di queste collettività, rendendole permanenti, basate sulla famiglia e non sulla promiscuità, nonché sulla salvaguardia delle proprie origini, allontanandole dagli sfruttatori. Hanno dunque protetto un ricco patrimonio di valori che, con il ruolo materno, é stato poi trasmesso alle nuove generazioni.

Le italiane hanno svolto all’estero i lavori più umili, marginali e sottopagati, contribuendo al risparmio domestico e alla riuscita del progetto migratorio di tutta la famiglia, accettando anche di restare all’estero quando il sogno del ritorno sfumava.

Ma quale é stato il costo di tutto questo?

Per molte di queste donne, il senso di una profonda e continua solitudine, con momenti di malinconia, disorientamento e perdita di sé.

E oggi?

Oggi, altre donne, sole o al seguito, ripercorrono lo stesso cammino. Si sradicano dagli affetti e da ogni certezza e si incamminano verso una terra straniera alla ricerca di un futuro dignitoso, di un migliore avvenire.

Inoltre, nonostante la migrazione al femminile sia in continuo aumento, la parità sia di opportunità che di retribuzione é ancora solo un miraggio. Solo il 51% delle donne che vive all’estero ha un contratto a tempo indeterminato, contro il 59% degli uomini. Mentre, il 27% degli uomini ricopre un ruolo dirigenziale, contro solo il 10% delle donne. Solo nell’ambito universitario si é raggiunta la parità, sia tra i docenti che tra i ricercatori.

Ma chi sono veramente queste donne?

Da dove vengono?

Dove sono dirette?

E come vivono in equilibrio tra due mondi?

Nell’immaginario collettivo, dietro la donna migrante si nasconde sempre una storia di deprivazioni e sofferenze. Ma non sempre é così.

Sempre più spesso si tratta invece di donne che hanno studiato, laureate, che hanno investito molto sulla loro formazione professionale, che hanno un lavoro già avviato e che partono per seguire il marito o i familiari all’estero. Sono donne che rinunciano al proprio percorso personale e professionale per amore di un progetto di vita che privilegia il coniuge.

O anche donne che partono da sole, in cerca di nuove e migliori opportunità di lavoro; o ancora che partono per amore di un uomo, di un luogo, dell’avventura… Qualunque sia il motivo che spinge queste coraggiose donne a partire, questa scelta comporta sempre notevoli perdite, a volte temporanee, altre definitive.

Le proprie radici, per esempio, come ci racconta Chiara: “chi decide di partire ha bisogno di avere una casa dove tornare…una famiglia che aspetta con la voglia di ascoltare e farsi raccontare”.

La casa, gli amici…”la valigia sempre piena che non si chiude, ma in realtà sempre vuota delle cose importanti. Far stare gli amici, le lacrime ed i sorrisi in un trolley non si puo’“, scrive Marzia, che aggiunge: “Come far stare nella valigia gli odori e i colori del tuo paese? Ed il suono delle campane…?

La lingua, il lavoro, i progetti di una vita e i sogni.

Tutto questo se non elaborato e compensato con nuove possibilità di sviluppo personale, può condurre all’eterno rimorso, al guardarsi indietro continuamente.

Ma questa straordinaria esperienza di vita racchiude in sè anche tanta ricchezza. Conoscere un nuovo posto, un nuovo popolo, nuove tradizioni, culture, proverbi, modi di dire, atteggiamenti e codici diversi, a volte simili, a volte contrari. Assaggiare sapori lontani, cibi buonissimi e accozzaglie di sapori e scoprire magari che ti piacciono. Imparare una nuova lingua,  suoni sconosciuti per esprimere te stessa, parole nuove che si traducono in pensieri ed emozioni.

Per la via della città mi perdevo e mi lasciavo andare…quanti elementi nuovi. La mia mente stava imparando ad accogliere senza più giudicare…mi stavo adattando” dice  Francesca.

Per alcune partire significa poter scegliere di fare la mamma e solo la mamma, come Eva che svela “il mio ruolo di moglie, di donna e di madre, ritrovato e rivalorizzato“.

Per altre la possibilità di reinventarsi con creatività ed impegno, ritagliandosi uno spazio per esprimere se stesse nel lavoro: “Mi aspettano nuove responsabilità, un approccio vivo con la lingua e momenti da colmare in modo sano e intelligente. E poi le strade del centro dove cammino e sorrido“…racconta ancora Francesca.

Nuovi incontri e scontri, vite che si incrociano magari solo per qualche mese. Amicizie legate al luogo dove sono nate, brevi meteore a volte indimenticabili…in questo circo che non chiude mai.

C’é chi resta e c’é chi va!

Chi arriva con “biglietto di ritorno” deve fare i conti con la temporaneità di tutto cio’ che fa. Tutto quanto entro quella certa data. Brevi parentesi ma intense di emozioni.

Chi torna a casa, ritrova i propri luoghi, quelli conosciuti e a volte scopre che sono cambiati, che la città, gli amici, la vita dei propri cari é andata avanti…anche senza di loro. “E’ nato il figlio del vicino!”, “mio padre é invecchiato…”.

E chi resta?

La fatica e la ricchezza di doversi reinventare continuamente, accettando di non essere ormai più là e di non poter essere mai completamente qua.

Nessun posto é casa mia, recitava una canzone…

Che partano per restare o per tornare comunque resta innegabile  il ruolo ed il valore di queste donne. Non solo mogli al seguito, ma molto di più, partner insostituibili, compagne di un progetto di vita, colonne portanti di famiglie che vivono in transito tra un mondo e l’altro, custodi di tradizioni e garanti di continuità. Con uno sguardo rivolto al passato ed uno al futuro, come funambole camminano sul filo della vita con grazia e maestria, come solo una donna sa fare.

La mail della Dottoressa Sani:

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