Il cambiamento

 

Poche settimane fa stavo parlando con un amico, quando all’improvviso mi dice: “in fondo chi dice che dobbiamo cambiare? Perchè dobbiamo cambiare per forza? C’è chi sta bene con la propria vita, con le proprie credenze, con i propri pensieri, emozioni e comportamenti; e allora perchè devi cambiare?”.

Che ne pensate? In questo momento state transitando un cambiamento? Cosa significa per voi cambiamento?

Ma soprattutto, siamo sicuri di essere davvero “coscienti” di tutti gli eventuali cambiamenti che possono essere in atto nella nostra vita in questo preciso momento?

Siamo sicuri che “noi” guidiamo tutti i possibili cambiamenti che ci riguardano?

Prendiamoci del tempo per investigarlo. Compromettiamoci seriamente ad investigare questo tema; ciò che conta non è strettamente la risposta, bensì il processo di investigazione in se.

Analizzando questo tema, stiamo studiando, ovvero conoscendo, noi stessi, come funzioniamo, e questo è di primaria importanza.

Come si approccia una investigazione? Per prima cosa cerchiamo di conoscere meglio l’oggetto dell’investigazione e in seconda istanza la relazione tra noi e l’oggetto dell’investigazione.

Generalmente il dizionario definisce “cambiamento” come il passaggio da uno stato all’altro, da un processo ad un altro (es. cambio di direzione). Supponiamo che questa prima informazione ci soddisfi e arriviamo così al secondo punto dell’investigazione: che relazione c’è tra me e il cambiamento.

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Per rispondere a questa domanda dobbiamo necessariamente conoscere entrambi i termini della relazione, in questo caso dobbiamo conoscere cosa significa “cambiamento” e cosa significa “me”. Supponendo che abbiamo capito cosa significa “cambiamento”, indaghiamo cosa significa “me”; si tratta di rispondere alla fatidica domanda “Chi sono?”.

Generalmente per avanzare verso questa risposta si lavora duro, tutta la vita. Supponiamo quindi che per ora assumiamo come sufficiente il livello attuale di “conoscenza di se” che ciascuno ha maturato e lo usiamo per investigare il cambiamento.

Ovvero, ci accontentiamo del nostro livello di conoscenza della parola “cambiamento” e del nostro livello di “conoscenza di se” e proviamo a investigare il tema: “cosa significa per me cambiamento?”.

A prescindere dal livello di “conoscenza di se”, prescindendo dalla religione, dal cammino, dalla cultura, dalle credenze ecc, proviamo ad investigare il cambiamento considerandoci come un essere vivente, unione di un corpo fisico, mentale, emozionale e spirituale.

A livello fisico, organico, ci chiediamo innanzi tutto “chi siamo”. Diciamo che siamo un insieme di particelle elementari, molecole, cellule, tessuti, organi, sistemi e apparati il cui principale lavoro tende al mantenimento della vita.

Ciascuno di questi “piccoli esseri viventi elementari” che permettono il funzionamento dell’organismo vivono in costante trasformazione, ovvero passando da uno stato all’altro; regolandosi su un diverso orizzonte temporale, sono in costante cambiamento.

Prendiamo ad esempio il sangue che circola nel nostro corpo, apparentemente è sempre lo stesso, eppure cambia continuamente ad ogni pasto; a seconda di ciò che mangiamo, nutriamo meglio o peggio il sangue determinando “il cambio” nella sua qualità. La qualità del sangue, come di ogni altra funzione dell’intero organismo, è anche direttamente influenzata (e dunque soggette a cambiamento) dalle nostre emozioni.

Come dimenticare l’espressione “mi son fatto il sangue amaro” per descrivere l’impatto di un’emozione negativa sui nostri fluidi vitali e umori.

Naturalmente la qualità del sangue è influenzata anche dall’aria che respiriamo, migliorando quando questa è più pura. Il sangue era uno dei tanti esempi che si potevano fare.

Qualunque parte del nostro organismo si prenda ad esempio non è mai uguale a se stessa; in un lasso di tempo cortissimo abbandona uno stato per passare ad un altro, ovvero è in costante cambiamento.

Budda, circa 2500 anni fa, si illuminò grazie alla comprensione della legge dell’impermanenza. Nulla è permanente, ogni cosa nasce e muore continuamente. Budda, chiamava Kalapa, le particelle elementari subatomiche di cui siamo fatti.

Ovvero, scomponendo ciò di cui siamo fatti si arrivava alle Kalapa, particelle non ulteriormente scomponibili: la nostra essenza, punto limite tra la materia e l’energia. A sua volta ogni Kalapa ha in se impressa la forza dei 4 elementi: aria, acqua, terra e fuoco.

Budda diceva che ogni secondo, le Kalapa nascono e muoiono triliardi di volte. La nostra essenza è impermanenza. Siamo, ma non siamo.

La fisica cuantica moderna, grazie alle ultime tecnologie e seguendo il metodo scientifico sta arrivando, con qualche anno di ritardo, alle medesime conclusioni dell’antica conoscenza orientale. Siamo in costante cambiamento.

Ma allora, se stiamo cambiando continuamente, come mai non ce ne accorgiamo?

Non ce ne accorgiamo perchè non prestiamo sufficiente attenzione a noi stessi. Non ci osserviamo, e se ci osserviamo è molto probabile che non prestiamo sufficiente attenzione per arrivare a percepire questa verità del cambiamento.

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Non siamo stati educati per osservarci. Siamo invece stati educati ad osservare il mondo esterno. Nell’antichità, le civiltà “maestre” più evolute, educavano all’osservazione di se, insegnando che per conoscere i misteri dell’universo bastava conoscere se stessi.

Grazie a questo, i nostri antenati potevano essere coscienti di molte verità che oggi ignoriamo o rifiutiamo. Per questa ragione si tratta di civiltà “antiche” che si trovavano all’apice dell’evoluzione umana.

L’ayurveda, ad esempio, è un’antica medicina indiana. Parola sanscrita che significa “scienza della vita”. Secondo l’ayurveda, siamo in costante cambiamento e pertanto si somministra rimedio e trattamento tenendo in considerazione questo principio.

Se una persona avverte 2 volte lo stesso sintomo è molto probabile che riceverà rimedio e trattamento differente poiché egli non è più lo stesso. Diverse saranno le reazioni fisiologiche ed emozionali che sottendono il suo malessere.

Se la nostra essenza cambia costantemente, uno stesso sintomo avvertito in 2 momenti diversi, non può che essere determinato da cause differenti.

Sappiamo rilevare cambiamenti gravi, ovvi, come un malessere (cambiamento di uno stato di salute), come un cambiamento di umore, come un cambio di opinione (ho voglia/non ho più voglia).

Tutto quanto abbiamo investigato sino ad ora, riguardo al cambiamento e alla nostra natura, è emerso solo dalla considerazione del nostro corpo fisico.

In realtà, se abbiamo già difficoltà ad essere coscienti dei continui cambiamenti che accadono a questo livello, figurarsi quanto siamo coscienti dei cambiamenti che sperimentano il nostro corpo mentale, emozionale e spirituale, di natura sottile e tendenzialmente invisibile.

Senza bisogno di investigarlo, sapendo che tutto ciò che è materiale ha la sua causa in una emanazione più sottile “energetica” (invisibile per molti), concludiamo che ciò che crea/causa un fenomeno non può che condividere il patrimonio genetico con la sua creazione.

Se il nostro corpo fisico (che per natura abbiamo capito essere in costante cambiamento), è generato da corpi energetici più sottili (emozionale, mentale e spirituale o causale), ovviamente questi corpi “superiori” avranno la medesima natura del corpo fisico: sono in costante cambiamento.

Ci hanno insegnato a vivere il concetto di cambiamento come un’eccezione, come qualcosa da temere.

Ora sappiamo che il concetto di cambiamento è insito nella vita stessa. Il cambiamento è la natura della vita e ogni cambiamento, presuppone una trasformazione, un passaggio da uno stato all’altro. Nulla di più naturale, tuttavia, tutte le volte che si passa da uno stato all’altro, che si abbandona uno stato per iniziare un altro, si può transitare una crisi.

Ma allora in quest’ottica, la crisi è tanto naturale quanto il cambiamento. Anche in questo caso, ci hanno insegnato a temere la crisi…tuttavia, la crisi propizia il cambiamento e a quanto pare il cambiamento è vita.

Ma cos’è che fa della crisi la CRISIIIIII? Ci avete mai pensato? Investigatelo. Io credo che il problema non sia la crisi in se ma il fatto che non siamo coscienti delle conseguenze di questo passaggio (salto) da uno stato all’altro.

Le conseguenze della crisi sono spesso percepite come “negative, sgradevoli, preoccupanti” perchè non le avevamo previste. Non abbiamo la coscienza del cambiamento. Questo implica che consideriamo l’assenza di cambiamento, ovvero la permanenza di uno stato, come la regola, come naturale e il cambiamento come un’eccezione. F

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iniamo col maturare attaccamento al nostro stato attuale e ci proponiamo di difenderlo, di lottare fino alla morte affinchè non cambi di una virgola. In quest’ottica, il cambiamento, che ci propone una trasformazione, ci risulta minaccioso, indesiderato.

Bisogna capire, che dicendo NO al cambiamento, stiamo dicendo NO alla vita.

E allora ripropongo la domanda posta dal mio amico: “in fondo chi dice che dobbiamo cambiare? Perchè dobbiamo cambiare per forza? C’è chi sta bene con la propria vita, con le proprie credenze, con i propri pensieri, emozioni e comportamenti; e allora perchè deve cambiare?”.

La mia risposta fu che a mio modo di intendere, la parola “cambiamento” equivale a dire “vivere”. La vita, a qualunque livello la si osservi (sia esso fisico-biologico, mentale-psichico, emozionale o spirituale) esiste solo in regime di costante cambiamento. Lo stato “naturale” della vita, del vivere, è il cambiamento, non la stasi, la permanenza. Cambiamento è sinonimo di vivere, stasi o fisso è sinonimo di “assenza di vita”.

E allora riprendo la domanda da cui siamo partiti e sostituisco la parola “cambiamento” con la parola “vivere”:“in fondo chi dice che dobbiamo vivere? Perchè dobbiamo vivere per forza? C’è chi sta bene con la propria vita, con le proprie credenze, con i propri pensieri, emozioni e comportamenti; e allora perchè devi vivere?”.

Interessante no? Sembra che quelli che non hanno coscienza che la “vita è cambiamento continuo”, stiano rinnegando la vita stessa. “…e allora perchè devi vivere?”.

La permanenza, l’assenza di cambiamento, è solo un’illusione.

Comprendendo che la natura degli esseri viventi è il cambiamento continuo (ogni secondo le nostre Kalapa nascono e muoiono triliardi di volte) sarebbe saggio radicare questa comprensione nella coscienza e lavorare la propria evoluzione in accordo con questo intendimento.

Possiamo imparare ad orientare alcuni di questi cambiamenti. Collocare un’intenzione, un proposito, per dirigere certi cambiamenti verso i nostri obiettivi, in breve, imparare a creare la propria realtà.

Ahow Mitakuye Oyasin, per tutte le mie relazioni

Pierluigi Giarrusso